Identità - Differenza - gennaio 2008

Inchiesta
Mediatori, ponti sospesi

Menzionata in varie leggi, sempre più essenziale in scuole, ospedali, uffici pubblici, la figura del mediatore culturale non è regolamentata da un ordinamento organico né inquadrata in un albo professionale. Gli operatori si trovano così a lavorare senza norme né stipendi certi e senza percorsi formativi delineati. Viaggio in un mondo con molte prospettive e altrettante incertezze

A cura di Chiara Zappa

La loro vocazione è fare incontrare - e comprendere reciprocamente - mondi diversi. Traducono, spiegano, accompagnano: in una parola sono ponti viventi. I mediatori culturali in Italia sono migliaia. Nessuno sa esattamente quanti, perché ancora oggi, nel decimo compleanno della sua comparsa «ufficiale » nella legislazione italiana, questa figura è in balia di una deregulation quasi totale. A ricorrere a questi professionisti, spesso come a salvagenti nel mezzo di situazioni critiche, sono di volta in volta enti locali, cooperative, associazioni varie. Solo nel settore scolastico, il ministero dell'Istruzione stima la presenza di circa duemila media - tori su tutto il territorio nazionale. Ma, considerata la confusione esistente su questa figura professionale anche a livello istituzionale, sembra evidente che nessuno abbia ancora risposto in modo chiaro a una domanda centrale: chi sono i mediatori culturali?

LEGGI FUMOSE
La nostra legislazione li cita per la prima volta nella Legge n. 40 del 1998 e nel successivo Decreto legislativo n. 286 sempre del 1998, conosciuto come Testo unico sull'immigrazione. Li cita, appunto (a proposito dell'integrazione scolastica dei bambini stranieri), ma senza definirne esplicitamente identità e ruolo. Precisa solo un attributo, «qualificati », ma da chi, come e con quali obiettivi, resta un mistero. Tanto che il documento programmatico relativo alla politica di immigrazione e degli stranieri in Italia, approvato dal Dipartimento per gli Affari socia li per il triennio 2001-2003, pur chiarendo che il mediatore è una «figura "ponte" tra gli immigrati, portatori di una diversa cultura di origine e di specifiche esigenze, e il contesto dei servizi e delle istituzioni italiane», riconosce che «sembra necessaria una più precisa determinazione del ruolo e dell'ambito di intervento dei mediatori culturali, così come l'uniformazione secondo standard comuni del loro percorso formativo, oggi completamente delegato ai differenti orientamenti dei singoli enti che li formano e li utilizzano».
Nonostante le titubanze della normativa e la confusione che regna anche a livello terminologico - parole come «mediatore interculturale» o «facilitatore linguistico» vengono spesso usate come sinonimi -, già da tempo i mediatori operano con efficacia nella vita quotidiana del nostro Paese. Nei settori più disparati - dalla sanità alla pubblica amministrazione - e con ruoli molteplici.

