Un sabato al Giambellino, periferia sud di Milano. Il quartiere è pieno di volantini, comparsi la mattina, che invitano a una manifestazione contro gli «zingari» nel pomeriggio. Non sono firmati. Chiamo qualche amico con cui ho l'abitudine di fare ricerca etnografica, attento alle dimensioni politiche e morali delle mobilitazioni. Andiamo in quattro. La manifestazione è diretta a un edificio in disuso delle Ferrovie dello Stato in cui hanno trovato rifugio una sessantina di persone. Un edificio in parte aperto, dentro cui piove e senza fognature, in una grande area desolata.
I manifestanti sono almeno 800, tutti del quartiere. Non pochi per una manifestazione convocata la mattina per il pomeriggio. Non pochi per un quartiere tradizional mente orientato a sinistra e in cui non si registrano aumenti dei reati contro il patrimonio. Non pochi: anzi, davvero tanti. Ci confondiamo con loro, ci fermiamo ad ascoltare, a tentare di capire. Ci sono alcune teste rasate, nazisti di cultura e di immaginario, infastiditi dal fatto di non poter passare subito all'azione (lo faranno verso la fine). Ma la maggior parte delle persone sono brava gente, soprattutto anziani con cagnolino e/o nipotino. Anche molte coppie giovani. Tre cose mi colpiscono in questa forma di azione collettiva. In primo luogo, nessuno dei partecipanti pensa che si possa parlare con le donne e gli uomini contro cui si manifesta. Nessuno prova a immaginare luoghi in cui si possano spiegare e capire le ragioni rispettive. Guardo le persone circondate dai manifestanti: sono terrorizzate, attente a proteggere i propri figli, difese solo dalla polizia.
In secondo luogo, nel corso della manifestazione sento più volte parlare di comportamenti criminali dei rom. Comportamenti di cui si è sentito parlare, ma che non si sono subiti. Comportamenti le cui motivazioni vengono ricondotte a ragioni biologiche: «Sono così perché sono così». Tautologie di matrice eugenetica. In terzo luogo, mi colpiscono gli slogan contro i preti. Solo contro i preti, non contro la politica. Innanzitutto contro don Gino, prete del Giambellino e cappellano del carcere minorile, da sempre attento ai diritti di tutti, anche degli ultimi. Poi contro don Massimo e don Virginio, che hanno una storia visibile di accoglienza verso alcuni rom (e non solo). Ma anche contro don Roberto. Questo mi colpisce molto. Don Roberto è un prete da anni coinvolto in progetti di solidarietà, soprattutto con anziani e disoccupati, in un altro quartiere di Milano. Non è un prete con una storia di solidarietà nei confronti degli «zingari»: la sua unica «colpa» è stata quella di non cacciare alcune famiglie rom che per un certo periodo avevano trovato rifugio vicino alla sua parrocchia, anni prima. Un peccato che non gli è stato perdonato.
Mi chiedo spesso cosa spinga le persone verso tutto questo odio. Conosco le risposte dei sociologi, che evidenziano il senso di insicurezza sociale provocato dall'inadeguatezza dei sistemi di welfare e dalla precarizzazione delle condizioni di vita. Conosco le risposte dei politologi, che osservano il comporta - mento spregiudicato degli imprenditori politici della paura e misurano il successo montante che riscuotono a destra come nel centro-sinistra. Eppure le loro analisi non mi bastano. Prendo sul serio le ragioni espresse da queste persone che manifestano. Si lamentano più dei gesti di solidarietà nei confronti dei baraccati che dei furti che avrebbero subito (o di cui sarebbero a conoscenza).
Credo che la fenomenologia profonda di questa ostilità non sia ancora ben compresa. Verso i rom c'è un'ostilità su basi etno-biologiche. Sono considerati poveri immeritevoli, un popolo immeritevole. Viene detto che non meritano solidarietà e non la meritano data la loro «natura». Questo si chiama razzismo. Razzismo, non paura del diverso. Razzismo, non xenofobia. Da capire, certo. Da riconoscere, non da assecondare, anche se velatamente. Perché il razzismo rende la brave gente crudele. Espelle alcuni esseri umani dalla comune umanità. E tutto diviene possibile. Perché il razzismo è una forma di dominazione, che passa sempre attraverso un meccanismo: la colpevolizzazione delle vittime. Non lo dicono forse tutti che gli «zingari» se la vanno proprio a cercare?
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