Dialogo e annuncio - dicembre 2007

Reportage
Percorsi armeni

L'attaccamento degli armeni alla fede cristiana è frutto di una singolare vicenda storica. Forti della loro tradizione, si aprono ora al confronto e all'incontro con le altre Chiese. Mentre la piccola comunità cattolica riscopre il suo ruolo di «ponte»

Francesco Pistocchini
ECHMIADZIN (ARMENIA)

Sono disseminate nel territorio di tutta l'Armenia, autentici monumenti della fede di un popolo, cristiano da diciassette secoli. Croci di pietra, i khachkar compaiono tra l'VIII e il IX secolo come forma evoluta di più antichi simboli, a rappresentare l'Albero della vita e della sapienza, quello del giardino dell'Eden, collocato secondo la tradizione nella terra dei quattro fiumi, l'Armenia appunto. Ma rappresentano in primo luogo un altro legno, simbolo del sacrificio di Gesù. Non sono semplici sculture: come le icone, sono un'autentica «preghiera» capace di esprimere il kerigma, fondamento della fede cristiana: nascita, passione, morte e resurrezione di Cristo.
Riprodotte per tutto il Medioevo, queste steli finemente lavorate con motivi geometrici o vegetali, contengono anche informazioni storiche, ricordi di eventi memorabili. Ogni pietra scolpita doveva essere unica nella bellezza della sua decorazione. Solo le invasioni dei turchi selgiuchidi dopo l'anno Mille fermarono questa tradizione.
La teologia della croce è radicata nel cristianesimo armeno, è partecipazione alla sofferenza degli altri in una nazione segnata a più riprese dalla persecuzione. La più tragica, Metz Yeghern o «grande male», fu il genocidio del 1915-1916 nell'Armenia Turca, che ancora oggi fatica a essere universalmente riconosciuto e rispettato. La croce per gli armeni «ha acquistato il senso esistenziale di crocifissione », per un popolo in cui «la storiografia è sinonimo di martirologio », disse nel 1996 Karekin I, patriarca supremo della Chiesa apostolica armena.
Sugli altipiani tra il Caucaso, il Caspio e la Mesopotamia, questo popolo di frontiera si è confrontato nei secoli con romani e persiani, arabi e bizantini, turchi e russi. Ha visto crearsi e scomparire le proprie strutture politiche, al punto che oggi i resti di metà delle dodici capitali storiche dei vari regni armeni succedutisi nei secoli si trovano fuori dei confini nazionali.
La storia religiosa si è nutrita nei secoli di scambi con le tradizioni bizantina, siriaca e latina, ma al fondo si è consolidata un'identità forte che ancora oggi unisce la stragrande maggioranza dei tre milioni di abitanti della Repubblica armena e dei circa otto milioni della diaspora. E la Chiesa apostolica è diventata punto di riferimento nazionale.

AL CUORE DELLA FEDE
All'origine, secondo la tradizione, ci fu l'evangelizzazione da parte degli apostoli Bartolomeo e Giuda Taddeo. Ma fu san Gregorio l'Illuminatore a fondare la Chiesa armena durante il regno di Tiridate III, nel 301. In quell'anno, precedente all'editto di Costantino che consentì ai cristiani dell'impero di uscire dalle catacombe, per la prima volta il cristianesimo fu proclamato religione di Stato.
Alle pendici dell'Ararat, il monte biblico oggi scrutato con rimpianto perché la storia moderna l'ha collocato oltre confine, in territorio turco, si trova il monastero di Khor Virab, il «pozzo profondo». Qui, secondo la tradizione, san Gregorio fu imprigionato da Tiridate per tredici anni e da quella cella sotterranea, dove fu nutrito di nascosto, uscì per guarire miracolosamente il figlio malato del sovrano e convertire con questi l'intero popolo. Luoghi come questo sono meta costante di pellegrinaggio. Ma anche le 36 lettere dell'alfabeto sono per ogni armeno un luogo immateriale in cui riconoscere la propria storia di fede, da quando, cioè, nel IV secolo, Mesrob Mashtots, santo monaco e teologo, diede impulso alla traduzione delle Sacre Scritture, della letteratura patristica, mise le fondamenta della letteratura e consolidò nel popolo la coscienza di sé.
La disputa teologica che ha allontanato la Chiesa apostolica armena dalla comunione con Roma e i patriarcati d'Oriente risale al Concilio di Calcedonia. In questa città vicina a Costantinopoli si tenne nel 451 uno dei Concili ecumenici, nel quale fu respinta la dottrina monofisita e fu affermata la piena divinità e piena umanità di Gesù, due nature riunite nella persona di Cristo. Come i copti dell'Egitto e dell'Etiopia, gli armeni rifiutarono di fatto le conclusioni di Calcedonia, pur rifiutando anch'essi il monofisismo, con cui vengono talvolta erroneamente etichettati. Si ispirarono, invece, all'insegnamento di san Cirillo di Alessandria, che descrive Cristo come una sola natura incarnata, in cui sono unite le due nature umana e divina.
Da tempo i teologi hanno chiarito le rispettive posizioni eliminando incomprensioni secolari. Lo stesso Karekin I, scomparso nel 1999, era uno studioso profondo della cristologia armena e di Calcedonia e dimostrò che, nella sostanza, la cristologia dei cattolici e degli armeni apostolici è la stessa e, anche per questo, tra le Chiese non cattoliche, gli armeni apostolici sono forse i più vicini alla comunione con Roma.

