Speciale - dicembre 2007

Il saluto del padre

Nella Congregazione generale che si apre il 7 gennaio, dopo oltre 24 anni di servizio il Superiore generale dei gesuiti, Peter-Hans Kolvenbach, rassegnerà le dimissioni. In questa intervista esclusiva racconta a Popoli le sue idee sulla Compagnia di Gesù, sulla Chiesa, sul mondo

A cura di Stefano Femminis

Interview with Peter-Hans Kolvenbach [English version]
 

Incontriamo il Padre generale della Compagnia di Gesù in una sala al quarto piano della Curia generalizia, a pochi passi dal Vaticano. Una sala austera e accogliente al tempo stesso. Un po' come Peter-Hans Kolvenbach, 79 anni, olandese con mamma italiana, una vita passata in Libano prima di essere eletto, il 13 settembre 1983, ventottesimo successore di Ignazio di Loyola alla testa (e al servizio) dei gesuiti. L'aperta ospitalità, il sottile senso dell'umorismo, il sorriso timido dell'uomo che guida l'Ordine religioso più numeroso del mondo (se si considerano separatamente le varie famiglie francescane) attenuano i timori reverenziali dell'intervistatore. Che si sciolgono definitivamente quando, terminato il pranzo con cui si chiude l'incontro, il cosiddetto «papa nero» - soprannome che da secoli accompagna il Superiore generale dei gesuiti per via della veste nera e della elezione ad vitam (unico caso fra tutti gli ordini religiosi) - si mette a sparecchiare la tavola. Tra poche settimane - dopo che la 35ª Congregazione generale che si apre il 7 gennaio a Roma avrà scelto il suo successore - padre Kolvenbach tornerà a essere un «semplice» gesuita e, dopo più di 24 anni, tornerà ad avere un superiore («ma in realtà - precisa guardando verso il Vaticano - non ho mai smesso di avere un superiore»). Molto probabilmente sarà quello della comunità di Beirut, «sempre che Beirut esista ancora», dice con un sorriso misto di ironia e amarezza, pensando alla sua tormentata terra di elezione. Per la seconda volta nella storia della Compagnia, dopo il caso di Pedro Arrupe costretto alle dimissioni da una grave infermità, il Generale lascerà l'incarico prima della morte. Gli chiediamo dunque anzitutto come è nata questa decisione.
«Nel solco del Concilio Vaticano II e in seguito alla decisione di imporre ai pastori della Chiesa un limite di età, anche la Compagnia di Gesù si è interrogata sui vantaggi e gli inconvenienti di un generalato a vita. Vi erano tre opzioni: un limite di età, come per i vescovi; un determinato numero di anni di durata di un generalato (come per la maggior parte dei superiori generali); un generalato senza limiti di età e di durata, ma con la possibilità di presentare le dimissioni alla Congregazione generale, la sola abilitata ad accettarle, quando il Santo Padre approvi tale procedura e le autorità designate della Compagnia la giudichino opportuna. Il papa ha scelto la terza opzione come più conforme all'ispirazione ignaziana e al carisma della Compagnia. Già il padre Arrupe aveva presentato le sue dimissioni: le ragioni addotte erano le conseguenze della sua età avanzata. Con l'approvazione del Santo Padre e per le stesse ragioni presenterò alla Congregazione generale le mie dimissioni il prossimo mese di gennaio».

