Combatto con forza il sincretismo religioso di Paolo Dall'Oglio, il quale, parlando della Madonna (Popoli, n. 5/2007), vuole far vedere una convergenza tra quanto credono i cristiani e quanto è riportato dal Corano sulla madre di Gesù. La politica di appeasement nei confronti dell'islam, anche sul piano teologico, darà solo frutti di morte. Dobbiamo insistere sul fatto che il nostro Dio trinitario nulla ha a che spartire con Allah, né Maometto con Cristo. La Maria madre di Gesù dell'islam è così diversa dalla nostra che non vale la pena metterle a confronto. Non c'è «prospettiva escatologica » che possa far pensare che Verità ed errore si possano fondere. Difendiamo la nostra identità cristiana contro queste subdole contaminazioni che potranno forse giovare tatticamente al missionario in Siria, ma che qui mostrano tutta la loro inconsistenza e pericolosità per la fede.
zionanni@libero.it
Risponde padre Paolo Dall'Oglio: «Caro lettore, le sono davvero grato per la sua critica, che accolgo come un caldo invito a un dialogo più approfondito su queste delicate questioni all'interno della Chiesa. Inoltre le propongo di impegnarci entrambi maggiormente nella preghiera chiedendo con insistenza e disponibilità che lo Spirito del Signore ci guidi tutti in questo tempo di grandi sfide interculturali e dunque interreligiose. Mi permetta solo di ricordarle che il Magistero della Chiesa è concorde nel riconoscere il fatto che i musulmani adorano con noi l'unico Dio di Abramo. È Allah in arabo, tanto per gli arabi cristiani come per i musulmani. Quanto alla prospettiva escatologica, non mettiamo limiti alla Provvidenza e proviamo a passare da identità esclusive a identità più evangelicamente dialoganti, senza danno per la Verità tutta intera. Suo in Cristo Gesù».
Sono un gesuita italiano dal 1971 a Monaco di Baviera, nella nostra facoltà filosofica. Da anni ricevo Popoli in omaggio, cosa di cui sono riconoscente. Nel numero di ottobre mi ha interessato in particolare l'articolo di padre Claudio Perani dal titolo: Latino e inculturazione: una voce dall'Amazzonia. Nelle sue riflessioni padre Perani scrive, tra l'altro, che «di fronte all'attuale pluralismo religioso [...] dobbiamo superare la prospettiva della conversione per entrare nella dinamica del dialogo, che scopre valori di salvezza in tutte le religioni, comprese quelle indigene [...] Le divisioni religiose non hanno molta importanza». Parlare di «superare la prospettiva della conversione» e optare (al posto di quella?) per il «dialogo» può avere molti e opposti significati. Sarebbe onesto precisare a quale tipo o modalità di conversione uno si oppone. Dopotutto - o meglio, prima di tutto - la conversione al suo annuncio è stato il comando che Gesù stesso ha lasciato ai suoi apostoli, un annuncio inteso come via al battesimo e da portare a tutte le nazioni fino alla fine del mondo. Perani sembra pensare che la fede cristiana sia un privilegio da lasciare alle vecchie culture europee ed eventualmente ai popoli extraeuropei, dopo che missionari poco illuminati hanno imposto la fede cristiana alle culture «indigene». Cosa del cui non-senso oggi noi ci saremmo resi conto, visto che «le divisioni religiose non hanno molta importanza ». Davvero? Credere in Gesù, Figlio di Dio e redentore di tutti gli uomini, sarebbe in fondo non molto diverso da ciò che credevano gli aztechi del Messico o gli antichi abitanti dell'Amazzonia? In tutte le religioni un uomo religioso troverebbe quelle verità e quei valori che gli permettono di affrontare le sfide personali e sociali di oggi e guardare con serenità e fiducia all'aldilà?
I problemi e le situazioni concrete nelle quali la Chiesa si trova rappresentano una sfida per ogni cattolico, e in particolare per i sacerdoti. I problemi e le mancanze della Chiesa del passato possiamo con buona pace lasciarli agli studiosi di storia e al giudizio e alla misericordia di Dio. Altrimenti si rischia di sostituire ai mali e agli errori del passato (se errori erano...) nuovi errori e nuovi mali. Uno di questi è indubbiamente l'idea che «le divisioni religiose non hanno molta importanza», idea il cui unico «valore» sta nell'essere moderna e nel venire propagandata da una cultura relativistica interessata a ben altro che alla verità, men che meno alla verità religiosa.
Quanto al Motu proprio di Benedetto XVI sulla messa in latino, con palese sufficienza padre Perani si domanda: «Dovremmo reintrodurre il latino? È evidente che questo non è il nostro problema». Ora, il Papa osserva nella sua lettera di accompagnamento al Motu proprio che «la liturgia secondo il nuovo messale in molti luoghi non è stata celebrata secondo le sue proprie norme, bensì considerata come un'autorizzazione, anzi un obbligo a una "creatività" la quale spesso ha condotto a intollerabili deformazioni della liturgia». Si tratta di una creatività nella quale troppo spesso la liturgia viene usata non tanto per l'adorazione e la lode di Dio, quanto perché la comunità celebri se stessa sulla base e in vista di idee e progetti di dubbia provenienza cristiana. Padre Perani può allora rendersi conto che qualcosa del Motu proprio riguarda anche i cattolici dell'Amazzonia.