NON SOLO EMERGENZA
Secondo un'indagine condotta nel 2003 dal Cisp (Comitato internazionale per lo sviluppo dei popoli) per conto del ministero del Welfare, l'indiscusso protagonista nell'avvio e nello sviluppo dei servizi di mediazione era il terzo settore, sia per la quantità di progetti (il 57% del totale) sia per l'esperienza accumulata. Coloro che vantavano più di dieci anni di lavoro provenivano nel 77% dei casi proprio dal privato sociale. L'indagine, condotta su oltre 700 progetti, rivelava inoltre che il servizio non aveva ancora superato il carattere emergenziale e sperimentale. A pochi anni di distanza, se il protagonismo del terzo settore resta evidente, è pur vero che qualche passo in avanti per superare l'approccio legato alla pura emergenza è stato compiuto, come dimostra anche il fatto che gli ambiti di intervento dei mediatori si stanno rapidamente ampliando per toccare settori nuovi, come quello dei servizi, delle imprese e delle banche, ma anche del carcere e della prevenzione della criminalità minorile.
«Sicuramente in questi anni tante cose sono cambiate - spiega Cecilia Monteiro, coordinatrice dell'Apimec, Associazione professionale italiana dei mediatori culturali, nata pochi mesi fa a Roma (dove i "facilitatori dell'incontro" sono oltre 500) -. I progetti sono aumentati e oggi molti enti pubblici hanno in organico figure di mediatori, dai municipi alle questure fino ai centri per l'impiego, mentre restano gli ambiti "storici" di intervento, come le scuole o i poliambulatori per stranieri temporaneamente presenti, dove le necessità legate alla comprensione linguistica e all'orientamento all'interno del sistema dei servizi restano altissime». Ma, per la Monteiro, anche qualcos'altro è cambiato: «Prima era molto difficile intervenire, c'era un pregiudizio tangibile nei nostri confronti perché la figura professionale era poco conosciuta e quindi non veniva accettata dagli altri operatori con cui dovevamo collaborare. Oggi, invece, la nostra presenza è vissuta con meno timore di "concorrenza". Insomma, sempre più contesti richiedono il nostro aiuto».
Anche lo Stato sembra aver deciso di investire con decisione in questo settore: dei 50 milioni di euro destinati a interventi per l'integrazione, parte andrà proprio a progetti di mediazione, mentre saranno tra i 40 e i 50 milioni di euro le risorse aggiuntive che il ministero dell'Istruzione destinerà all'integrazione scolastica dei ragazzi immigrati. Resta però una grossa questione: «Il profilo del mediatore non è ancora chiaro - spiega ancora Cecilia Monteiro -. Anche se il ministero della Solidarietà sociale sta cominciando a entrare nel merito del dibattito, organizzando incontri e tavole rotonde, a oggi non esiste un albo nazionale dei mediatori, né un iter formativo in qualche modo standardizzato ». Così il peso di questi «ponti viventi» all'interno dei progetti resta scarso e il loro trattamento (anche economico) varia arbitrariamente a seconda della buona volontà e degli umori dei soggetti che vi fanno ricorso (cooperative, onlus, enti vari). Per tutti questi motivi qualche mese fa è nata appunto l'Apimec, organismo sostenuto dal Colap (Coordinamento delle libere associazioni professionali) che punta «alla tutela e alla rappresentanza della nostra figura professionale: se per ora siamo un gruppo di mediatori, con alle spalle moltissima esperienza sul campo, tutti operanti nella zona di Roma, già adesso siamo in contatto e collaboriamo con singoli e associazioni di altre Regioni, mentre il nostro obiettivo è la creazione di una rete unica su tutto il territorio nazionale».

QUALE FORMAZIONE?
Un altro importante nodo da sciogliere è quello della formazione. Perché, se da un lato è in forte crescita il numero di corsi di laurea e master dedicati a questa professione, dall'altro proliferano anche iniziative estemporanee, legate a un determinato progetto, oppure corsi che pretendono di sviluppare competenze professionali con un monte ore limitatissimo. Una confusione non più sostenibile secondo Madisson Godoy, consigliere aggiunto per i Cittadini stranieri al Comune di Roma, dove, all'inizio del 2007, è nato, tra i primi in assoluto, un Registro pubblico dei mediatori interculturali. «Università ed enti di formazione devono promuovere una maggiore specificità», ha detto Godoy nel contesto della tavola rotonda promossa da Apimec sui primi dieci anni di esperienza lavorativa nel campo della mediazione. Godoy ha anche toccato la delicata questione delle pari opportunità di accesso alla professione. Questione al centro di un acceso dibattito scatenato dalla scelta - discutibile - del Comune di Roma di riservare l'accesso al proprio albo ai cittadini stranieri o agli immigrati che hanno ottenuto la cittadinanza italiana, escludendo quindi gli italiani di nascita, che pure affollano i molti corsi di formazione che stanno fiorendo in tutta Italia. «Non possiamo creare un ghetto professionale - ha detto Godoy -: anche gli italiani possono essere mediatori culturali, non possiamo non lavorare insieme». Le contraddizioni, su questo punto, sono molte e incrociate. Perché il rischio-discriminazione esiste - questa volta a parti invertite - anche nel contesto della formazione universitaria, che in molti casi è invece difficilmente accessibile ai cittadini di origine straniera. La direzione verso cui ci muoviamo inesorabilmente è quindi quella di creare mediatori di serie A e di serie B? «Assolutamente no - conclude Cecilia Monteiro -. Anche in questo caso la chiave è definire in modo chiaro che cosa si intende, in Italia, per "mediazione". Io credo che potremmo parlare di livelli diversi di mediazione. Da una parte, quando si tratta di intervenire per facilitare una comprensione tra persone di culture diverse, o tra una persona di origine straniera e un certo sistema sociale, è essenziale che il mediatore sia egli stesso uno straniero: sia perché conosce la cultura e l'area di provenienza di chi ha bisogno di aiuto, sia perché ha a sua volta alle spalle un'esperienza di percorso migratorio, che gli permette di comprendere certe dinamiche. Al contrario, quando siamo di fronte a interventi in cui la conoscenza profonda di un'altra cultura non è fondamentale, per esempio a livello macro- sociale, in progetti di integrazione, cooperazione internazionale o interscambio culturale, allora il mediatore può essere italiano».
Nel frattempo, c'è una categoria nuova che pian piano si sta facendo avanti. Una categoria che, in certi casi, è costituita da «mediatori di natura»: sono sempre più numerosi i giovani immigrati di seconda generazione che decidono di iscriversi ai corsi universitari dedicati a questa nuova figura professionale. Per loro, l'appar - tenenza a due mondi diversi - e la difficile integrazione tra questi due mondi - è esperienza di vita quotidiana. Se questi ragazzi riusciranno a superare i conflitti e le mille problematiche legati all'elaborazione di una nuova identità - e se saranno loro offerte le stesse opportunità garantite ai loro coetanei - allora forse ci troveremo di fronte al modello del «mediatore perfetto».