COME CAMBIA LA COMPAGNIA
Negli ultimi decenni la Compagnia di Gesù ha registrato un calo complessivo di ingressi in noviziato. Quali le motivazioni?
Si dimentica talvolta che una famiglia religiosa è - secondo una felice espressione del Concilio Vaticano II - «un dono dello Spirito alla Chiesa». La Chiesa non può essere Chiesa senza il clero e il laicato, ma può essere Chiesa senza la vita consacrata nella sua forma attuale. La Chiesa ha vissuto per secoli senza i gesuiti. Ma quando, a una data epoca, la Chiesa si è come ripiegata su se stessa, lo Spirito ha suscitato sant'Ignazio per ricordarle la sua vocazione missionaria nel mondo intero, così come ha chiamato sant'Antonio l'Egizio al deserto per ricordare, a una Chiesa troppo amministrativa, la vita liturgica e contemplativa della vocazione monastica. Nella nostra epoca possiamo citare come esempi Madre Teresa di Calcutta o i Fratelli e le Sorelle di Charles de Foucault. Le famiglie consacrate nate dalle loro intuizioni vivono con la gente, con i poveri, ma hanno anche una vita contemplativa molto forte.
Famiglie religiose nascono e scompaiono, non perché abbiano agito male, ma perché la Chiesa ha bisogno di altri doni, per altri bisogni del popolo di Dio. Il semplice fatto che oggi un giovane che voglia porsi al servizio della Chiesa non debba necessariamente scegliere tra un seminario e un noviziato, ma possa trovare la sua missione in uno dei molteplici movimenti ecclesiali che sono anch'essi frutti dello Spirito, questo dato cambia tutto il quadro della vita consacrata.

In effetti, guardando le statistiche dei novizi della Compagnia di Gesù in Europa, la prospettiva di una forte riduzione, se non proprio di una sparizione, è concreta. Molto incoraggianti invece sono le indicazioni che arrivano da zone come l'India o l'America latina.
Bisogna essere prudenti con considerazioni di carattere geografico, poiché anche in Europa vi sono Province che non mancano di vocazioni, mentre in alcune regioni dell'Asia le vocazioni fanno difetto. In ogni caso, è certamente vero che le vocazioni nascono in una Chiesa fervente, spesso anche in una Chiesa perseguitata e oppressa. Non ci si può aspettare molto da una Chiesa che sembra moribonda.

È così che vede la Chiesa in Europa?
Penso a quanto diceva Robert Baden- Powell, il fondatore del movimento scoutistico, tra l'altro una persona non particolarmente religiosa: «Amo la mia religione come amo il mio tè: bollente». Se la parrocchia, la vita ecclesiale non è forte, fervente, calda, non può suscitare vita consacrata né vocazioni sacerdotali. Questo è evi dente non solo in Europa, ma anche in America latina, dove la mancanza di sacerdoti è tremenda. D'altra parte, laddove in un passato recente operavano unicamente consacrati o sacerdoti, oggi i laici assumono responsabilità nuove.

La collaborazione con i laici cresce anche nella Compagnia. Quali le esperienze più significative?
Basta guardare le statistiche del settore educativo. Nel XVI secolo tutto il personale di un collegio era gesuita, eccetto l'incaricato della disciplina, che provvedeva alle punizioni corporali degli alunni e doveva essere per statuto un laico. Oggi i gesuiti impegnati a tempo pieno nell'educazione sono circa 4mila, mentre i loro colleghi non gesuiti si aggirano sui 150mila. Lo stesso vale per altri settori apostolici della Compagnia. Considero una grazia per il nostro tempo e una speranza per il futuro il fatto che, come ha sottolineato Giovanni Paolo II, «i laici prendano parte attiva, cosciente e responsabile alla missione della Chiesa in questa magnifica e drammatica ora della storia» (Christifideles laici, n. 3).

Non rimane però il rischio che i laici siano un semplice rimedio alla carenza di gesuiti?
No, il cambiamento di prospettiva è radicale: i laici non sono più unicamente un aiuto indispensabile o una soluzione di ripiego per assicurare il futuro delle nostre opere, ma la Compagnia di Gesù si mette al servizio di una missione condivisa con i laici, unendosi ad essi in una forma di apprendistato, servendo insieme e imparando gli uni dagli altri, discernendo insieme sugli obiettivi apostolici di una missione comune al servizio della Chiesa. La prossima Congregazione generale ci darà l'opportunità di fare il bilancio di questo partenariato in una missione comune che ci sfida a vivere più pienamente la nostra identità di cristiani, di uomini per e con gli altri.

