L'Algeria, fin dagli albori del cinema, è stata spesso scelta come set per film occidentali di carattere esotico, ma, quando negli anni '60, durante la guerra di liberazione, nasce il cinema propriamente algerino, cioè a opera di registi algerini, esso si connota come fortemente politicizzato e tale resterà anche negli anni successivi. Per i cineasti algerini, spesso impegnati in prima persona nella guerra per l'indipendenza dalla Francia, le pellicole sono un mezzo di affermazione e di condivisione dei propri ideali di libertà e uno strumento per comunicare tutto ciò al mondo. Un cinema, dunque, che parla di guerra, ma che affonda le radici nel contesto tanto rurale, quanto urbano del Paese, di cui non manca di mettere in luce i valori fondanti che ne hanno fatto la storia.
In questa linea si inserisce il film di Djamila Sahraoui, Barakat, del 2006, che racconta il viaggio di due donne, Amel e Khadidja, alla ricerca del marito della prima, giornalista fatto sparire da un gruppo di fondamentalisti. Un viaggio impervio, come burrascosa sarà la relazione delle due amiche, reduci da esperienze diverse, che le hanno segnate ma che non impediscono loro di trovare un punto d'incontro nel rifiuto della violenza.
La vicenda, anche se non collocata precisamente spazialmente e temporalmente, si inserisce in quella serie di attentati e sparizioni che hanno tormentato l'Algeria negli anni '90; anche se il contesto politico e sociale è diverso, la continuità con la guerra di liberazione e quindi, con una serie di violenze che si perpetuano da mezzo secolo, è innegabile, trasmettendo quasi la sensazione che questa sia una condizione a cui è impossibile sfuggire.
Lo stato d'animo più diffuso sembra essere l'abitudine alla guerra, la rassegnata accettazione, più o meno consapevole, di una situazione che andrebbe in realtà «combattuta». Ed è proprio a questo che dicono «basta», cioè appunto barakat, le due protagoniste, due donne che in prima persona hanno vissuto e vivono tutto ciò sulla loro pelle e sono nello stesso tempo testimoni di quello che succede attorno a loro. Attraverso i loro occhi e il loro diverso modo di vedere e sentire, la regista ci fa entrare in questo contesto con delicatezza, senza retorica, fornendo pochi quadri di vita che dovrebbe essere comune, ma comune non si può dire perché niente è immune dalla spirale di violenza che tutto tocca. E questo è il punto di forza del film, la cui vicenda è sì esile, ma non priva di intensità morale.
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