Identità - Differenza - dicembre 2007

Immigrazione
Stranieri per forza

G2: non è un vertice di grandi potenze, ma la rete che unisce le seconde generazioni di immigrati. L'hanno creata ragazzi nati nel nostro Paese o arrivati da bambini, italiani di fatto a cui la legge rende però difficile l'acquisizione della cittadinanza. Ecco le loro storie

Anna Casanova

Un'infanzia impacchettata sognando il giorno in cui sarebbe tornata al Paese di origine. Ogni volta che riceveva giocattoli, sua madre li spediva a Capo Verde: «Alicia, non abbiamo spazio qui. Li spediamo dalla nonna. Tanto quando tornerai, troverai tutto». Dopo vent'anni trascorsi a Roma, Alicia ha capito che era tutto una grande bugia e ha iniziato a ri-progettare la sua vita. Oggi Alicia Araujo ha 34 anni, non vuole tornare a Capo Verde come sua madre, arrivata qui a 40 anni per lavorare come governante, ma intende costruirsi un futuro solido in Italia perché di fatto è italiana. È arrivata a Roma quando aveva 8 anni e qui ha frequentato le scuole fino alla laurea in Lingue e letterature straniere. Ma non ha ancora la cittadinanza italiana. Un problema comune alle seconde generazioni: figli e figlie di stranieri, nati o arrivati minorenni in Italia. Per questo Alicia ha fondato, insieme ad altri ragazzi nella sua situazione, il movimento «G2-seconde generazioni».
«Il G2 è un movimento interessante. Il cavallo di battaglia è il diritto alla cittadinanza in quanto gli aderenti vogliono certificare il proprio status », spiega Daniele Cologna, ricercatore presso l'Agenzia di ricerca sociale Codici. Cologna fa notare come i G2 si siano fatti portatori di ciò che in sociologia si chiama un desiderio di advocacy, «ossia difesa dei diritti misconosciuti delle minoranze da parte di loro esponenti. È un ruolo tipico delle minoranze nate dalla migrazione e con un'alta consapevolezza del proprio ruolo. I ragazzi del G2 fanno notare che sono italiani, ma che non hanno accesso e controllo della loro rappresentanza, e lo vogliono avere perché non si sentono di passaggio».

DALLA STAZIONE AL MINISTERO
Siamo andati a conoscere alcuni membri del movimento G2, a Roma: oltre ad Alicia Araujo, d'origine capoverdiana, ecco Nima Baheli, laureato in Economia e commercio, arrivato a 4 anni con i genitori iraniani che inizialmente vennero per studiare, ma poi si stabilirono; Samira Mangoud, anche lei laureata, assistente sociale, con papà egiziano e mamma filippina, nata invece in Italia; come Marco Wong, 44enne, ingegnere, nato a Bologna, d'origine cinese. I giovani G2 sono decine, da Roma a Milano, da Prato a Bologna, da Arezzo a Padova.
Il movimento è nato in modo informale, a seguito di un workshop. «Ci incontravamo alla stazione Termini, che era diventata il nostro salotto. Condividevamo i problemi: era una sorta di terapia di gruppo che ha coinvolto sempre più ragazzi grintosi e motivati », ricordano i fondatori. Il movimento si è evoluto e dal 2005 si è istituzionalizzato. È stato coniato il nome G2 (il primo nome informaleera «De-generate») e sono iniziati gli appuntamenti regolari, i ragazzi si sono dati obiettivi e scadenze, tanto da essere coinvolti dal ministero della Solidarietà sociale in più consulte nazionali e negli incontri per la riforma del Testo unico sull'immigrazione. Il G2 è organizzato come una rete che fa perno sulle moderne tecnologie, da Internet (www.secondegenerazioni.it) ai blog, ai video (uno dei quali ha vinto il Premio Mustafà Souhir 2006).