LA «SCINTILLA» DELLA MISSIONE
In occasione della precedente Congregazione generale (1995) si disse che Lei sperava in una «scintilla» per la Compagnia, come il legame stabilito tra fede e giustizia nella Congregazione del 1974. Quale potrebbe essere la «scintilla» della Congregazione che si apre tra poche settimane?
La «scintilla» sarà la ricerca della maggior gloria di Dio, di un servizio apostolico al prossimo sempre più generoso e completo, poiché la mediocrità non ha posto nella visione del mondo di Ignazio. Una Congregazione finalizzata a un'elezione è soprattutto segnata dal «magis» ignaziano, quella grazia di una nuova svolta che non si contenta del già esistente, del già tentato. È significativo che le Congregazioni provinciali che hanno preparato la Congregazione generale si siano occupate meno dei problemi interni alla Compagnia (il governo, la vita comunitaria, l'identità), e più di un rinnovamento profondo della sua vocazione a essere servitrice della missione del Signore nella Chiesa e per il mondo, sotto il Pastore universale, il Vicario di Cristo in terra, il Santo Padre.
Già per Ignazio questa «minima Compagnia » - come soleva chiamarla -, non era uno scopo in sé. Essa non lavora per la propria crescita, ma altro non vuole che, attraverso una disponibilità obbediente, servire il Signore e la Sede apostolica, portando il cuore della Chiesa alle frontiere di ogni genere, sempre al servizio e alla difesa della fede ricevuta. La «scintilla» potrebbe quindi essere un riscoperto entusiasmo apostolico e missionario.

Come definirebbe, oggi, la missione della Compagnia di Gesù?
Il gesuita è stato ed è ancora essenzialmente un uomo in missione. Una missione che egli riceve dal Santo Padre, dai suoi superiori, ma in ultima analisi dal Signore, Egli stesso inviato dal Padre. Come servitori della missione di Cristo, i gesuiti desiderano continuare tale missione tra gli uomini e le donne del nostro tempo, soprattutto là dove Cristo e il suo Vangelo non sono conosciuti o sono conosciuti male. Ciò comporta una presenza alle frontiere che erano una volta piuttosto le frontiere geografiche della cristianità, ma che oggi sono sempre più le frontiere tra il Vangelo e la cultura, tra la fede cristiana e la scienza, tra la Chiesa e la società umana, tra la «buona novella» e un mondo turbato e sconvolto. Secondo le esigenze di tale missione, vi sarà sempre una grande varietà di opere e di scelte apostoliche, ma in tutte si troveranno riunite queste tre responsabilità: annunciare la parola di Dio, condividere la vita di Cristo, testimoniare la carità che lo Spirito sollecita e alimenta.

Oltre che come «uomini di frontiera» i gesuiti si caratterizzano spesso per la loro capacità di ricercare mediazioni. Operazione che appare sempre più difficile in un mondo dove prevalgono polarizzazioni e superficialità...
È vero, questa capacità di mediazione si deve alla composizione stessa della Compagnia: siamo internazionali fin dalle origini e con un gran rispetto per le diverse culture. Ciò che unisce tutti i gesuiti sono gli Esercizi spirituali di sant'Ignazio. Ma questi Esercizi sono aperti a ogni modalità di vita: possono essere fatti da un religioso, ma anche da un laico. Anche una persona dell'Opus Dei o un Legionario di Cristo possono fare gli Esercizi, non c'è nessuna difficoltà. Questa apertura verso il Signore rende possibile questa vocazione o missione di non essere a un estremo o all'altro, ma di aiutare gli uomini a continuare la strada verso Dio. Credo si possa dire che un estremista non potrà mai diventare gesuita. Ma questo non significa che un gesuita sia un diplomatico. Lui cerca l'assoluto, ma l'assoluto è unicamente Dio e tutto il resto è relativo a Dio, all'uomo e alla creazione. (Pausa) Questa è veramente una risposta gesuitica...