Parti madrelingua

Foto articolo: Parti madrelinguaDare alla luce un bimbo è una «grande impresa»: totalizzante, qualche volta destabilizzante. Figuriamoci darlo alla luce in un Paese straniero, con «rituali» sconosciuti, assistite da persone di cui spesso non si capisce nemmeno la lingua. «Molte donne immigrate sperimentano, oltre alla diffidenza nei propri confronti, la paura di affidare il proprio bambino a estranei, insieme a un intimo timore che il bambino stesso rischi di diventare un estraneo per loro: ecco perché la vicinanza di una mediatrice che permetta di affrontare con serenità e consapevolezza il percorso della gravidanza e il parto è importantissima». Ne è convinta Elena Gavazzi, presidente della cooperativa multiculturale Crinali, che da qualche anno collabora con gli ospedali milanesi San Carlo e San Paolo, dove sono stati attivati due centri di salute e ascolto destinati alle donne immigrate. Una scelta tutt'altro che casuale per Crinali, nata nel 1996 come associazione femminile e poi imbattutasi nelle necessità emergenti legate all'immigrazione: «Nel 2002 - ricorda la Gavazzi - ci siamo costituite in cooperativa e abbiamo formato un gruppo di mediatrici linguistico-culturali di varie nazionalità. Grazie a una convenzione con l'Asl, abbiamo cominciato a inserirle nei consultori familiari di Milano e provincia. L'idea di mettere in piedi due centri ospedalieri dedicati all'area materno-infantile ci è venuta poco dopo, come naturale proseguimento dell'impegno nei consultori, perché avevamo constatato come, negli ospedali, la presenza di migranti si concentrasse proprio nella ostetricia-ginecologia. Una circostanza che non sorprende, se è vero che l'anno scorso, a livello nazionale, la natalità tra le donne migranti è risultata doppia rispetto a quella delle donne italiane: 1,24 figli per ogni donna italiana, 2,41 per le straniere».

Ma che cosa offrono i due centri? «Prima di tutto accoglienza: qualunque donna può presentarsi, senza appuntamento, e trovare qualcuno preparato a parlarle e ad ascoltarla nella sua lingua: sono presenti mediatrici che parlano cinese, arabo, romeno e tagalog, la lingua delle Filippine, mentre altre sono disponibili a seconda delle necessità. La presenza stessa delle mediatrici, che non intervengono soltanto in situazioni di emergenza, ma sono inserite nel servizio come operatrici a tutti gli effetti, è un segnale forte di accoglienza per le donne, che si sentono accettate per quello che sono, percepiscono di potersi fidare e di poter esprimere le proprie esigenze e difficoltà ». Dopo il colloquio di accoglienza, si cerca di organizzare le prestazioni a seconda dei bisogni: «Si fissano gli appuntamenti con la ginecologa, l'ostetrica, eventualmente con la psicologa e l'assistente sociale. Il filo conduttore è accogliere ogni persona con la sua cultura, ma anche portarla a fare i passi necessari perché possa a sua volta accogliere la nostra: l'obiettivo è non rinunciare alle prassi e ai protocolli previsti, ma traghettare le donne verso la comprensione di tali prassi». Per farlo, le operatrici di Crinali non restano solo tra le mura dei due centri: «Le nostre mediatrici partecipano a corsi per donne straniere organizzati nei reparti di ostetricia: "percorsi nascita", che comprendono una preparazione al parto ma anche alcuni momenti post partum, per non abbandonare le neo-mamme in un momento così delicato».

© FCSF - Popoli
 

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