UNA VISITA DECISIVA
Oggi il suo successore, Karekin II, 132° catholicos di tutti gli armeni, prosegue con impegno nel cammino ecumenico. Quando si recò a Roma nel 2000, ricevette da Giovanni Paolo II una reliquia di san Gregorio l'Illuminatore custodita da secoli nel convento di san Gregorio Armeno a Napoli, ora nella nuova cattedrale di Yerevan, «come simbolo di speranza - disse allora il papa - e della missione della Chiesa in Armenia dopo tanti anni di oppressione e di silenzio». Quel gesto preparò il pellegrinaggio di Giovanni Paolo II in Armenia nel 2001, in occasione dei 1.700 anni del battesimo del popolo armeno, un viaggio che segnò una svolta anche nella sensibilità dei fedeli.
«Quando sono arrivato a Yerevan un decennio fa - racconta padre Serafino Jamourlian, un prete cattolico di rito armeno impegnato nel dialogo ecumenico con i fratelli della Chiesa apostolica - mancavano i legami di amicizia, le conoscenze. Sentivo un senso di diffidenza da parte della Chiesa apostolica. Nel 2001 molti si domandavano che cosa venisse a fare in Armenia il papa, già malato. L'atmosfera era carica di dubbi. Ma quando giunse camminando a stento, tutti lo osservavano con grande attenzione. In quel momento qualcosa cambiò. Videro la testimonianza del pastore, non dell'imperatore. Un uomo fragile che si appoggiava al suo pastorale per salire all'altare. Da allora le cose sono cambiate, sia tra noi armeni, sia con la Chiesa di Roma».
Per un armeno è sempre più difficile vivere la divisione della Chiesa. «Io stesso sento la divisione come ancor più dolorosa - prosegue padre Jamourlian -. Sei in Armenia: senti che hai la stessa lingua, la stessa storia, gli stessi santi, la stessa fede, ma una barriera non ti permette di celebrare insieme, di avere insieme questo "culmine" della fede. Diventa sempre più urgente trovare il modo di capirci, perché il problema siamo noi, non Cristo».

ARMENI E CATTOLICI
Esistono comunità cattoliche di rito armeno che rappresentano una tradizione culturalmente ricca, ma più forte all'estero che in patria. Uno dei loro luoghi simbolo è l'isola di San Lazzaro a Venezia. Dal 1717 nella laguna sono presenti monaci di rito armeno, i mechitaristi. «Il fondatore Mechitar (1676- 1749) voleva dare una spinta in senso culturale e religioso - spiega padre Jamourlian -. I mechitaristi sono impegnati come ponte tra Occidente e Oriente e il legame storico con la Chiesa di Roma ci permette di fare da trait d'union verso una riunificazione».
L'esistenza dei cattolici armeni è il frutto dei tentativi unionisti iniziati già in epoca crociata, ma realizzati solo in parte nel XVIII secolo. Guidati da un patriarca che ha sede a Beirut, sono una delle Chiese cattoliche di rito orientale e conservano il rito e la lingua dei connazionali della Chiesa apostolica.
Parteciparono in modo determinante al Concilio Vaticano II grazie alla figura del cardinale Krikor Bedros Aghajanian.
In Armenia, storicamente, la presenza cattolica era concentrata al Nord, oltre che in alcuni villaggi del Sud della Georgia, abitati da armeni. Ma in epoca sovietica fu negata l'esistenza di cattolici in Armenia. Negli anni Trenta il clero fu soppresso o esiliato in Siberia. Scomparsi i sacerdoti, le comunità sopravvivevano in modo diverso nelle due zone distinte: in Georgia la vita religiosa continuava, almeno in ambito familiare, perché meno perseguitata che nel nord dell'Armenia, dove ha rischiato di scomparire del tutto. «Si definiscono cattolici - si rammarica padre Jamourlian, riferendosi ai villaggi cattolici più colpiti - ma sono state strappate le radici della loro fede». Dal 1992 è ritornato un vescovo. Oggi alcuni sono emigrati per ragioni di studio e di lavoro a Yerevan dove è stato aperto anche un seminario.