Alcuni settori della Chiesa ritengono che il Concilio Vaticano II non sia stato ancora pienamente applicato e che anzi rischi di essere dimenticato. Altri settori sembrano invece più desiderosi di recuperare aspetti precedenti al Concilio. Qual è l'atteggiamento della Compagnia di Gesù in questo contesto?
Durante la scorsa estate, il Santo Padre ha incontrato il clero ad Auronzo di Cadore, dove gli è stato chiesto, appunto, quale seguito dare al Concilio Vaticano II. Il papa ha constatato che «senza rumore, molto silenziosamente, con tante sofferenze, cresce la Chiesa, con nuove realtà piene di vitalità, non così da riempire le statistiche - questa è una speranza falsa, la statistica non è la nostra divinità -, ma realtà che crescono negli animi e creano gioia della fede». E ha concluso: «Possiamo ora vedere con occhi aperti quanto è anche cresciuto di positivo nel dopo Concilio».
Quando Giovanni Paolo II ha chiesto esplicitamente ai gesuiti di aiutarlo nella messa in pratica di quella irruzione dello Spirito che è stato il Concilio, i gesuiti compresero che non si trattava di qualche rimaneggiamento, ma di un'autentica conversione del nostro cuore. L'appello quindi a vivere la Chiesa come «comunione», per non parlare dell'amore preferenziale per i poveri, non esigono solo qualche riorganizzazione delle strutture o un gran numero di iniziative e di idee nuove, ma prima di tutto un cuore nuovo che si lasci convertire da Colui che è lo Spirito del Concilio.

In questi anni ha dovuto «gestire» situazioni delicate nei rapporti tra alcuni teologi gesuiti e il Vaticano. Quali le necessarie limitazioni e quali invece gli spazi per accogliere, nella Compagnia e nella Chiesa, una pluralità nella riflessione teologica?
Perché il suo vero volto possa apparire, la Chiesa ha bisogno del servizio, fatto di competenza, qualità e creatività, dei teologi. Il loro ministero di difendere, approfondire e far conoscere la santa dottrina del Signore è più che mai delicato. Esso si svolge in una nervosa atmosfera di conflitti e polarizzazioni, nella quale tutto è immediatamente classificato come destra o sinistra, come conservazione o progressismo. Persino una critica costruttiva da parte di un teologo, fondata su una competenza qualificata, su una sollecitudine pastorale e su un discernimento orante, rischia di essere colta dai mass media in un modo involontariamente o deliberatamente parziale, per figurare come «notizia» da prima pagina. D'altra parte la Chiesa non può rinunciare al suo diritto-dovere di mettere in guardia i fedeli contro errori o possibili interpretazioni erronee di uno studio teologico in sé valido. In questo contesto, scoraggiante al primo impatto, è doveroso rendere grazie per tanti teologi - tra loro non pochi gesuiti - che rendono alla Chiesa il servizio indispensabile di una riflessione teologica positiva, chiara e creativa, per il maggior bene della Chiesa tutta intera, nella sua diversità sociale e culturale.