Giovanni Sala S.I.
Monaco (Germania)
I toni di questa lettera ci sembrano in vari passaggi gratuitamente polemici e in più punti si fa dire all'autore dell'articolo «incriminato» cose che non c'erano nel testo. Detto questo, alcune delle cose che scrive padre Sala ci paiono condivisibili e certamente vi sono vari punti importanti che padre Perani non ha approfondito: ma come farlo in un articolo di una pagina? Tra i punti che non condividiamo, invece, c'è il modo sbrigativo con cui ci si vorrebbe liberare dalla responsabilità di una necessaria riflessione sugli errori commessi dalla Chiesa (o, se si preferisce, da uomini di Chiesa) nel passato. Lasciare la materia agli storici ci sembra una scorciatoia poco rispettosa della verità - più volte chiamata in causa proprio dal nostro lettore - e soprattutto assai poco evangelica. Come dimenticare del resto le numerose richieste di perdono a nome della Chiesa che Giovanni Paolo II ha avanzato durante il Giubileo del 2000?
Ma lasciamo la parola allo stesso padre Claudio Perani: «Ringrazio padre Giovanni Sala per il suo intervento che aiuta a chiarire alcune idee espresse nel mio articolo. Il tema dell'inculturazione è molto ampio e complesso e, certamente, non può essere approfondito in poche righe. Non era mia intenzione negare la necessità della conversione, ma rivedere il metodo dell'evangelizzazione. E quando affermavo che "le divisioni religiose non hanno molta importanza", ponevo la questione in relazione alla "sopravvivenza dell'umanità". Per quanto riguarda il Motu proprio, semplicemente ho riferito la ripercussione e l'eco che ha avuto qui in Brasile. Senza negare la necessità e opportunità di orientamenti universali, penso che questi debbano essere interpretati nella situazione concreta locale, come abitualmente fanno i nostri vescovi».
In questi tempi in cui va tanto di moda il «Vaffa» lanciato da Beppe Grillo, propongo un «va» impegnativo e positivo. Va a fare qualcosa di buono, va a lavorare per il bene comune, va a impegnarti per i più deboli, va a prenderti qualche responsabilità per migliorare questa società.
Va dentro la nostra società, nelle associazioni di volontariato sanitario e socio-assistenziale, dove si può fare qualcosa di utile per gli ammalati, per gli anziani non autosufficienti, per i disabili. Va nelle comunità di recupero dei tossicodipendenti. Va nelle associazioni di volontariato civile per salvaguardare l'ambiente e il territorio. Va e partecipa al movimento sindacale, dove ci si può impegnare per avere più sicurezza sul lavoro, più stabilità, più diritti. Va in associazioni che si impegnano per risolvere i problemi mondiali della povertà, della fame, per combattere le malattie e le guerre. Va in quelle associazioni che si impegnano, con grandi rischi, per battere la malavita organizzata, la mafia, il malaffare.
Va nei partiti per portare il tuo contributo di idee, proposte, impegno, e per prenderti qualche responsabilità. Va nell'informazione e formazione, per far crescere la cultura dell'onestà, del rispetto delle leggi e della persona. Va a fare tutto questo, sarà fatta buona e sana politica, perché la storia la costruiamo noi. La buona e bella politica si fa con impegno concreto, con passione, con intelligenza, con umiltà, con meno parolacce e più rispetto dell'altro.
Francesco Lena
Cenate Sopra (Bg)
Mattina di mercoledì 31 ottobre, prima edizione del notiziario di Canale 5. Si parla della presentazione del Rapporto Caritas sull'immigrazione, avvenuta il giorno prima. Seguo per lavoro questi temi e so che ogni anno la Caritas compie una lucida e ampia analisi dell'immigrazione nel nostro Paese, insistendo in particolare sugli aspetti positivi del fenomeno: l'apporto degli immigrati regolari alla nostra economia, la loro crescente integrazione sociale e culturale, il numero sempre maggiore di alunni stranieri nella scuola. Nel fare la rapida sintesi del Rapporto, la voce del giornalista si sofferma correttamente proprio su questi aspetti. Ma quali sono le immagini che accompagnano il servizio? Sbarchi di clandestini a Lampedusa, soccorsi ai naufraghi, operazioni di smistamento nei Centri di permanenza temporanea... E mi chiedo, un po' divertito e un po' amareggiato: fino a quando i nostri mass media saranno vittime di questa tendenza a considerare sempre e comunque l'immigrazione solo come un fenomeno di cronaca nera, di emergenza umanitaria, al massimo di solidarietà benefica?
Paolo Bettini
Roma