UNA LEGGE SUPERATA
L'attuale legge italiana sulla cittadinanza (legge n. 91 del 1992) ha spesso conseguenze paradossali. «In Italia - commenta Nima - c'è una legge "antica", nata nel periodo in cui l'Italia era un Paese di emigrati e non di immigrati. È rimasto lo ius sanguinis, ovvero è più facilitato nell'acquisizione della cittadinanza un discendente di un italiano che non sa l'italiano e che magari vive in America rispetto a me che sono qui da quando avevo 4 anni». Al compimento dei 18 anni, se lo straniero è nato in Italia, può procedere alla naturalizzazione ossia ha il diritto di opzione e deve dichiarare di voler acquistare la cittadinanza. Dovrà dimostrare di aver risieduto ininterrottamente per 18 anni in Italia. Ma ci sono due nodi: si perde automaticamente il diritto se si è stati all'estero per un periodo superiore ai 6 mesi e se non lo si esercita entro i 19 anni. Nima e Alicia non sono riusciti a ottenere la cittadinanza perché, non essendo nati in Italia, erano soggetti a condizioni ancora più limitative: «Al momento di richiedere la cittadinanza - spiega Nima - sono equiparato a un qualsiasi cittadino straniero che deve dimostrare di essere residente in Italia da almeno 10 anni e devo dimostrare di avere avuto un reddito minimo negli ultimi tre anni».
La questione del reddito è il maggiore scoglio per i G2 perché, in un mondo del lavoro governato dall'implacabile precariato, dimostrare di percepire un reddito minimo significa impedire la domanda o rimandarla inevitabilmente a tempi migliori, magari dopo l'università. Avere un reddito fisso è il problema dei G2, ma più in generale, è il problema dei trentenni d'oggi. Non è solo una questione di soldi, ma non avere la cittadinanza significa non potersi iscrivere agli albi, non poter votare, non poter partecipare ai concorsi pubblici o ricoprire incarichi nella pubblica amministrazione. Con quest'ultimo problema si è scontrata Samira, assistente sociale presso uno sportello informativo per disabili del Comune di Roma. Samira ha intentato causa al Comune perché, a suo parere, il rapporto lavorativo non è stato rinnovato alla scadenza in quanto lei non era cittadina italiana. Il procedimento è in corso e il Tribunale dovrà appurare se i motivi del non rinnovo e della mancata assunzione siano stati legittimi. Indipendentemente da come finirà, Samira si chiede quanto sia giusto escludere da incarichi pubblici chi non è cittadino italiano. «Un impiegato, come ero io - osserva -, non può essere di qualsiasi nazionalità? Considerato anche il fatto che io vivo qui e pago le tasse allo Stato italiano».
E allora il «Manifesto del G2» diventa semplice e chiaro, i ragazzi chiedono che per gli stranieri nati in Italia sia introdotto lo ius soli (cioè la possibilità di diventare italiani anche se non si hanno genitori italiani); che venga eliminato il criterio del reddito «perché è una discriminazione in partenza»; che ci siano facilitazioni per chi arriva nel nostro Paese prima dei 18 anni, cresce in Italia e vive regolarmente con genitori che lavorano.

NUOVI PROTAGONISTI
Sono quindi trentenni determinati, osservati da una generazione di G1 che di solito non li contrasta. Alicia racconta come la madre viveva gli incontri con i G2: «Mia mamma aveva paura solo che perdessi tempo. Mi diceva sempre di non perdere di vista quello che dovevo fare. Diciamo che non era molto bendisposta, ma non ha mai interferito». La mamma di Alicia appartiene alla generazione che voleva ritornare al proprio Paese, che pensava solo ad avere un lavoro. Per lei l'importante è che la figlia sia riuscita a ottenere la carta di soggiorno a tempo indeterminato. Ma per i G2 non è sufficiente vestire i panni dello straniero «regolare e lavoratore». I G2 vogliono essere cittadini e agire come protagonisti nella società italiana. Nima presenta così i suoi genitori: «Nonostante abitino da trent'anni in Italia, si sentono ancora stranieri. Hanno il progetto di tornare, ma appoggiano il mio impegno con G2. A volte, hanno un atteggiamento schizofrenico: da un punto di vista più viscerale, vorrebbero che io e mia sorella vivessimo secondo i canoni tradizionali iraniani, poi però, razionalmente, si rendono conto che ormai siamo differenti, non vivremmo bene in Iran perché non saremmo inseriti nelle dinamiche sociali».
Se l'impegno civile è prioritario per questi ragazzi, lo è ancora di più per Marco Wong, ingegnere italo-cinese. Lui è responsabile per il Sud Italia di Associna, un'associazione che conta tra le sue fila molti ragazzi del G2. Wong ha raccolto l'appello del sindaco di Roma Walter Veltroni e si è candidato alle primarie del Partito democratico nella zona Prenestino- Rabicano, quartiere Pigneto, ad alta densità di cinesi. «Gli scontri fra cinesi e italiani a Milano mi hanno fatto riflettere - spiega Wong -. Mi sono reso conto che la comunità cinese è priva di una rappresentanza istituzionale che tuteli e spieghi i suoi interessi. I commercianti e i residenti non riescono a esprimere le loro legittime istanze. E in generale non si ha una percezione corretta della comunità cinese». Il suo programma elettorale corrisponde alle richieste del movimento G2, integrate da due punti. «Chiediamo che ai lavoratori stranieri siano pagati i contributi previdenziali in modo che possano uscire dal lavoro nero. Chiediamo inoltre il rafforzamento del sistema- Paese: si dovrebbe migliorare la diffusione della cultura italiana all'estero, spesso affidata alla sola buona volontà».
Il movimento G2 è un unicum nell'Unione europea: «I giovani delle seconde generazioni in altri Paesi si esprimono intorno a questioni differenti - spiega il sociologo Daniele Cologna -. Non hanno un movimento G2, non c'è questo concetto, anche perché in molti Paesi la cittadinanza è stata concessa da tempo. Il nostro fenomeno migratorio ha caratteristiche peculiari (recente, repentino, massima diversificazione delle nazionalità, ecc.), che rendono l'Italia un laboratorio sociale davvero speciale». Secondo Cologna, esiste tra i ragazzi del G2 «un forte elemento di classe: la maggior parte di loro hanno avuto la fortuna di laurearsi, sono figli dell'élite migratoria, non includono ancora i "figli della strada" degli stranieri emarginati. Quando coglieranno anche le altre realtà di minori stranieri e sapranno coinvolgerle, allora vedremo sfide molto interessanti».

© FCSF - Popoli
 

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