NEL SUD DEL MONDO
Dopo oltre quattro secoli di predicazione, il cristianesimo raccoglie solo una piccola percentuale della enorme popolazione asiatica. Tuttavia, alcune realtà (come la Corea del Sud) registrano un incremento incoraggiante dell'adesione al Vangelo. Come interpreta questi fenomeni ambivalenti?
Per qualunque valutazione dell'evangelizzazione in Asia, si deve considerare la grande diversità delle culture e delle condizioni sociali, politiche ed economiche delle varie regioni di questo continente. L'Esortazione post-sinodale Ecclesia in Asia ci ha dato un ottimo riassunto di questo tema (cfr. nn. 6-9). L'espansione del cristianesimo in Corea del Sud non è semplice da spiegare, sebbene il ruolo della Chiesa nel difendere i diritti umani durante i regimi dittatoriali ha suscitato ammirazione da parte dei coreani. La partecipazione devota ed efficace dei laici al processo di evangelizzazione, una tradizione fin dal primissimo momento dell'introduzione del cristianesimo nel Paese, ha contribuito alla splendida diffusione della Chiesa.
Dappertutto in Asia, che pure è la grande culla delle religioni e ancor oggi tanto religiosamente attraente, la Chiesa dovrebbe mostrare nel suo volto quei tratti spirituali nei quali l'Asia possa riconoscere la pienezza del suo sentimento religioso. Troppo spesso la Chiesa rimane straniera, estranea alle aspirazioni religiose di questo continente. Di qui l'importanza di un vero incontro tra cristiani e non cristiani, non tanto un'inculturazione, quanto una inter-culturazione - secondo l'espressione introdotta da Benedetto XVI - gratuita e generosa, cioè disinteressata, nella quale nulla è imposto, ma viene proposto - nel linguaggio dell'altro - Colui che è «il desiderio delle genti».

La Cina è una priorità per la missione evangelizzatrice della Chiesa: come è possibile predicare il Vangelo attraverso una sua «lettura» cinese e non solo una «traslitterazione» in cinese?
L'intuizione di san Francesco Saverio rimane valida anche oggi: la Cina, nella sua visione, era la chiave per l'evangelizzazione dell'Asia orientale, compreso il Giappone. La Cina oggi è importante per il mondo intero. Cinquant'anni dopo la morte di Saverio, esausto per l'attesa di entrare in Cina, «sia nella corte imperiale sia in una prigione di Canton», padre Matteo Ricci riuscì ad arrivare a Canton, alla corte a Pechino, per creare la prima comunità cristiana e costruire la prima chiesa nella città imperiale. Egli non fece una traslitterazione, ma una lettura cinese del Vangelo. Lui e i suoi compagni hanno seguito la linea dell'apostolo Paolo: diventare cinesi tra i cinesi per annunciare il Vangelo ai cinesi. La Cina sta recuperando i valori spirituali tradizionali. Il risultato della Rivoluzione culturale è stato un devastante tsunami. Ma dalle rovine è emersa una sete spirituale che non è stata soddisfatta dalla classe politica, con la sua enfasi sullo sviluppo economico a ogni costo. È riemerso l'interesse per Confucio, Laotse e altri fondatori spirituali della nazione. In questa situazione di desolazione e di attesa c'è da rifare il cammino di Matteo Ricci per capire le aspirazioni e i bisogni materiali e spirituali del popolo cinese di oggi. La speranza e il nuovo elemento dell'evangelizzazione in Cina si trovano nella numerosa comunità cristiana attuale. Loro, i fedeli cinesi, possono fare una lettura cinese del Vangelo meglio di tutti i missionari stranieri. La recente lettera del papa Benedetto XVI è proprio una preparazione della Chiesa in Cina per questo ruolo di evangelizzazione.

In America latina, continente cattolico per eccellenza, appare irrisolvibile il problema degli enormi squilibri socioeconomici ed è sistematica la negazione della sete di giustizia: qual è il ruolo della Compagnia di Gesù in questo contesto?
Se le nostre opere apostoliche - sia quelle propriamente sociali sia quelle educative e pastorali - sono fedeli alla missione della fede e giustizia, se siamo capaci di trasmettere l'amore preferenziale per i poveri che è patrimonio della Chiesa - come confermato nella riunione dei vescovi latinoamericani ad Aparecida, in maggio -, se cerchiamo di formare persone oneste e competenti che non si preoccupino solo di arricchirsi, ma sentano il bisogno di migliorare il loro Paese secondo la dottrina sociale della Chiesa, potremo dare il nostro piccolo contributo in questa impresa così direttamente legata alla preparazione del Regno di Dio. Mi risulta che in questo momento in America latina le priorità dei gesuiti sono i programmi di formazione politica di leader, in un piano di stretta collaborazione tra università, centri sociali e apostolati di base.
Va ricordato poi che alcuni Paesi del continente cominciano a intravedere l'obiettivo dell'eliminazione della povertà. È solo un inizio, le sofferenze e le ingiustizie sono ancora immense, però questo dimostra che è possibile vincere la lotta per la giustizia. Dovremo però vigilare affinché, in questa lotta contro la povertà, la fede continui a crescere man mano che i problemi economici si risolvono, così che il benessere non calpesti il seme della fede, come sta accadendo in Paesi storicamente cristiani.