IL LEGAME CON LA NAZIONE
Il senso della presenza della piccola comunità cattolica è la ricerca di collaborazione perché la Chiesa sia una, senza velleità di proselitismo.
I rapporti tra le Chiese si stanno ricostruendo lentamente. Le tradizioni dividono più delle questioni di fede. Soprattutto il primato del vescovo di Roma. Echmiadzin, a ovest di Yerevan, è il «Vaticano armeno», sede del patriarcato della Chiesa apostolica. Il nome della città significa «qui discese l'Unigenito». Questa Santa Sede è al centro di una rete di diocesi create dagli emigrati in ogni continente e serve agli armeni per «attraversare il mondo». I catholicoi non dimenticano mai quella sorta di geografia dello spirito che unisce i figli della diaspora. Il catholicos è simbolo vivo, eletto dai delegati di sette milioni di fedeli, clero e laici da tutto il mondo. «Concedi lunga vita al sommo padre - cantano nella liturgia episcopale -, lunghi giorni al padre degli armeni». Lo stretto rapporto tra Chiesa e nazione, caratteristico nell'Oriente cristiano, ha motivazioni profonde non sempre facili da comprendere in Occidente. Ne era consapevole Karekin I quando scriveva: «Il carattere nazionale della Chiesa deve essere mantenuto nel suo ambito, non è tutto. Se mantenuto in armonia con il carattere universale della fede cristiana, diventa un elemento creativo, una sorgente di diversità e ricchezza».
L'identità non è, però, presa a pretesto per la chiusura. Semmai furono le persecuzioni, le difficoltà di movimento e la scarsità di risorse a rallentare la spinta missionaria delle Chiese orientali, che pure nei secoli non è mancata. Lo testimoniano i monasteri medievali, che furono il cuore di una vita religiosa feconda e i cui resti oggi attraggono i turisti. Sugli altopiani armeni nell'alto Medioevo si sviluppò anche un'architettura nazionale fortemente originale. Rocce che sorgono dalla roccia, hanno ospitato schiere di monaci e sapienti. Con blocchi di basalto, granito e tufo si costruirono chiese dalle cupole coniche poggiate su quattro pilastri. Con pianta a croce greca, esprimono nella struttura una forte unità interna: un modello che non è stato più abbandonato e che viene mostrato con l'orgoglio di chi ha conquistato da pochi anni spazi di libertà politica e culturale.
I progressi compiuti sono promettenti, ma i cristiani devono fare i conti con le difficoltà delle trasformazioni dell'Armenia indipendente: la deindustrializzazione dell'epoca post-sovietica, la fragilità di un'economia dipendente da aiuti stranieri, della diaspora e della massiccia emigrazione recente, il gelo con i vicini turchi e azeri, la frammentazione politica interna, la corruzione.
Ma il percorso intrapreso dalla Chiesa, tanto quella apostolica quanto quella cattolica, non è nel solco di un nazionalismo fatto di rivendicazioni. È chiara la volontà di dare alla fede un ruolo di riconciliazione, dimostrata anche nelle assemblee ecumeniche europee. Desiderio di rafforzare la pastorale ecumenica, per aiutare le comunità a comprendere fino in fondo i progressi raggiunti. Nella piccola chiesa scura di santa Hripsimé, profumata di sandalo e incenso, agli occhi dell'ospite straniero che segue questo rito liturgico orientale, il traguardo non sembra distante.

© FCSF - Popoli
 

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