«Una cosa come questa non poteva succedere che qui, in via Padova. Mi occupo praticamente da sempre di musica etnica, ma l'idea di fondare un'orchestra multietnica mi è venuta quando mi sono trasferito nel quartiere, quando mi sono ritrovato quotidianamente immerso in questa diversità ». A raccontare è Massimo Latronico, musicista di origini lucane, come ama specificare, e oggi anche direttore dell'Orchestra di via Padova, centro nevralgico di uno dei quartieri milanesi con la più alta densità, e varietà, di popolazione immigrata. «È accaduto in maniera abbastanza naturale. Non abbiamo fatto nessuna audizione: è bastato spargere la voce, mettere in moto il passaparola e attivare la rete di contatti che si è creata in venti anni di lavoro ». La gestazione però è stata lunga. C'è voluto un anno per arrivare al primo concerto pubblico, nell'ottobre 2006, ma alla fine è nata l'Orchestra di via Padova: una quindicina di musicisti di ogni età, formazione, esperienza, provenienza. Da poco ha festeggiato il primo compleanno.
Un patchwork che ha gli occhi da cerbiatto di Kristina Mircovic, violinista serba; la potenza vocale di Tatjana Zazuliak, cantante ucraina; il mood nostalgico di Kostantino Vorniku, fisarmonicista moldavo; l'allegria di Yamil Castello Otero, percussionista cubano; la spiritualità di Aziz Riahi, cantante e violoncellista marocchino; l'energia irrefrenabile di Traorè Abdul Kadar, percussionista del Burkina Faso. Da tanto multiforme talento avrebbe potuto venire fuori caos e disarmonia. E invece l'esperimento funziona: il gruppo tiene.
UN'ANIMA COMPLESSA
«Durante le prove sembra che tutto si regga in piedi a malapena, che tutto sia tenuto insieme da fili sottilissimi - confida Massimo -, poi però durante lo spettacolo ogni cosa va al suo posto; l'orchestra tira fuori la sua fortissima personalità». Una personalità che è fatta delle storie di tutti i suoi elementi. Storie di viaggi, di successi, di fatiche, di distacchi, di nostalgia, di voglia di riuscire e soprattutto di capacità di mettersi in gioco. È questo il segreto di un'orchestra così: «Ognuno dà con generosità ciò che ha da offrire e nello stesso tempo deve saper fare un passo indietro. Per appartenere a una banda multietnica come questa bisogna aver raggiunto una grande maturità musicale», spiega ancora Latronico. Maturità, non virtuosismo. Non soltanto almeno. Non si sceglie di far parte dell'Orchestra di via Padova per lustrare l'ego. Il talento è messo al servizio del progetto musicale, della ricerca della strada migliore per una contaminazione «sostenibile», che salvaguarda l'identità originale e mette in moto processi nuovi. Che lo si voglia o no, oggi è questo il suono che sale dai quartieri delle nostre città, dai «bassi» delle nostre metropoli.
Traorè Abdul Kadar, ultima generazione di una grande famiglia di artisti del Burkina Faso, è stato tra i primi a unirsi al progetto di Massimo, a farlo suo. Abdul ha il dialogo interculturale nel sangue: «In Burkina ci sono 62 etnie diverse e ciascuna ha la sua lingua, la sua musica, i suoi strumenti musicali: confrontarmi con la diversità per me è un atteggiamento naturale. La musica mi ha aperto la testa. Mia nonna, che faceva la cantante, ci sgridava dicendo che noi giovani eravamo poco aperti, che eravamo una generazione pigra, lenta. Indirettamente, è lei che mi ha spronato in quest'avventura. Appena Massimo me ne ha parlato ho accettato, il suo sogno è da sempre anche il mio sogno».