In Africa, quali sforzi in campo teologico sta compiendo la Compagnia per proporre ai fedeli un messaggio che sappia inculturare il Vangelo nelle tradizioni locali?
Malgrado tante guerre e tante miserie, non manca in Africa la ricerca teologica, per sostenere il popolo nei suoi sforzi di pace e di riconciliazione e sostenere la Chiesa nella sua aspirazione a essere per tutto il continente «la famiglia di Dio». Soprattutto nei centri gesuitici di formazione teologica, si opera in modo che la ricerca non sia avulsa dalle realtà africane e dalle sollecitudini della Chiesa in Africa. L'interesse per la teologia non trascura la composizione di canti liturgici, come nella Repubblica democratica del Congo, o le opere ispirate all'arte tradizionale africana, come le Via Crucis del compianto padre Engelbert Mueng. C'è anche una considerazione teologica di realtà quali la malattia, la guarigione o la stregoneria.

IL DIALOGO POSSIBILE
La Compagnia di Gesù è particolarmente attenta al tema del dialogo tra le culture e tra le religioni. Negli ultimi anni - in particolare dopo lo «spartiacque » dell'11 settembre 2001 - sembra che nel mondo prevalgano paure e divisioni. In che modo la Compagnia lavora per promuovere il dialogo?
È purtroppo vero che il dramma delle torri di New York, motivato con citazioni religiose di un fanatismo violento, ha relegato nel campo dell'ingenuità ogni forma di dialogo tra popoli e culture e soprattutto tra religioni. Tuttavia, se l'umanità non vuole condannarsi a morte, non c'è altra strada che quella del dialogo. Non certo in senso diplomatico o strategico, ma nel senso di un dialogo aperto e sincero che partecipi a quel dialogo permanente tra Dio e l'umanità, secondo l'espressione di Giovanni Paolo II. Ciò suppone da parte nostra il fare sempre il «primo passo» verso l'altro, malgrado tutte le esperienze scoraggianti vissute. Con la Chiesa noi, come gesuiti, crediamo in un quadruplice dialogo: il dialogo della vita insieme, in uno spirito di apertura a chiunque altro; il dialogo dell'azione comune con tutti gli uomini e le donne di buona volontà, per costruire un mondo migliore; il dialogo dell'esperienza religiosa, con il quale, in un deserto senza Dio, i credenti, radicati nelle proprie convinzioni, traccino sentieri alla ricerca di Dio; infine il dialogo degli scambi teologici, al quale tanti specialisti gesuiti partecipano, poiché essere religiosi oggi significa essere interreligiosi, questa «nuova maniera di essere Chiesa», secondo l'espressione di Paolo VI.

L'islam, in particolare, suscita in molti europei il timore di un'invasione...
Intanto dobbiamo chiarire una cosa: noi parliamo troppo facilmente di «musulmani », come se fossero tutti uguali: ma ci sono musulmani fanatici e musulmani convinti che, una volta in Europa, non han no più bisogno di seguire il Corano, perché sono fuori dalla terra dell'islam. L'islam non è monolitico: basti pensare alla differenza tra sunniti, la maggioranza e i pilastri dell'islam, e sciiti, che sono la minoranza dei musulmani (anche se ora dire sciiti significa dire zone molto «calde», come Iraq, Iran e sud del Libano). Non bisogna dimenticare poi che l'islam ha sempre conosciuto i sufi, i mistici. Molto dipende anche dalla nazionalità: un musulmano del Pakistan - che significa «Paese dei puri» - è molto diverso da un musulmano dell'Algeria, che a lungo ha vissuto con i francesi.
Detto questo, posso parlare dell'esperienza di Beirut, la mia città. Qui i gesuiti hanno scelto di essere un ponte tra musulmani e cristiani. La ragione è anche geografica: le grandi case dei gesuiti a Beirut sono sulla cosiddetta «linea verde», la frontiera tra il quartiere a maggioranza cristiana e quello dei musulmani. Anche la nostra università è lì, perché abbiamo sempre voluto che tutti fossero benvenuti. Questo è costato molto. Spesso siamo stati colpiti dai bombardamenti. Quand'ero provinciale del Libano, durante la guerra, non potevo aprire le finestre perché c'erano i cecchini appostati. Ma il costo non è solo materiale: alcuni cristiani dicono che la nostra politica è sbagliata perché noi abbiamo formato avvocati musulmani, ingegneri musulmani, ecc. Alcuni preferiscono che i musulmani rimangano in una specie di ghetto, anche intellettuale, per non perdere la direzione del Paese.

A livello più strettamente religioso e teologico è possibile un dialogo con l'islam?
Temo che a livello teologico e dogmatico il dialogo con l'islam sia impossibile. Spesso a Beirut i musulmani mi chiedevano: «Come è possibile che uno che ha studiato, che è professore, creda in tre dei?». Si riferivano evidentemente al dogma cristiano della Trinità. Questo è un esempio della difficoltà del dialogo. Alcuni che sono molto favorevoli al dialogo teologico con i musulmani dimenticano che a un certo punto si deve scegliere. Per i musulmani è molto chiaro: Dio è uno. Lo cantano cinque volte al giorno. A livello personale, invece, è assolutamente possibile e bello avere amici musulmani. Anzi, in un clima di generale ridimensionamento della religiosità, specie in Europa, è bello che cristiani davvero credenti e musulmani davvero credenti si incontrino. Su tanti punti che coinvolgono la vita di ciascuno - la sofferenza, la preghiera, la morte - il dialogo è possibile. Credo che - come ripete spesso il papa - noi dobbiamo promuovere il dialogo della vita, anche per contrastare una tendenza che in Medio Oriente è molto forte: il ghetto, la separazione. Inoltre occorre fare causa comune per il bene dell'umanità. Molti musulmani oggi sono sensibili e coinvolti sul tema della pace. Dopo l'11 settembre tutti hanno parlato dell'islam come jihad, guerra santa, violenza. È vero, c'è anche questo nel testo del Corano, ma anche l'Antico Testamento non è molto pacifico in alcuni passaggi... Oggi molti musulmani sono fermamente convinti della causa della pace. È una buona occasione per lavorare insieme, nell'interesse dell'intera comunità umana.

Vorremmo concludere con un riferimento al suo predecessore, padre Pedro Arrupe, di cui a novembre sono stati celebrati i cento anni dalla nascita. Su quali aspetti della sua eredità ha maggiormente insistito nei suoi 24 anni come Generale?
Per dire la verità non è stato necessario alcuno sforzo particolare per mantenere viva l'eredità di padre Arrupe. Non si può dimenticare Arrupe, così legato allo spirito del Concilio Vaticano II, particolarmente nel campo della vita consacrata. Lui è unito alla Compagnia di oggi così spontaneamente! È non è una cosa scontata: non è stato così, ad esempio, per i Padri generali precedenti, il padre Janssens e il padre Ledochowski. Oggi la Compagnia di Gesù, nella sua spiritualità, «è» il padre Arrupe.

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© FCSF - Popoli
 

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