Accettare che la musica del proprio Paese, la musica in cui si è nati, verso la quale il legame di ogni musicista è molto forte, venga reinterpretata da altri, magari anche un po' snaturata, secondo i canoni musicali tradizionali, non è cosa da poco. Significa rinunciare ad alcune delle proprie convinzioni musicali più radicate. Significa integrare; fare un quotidiano e intimo esercizio di integrazione. Esercizio che non si conclude in sé, ma che si comunica agli altri nei concerti come modello praticabile. È grazie a questa disponibilità che si creano momenti molto significativi, anche sul piano simbolico, come quando Massimo e Aziz si sono trovati a provare una musica di tradizione yiddish e Aziz, trascinato da un ritmo che riconosceva come proprio, ha cominciato a cantare su quella melodia, improvvisando un testo che racconta un rapporto molto personale con la musica, una relazione viva, fatta anche di litigi, delusioni e riavvicinamenti: quasi si trattasse di un essere umano. Così, note antiche, da tempo in attesa delle parole giuste, le hanno finalmente trovate: e sono arabe. Un'ode alla musica e un messaggio di pace: Meron Nigun adesso è parte del repertorio che l'Orchestra di via Padova presenta nei suoi concerti in giro per l'Italia.
PER LAVORO E PER PIACERE
Figlio di un insegnante di francese, Aziz ha cominciato a suonare a sei anni e non ha più smesso, nonostante il parere contrario della famiglia ed è arrivato fino in Italia per riuscire a fondare il suo gruppo di musica tradizionale marocchina, Allayali, insieme ad altri 5 musicisti: tutti italiani. «È stata - ricorda - davvero una grandissima sorpresa e una gioia incontrare dei musicisti italiani che conoscevano così bene la cultura musicale marocchina, le nostre tradizioni, e che erano così appassionati e competenti. Non l'avrei mai creduto possibile».
Tra loro c'è chi riesce a vivere di musica, grazie ai concerti, alle tournée anche all'estero con altri gruppi musicali, all'insegnamento o alle serate da dee-jay; altri si mantengono facendo più lavori, coniugando la passione per la musica con mestieri faticosi, i tempi delle prove - in posti sempre diversi, lontani e scomodi - con le esigenze della famiglia, ma per gli uni come per gli altri l'orchestra rappresenta il piacere di ritrovare se stessi, di dimostrare il proprio valore, di mostrarsi agli altri, a noi, spettatori italiani, per quello che si è veramente. Un progetto artistico e sociale insieme, che punta a dare diritto di cittadinanza portando alla ribalta, finalmente, una ricchezza troppo spesso misconosciuta o mortificata.
«Questa orchestra è un momento della mia vita e io sono un momento di quest'orchestra», dice Kristina Mircovic, con la chiarezza di vedute che si ha solo a venticinque anni. Diplomata in violino all'accademia di Novi Sad, figlia di un fisarmonicista, nipote di un chitarrista e pronipote di un violoncellista e liutaio, Kristina sa che la sua strada è la musica. «Nel gruppo sono la più giovane, ma la cosa non mi imbarazza: nella musica quello che conta è il talento, non l'età. Se sei bravo ti rispettano tutti». Lei brava lo è senz'altro, anche se, ammette, deve imparare a lasciarsi andare di più. Imparare a vivere la musica alla cubana.
«Quello che mi manca della mia terra, paradossalmente, è proprio la musica », ammette Yamil Castello Otero, percussionista, figlio del fondatore del Consunto Folklorico Nacional de Cuba, in Italia da 14 anni. «A Cuba la musica si fa ovunque, ed è sempre dal vivo, è sempre in mezzo agli altri, con gli altri», nasce da una relazione, da uno scambio, da uno sguardo, da un desiderio improvviso e comune. «Come si fa a suonare su una base registrata? - si domanda esterrefatto Yamil - Come è possibile che un musicista professionista non sappia suonare se non ha lo spartito davanti agli occhi? Eppure qui mi è capitato di vederlo. Non capisco: l'improvvisazione è il cuore della musica, è la musica che sgorga da dentro, è il suono che hai dentro di te».
Kristina ha buoni maestri, insomma. Di suo nell'orchestra, oltre al talento, ha da mettere una grinta e una determinazione sorprendenti. «È la musica che mi ha aiutata ad inserirmi qui in Italia, non l'università. La musica mi ha aiutata a trovare dei veri amici. La musica mi dà da mangiare. Chissà quale sarà il mio futuro, quello che so per certo è che la musica non mi deluderà mai».
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