Un lungo viaggio interiore, travagliato e affascinante, che dalla quiete di un monastero ha aperto vie di incontro tra fedi diverse. È uno dei lasciti più significativi di Thomas Merton (1915- 1968), nato in Francia ma subito trasferitosi negli Stati Uniti, monaco, scrittore, poeta, uomo di pace e del dialogo. Egli ha percorso in anticipo cammini preziosi per il nostro tempo, minacciato dal conflitto delle civiltà e delle religioni.
Nella sua Lettera sulla vita contemplativa indirizzata agli uomini del mondo, scrive: «Fratello, forse nella mia solitudine sono diventato, per così dire un esploratore per te, un viandante di regni che tu non sei in grado di visitare. Sono stato chiamato a esplorare un'area deserta del cuore umano in cui non bastano più le spiegazioni e in cui uno impara che solo l'esperienza conta».
SPIRITO INQUIETO
Figlio di madre americana e padre neozelandese, Merton trascorre l'infanzia e la giovinezza tra Francia, Inghilterra e Stati Uniti. Inquieto e curioso, passa attraverso diverse esperienze affettive, culturali e politiche, e a 23 anni diventa cattolico. Inizia così una nuova ricerca per scoprire la propria vocazione, che nel 1941, lo porta ad abbandonare l'insegnamento della letteratura e i progetti di diventare scrittore per entrare nell'abbazia trappista di Nostra Signora di Gethsemani, nel Kentucky (Usa). Agli occhi di Merton - che ha visto le conseguenze della grande depressione e del razzismo, l'affermarsi dei totalitarismi in Europa e l'inizio della Seconda guerra mondiale - il monastero è una sorta di «città perfetta » governata dalla fede, alternativa ai mali di una società materialista, ingiusta e violenta. I severi ritmi monastici, che alternano lavoro, liturgia e digiuno, gli sembrano la via migliore per incontrare Dio, fuggendo dal suo vecchio «io» e dalla società. Afferma di avere un solo desiderio: «la solitudine, scomparire in Dio, essere sommerso nella Sua pace, perdermi nel segreto del Suo volto». L'abate, però, scoperta la passione di Merton e le sue doti di scrittore, lo incoraggia a metterle al servizio del monastero. Egli inizia così una produzione vastissima: una cinquantina di libri oltre ai diari, le raccolte di lettere e i manoscritti delle sue lezioni ai novizi. Fino alla metà degli anni Cinquanta scrive prevalentemente opere devozionali e teologiche nello stile di un propagandista del monachesimo. Ad appena 33 anni pubblica un'autobiografia spirituale di grande successo, La montagna dalle sette balze, che lo rende una delle voci cattoliche più conosciute d'America. Progressivamente, però, in Merton cresce l'insoddisfazione per la vita trappista di allora, un susseguirsi quasi militaresco di cerimonie alternate a un'intensa attività lavorativa. Gli mancano la quiete, la contemplazione e la solitudine che ritiene essenziali per un'autentica esperienza monastica e contemporaneamente desidera allargare i propri orizzonti. Non riesce a passare a un altro ordine, ma ottiene spazi di preghiera solitaria sempre più ampi rimanendo dentro l'abbazia, ma da eremita.
ECUMENISMO E PACIFISMO
Intanto, intesse fitte relazioni epistolari con esponenti della cultura e della fede, tra i quali Dorothy Day, Jacques Maritain, Boris Pasternak, Erich Fromm, Ernesto Cardenal. Stabilisce contatti informali con gruppi di battisti, metodisti, discepoli di Cristo ed episcopaliani che soggiornano presso l'abbazia per incontri ecumenici. Riceve anche visite di non cristiani, come il rabbino Abraham Heschel, lo studioso di taoismo John C.H. Wu e l'esperto di zen Daisetz P. Suzuki.
L'intensificarsi dell'esperienza spirituale lo porta a una maggiore attenzione alle vicende della società. Al termine degli anni Cinquanta negli Usa prende forza il movimento per i diritti civili e si fa sempre più intenso il timore di una guerra nucleare. Merton si convince che le intuizioni scaturite dalla preghiera possono diventare un richiamo per un mondo diviso che rischia l'autodistruzione. Nella sua visione il monaco diventa una sorta di sentinella che, in un'età di violenza, si ritira da tutti per mettersi al loro servizio e segnalare ciò che i condizionamenti sociali e culturali impediscono di vedere. Se tenesse per sé le proprie scoperte, sarebbe un testimone colpevole: «Adottare una vita che è in essenza non assertiva, nonviolenta, una vita di umiltà e pace è in sé un dichiarare la propria posizione... È mia intenzione rendere la mia vita intera un rifiutare, un protestare contro i crimini e le ingiustizie della guerra e della tirannia politica che minacciano tutta la razza umana, e con essa il mondo. Mediante la vita monastica e i voti, io dico «no» a tutti i campi di concentramento, i bombardamenti aerei, i processi politici messi in scena, gli omicidi giudiziari, le ingiustizie razziali, le tirannie economiche e l'intero apparato socio-economico che sembra essere stato messo in moto per null'altro se non la distruzione globale». Merton diventa una voce importante del pacifismo e cerca di comunicare anche con non credenti e non cristiani, intellettuali, artisti, persone in ricerca. Ritiene infatti necessaria la collaborazione di tutti gli uomini di buona volontà. Inoltre sente la necessità di entrare in comunione con altre fedi, perché sente di poter apprendere da esse nuove vie di incontro con Dio arricchendo la propria identità cristiana. Più si ritira nella vita eremitica, più si dilata la sua apertura verso universi nuovi. Anticipa così le prospettive di dialogo aperte dal Concilio Vaticano II. Giovanni XXIII e Paolo VI lo incoraggiano, ma il suo ordine lo sottopone a censure e restrizioni.
Viaggio, ricerca, così come dubbio e inquietudine, sono termini adatti a descrivere l'esperienza di Merton che ha toccato e ispirato milioni di persone. «La mia voce è semplicemente quella di un uomo che si interroga, che, come tutti i suoi fratelli, lotta per fronteggiare un'esistenza agitata, sconcertante, massacrante, appassionante, deludente, confusa: un'esistenza in cui nulla è veramente prevedibile, in cui tutte le definizioni, le spiegazioni e le giustificazioni sono superate ancor prima di essere espresse».
Merton ha esplorato le altre religioni, seminando le sue intuizioni in una gran quantità di scritti. Per lui il dialogo è stato una ricerca spirituale, non una teoria. Ha approfondito lo yoga, il buddhismo tibetano e indiano. Ha anche studiato la filosofia induista, commentato la Bhagavad Gita, ha scritto sulla non-violenza di Gandhi e pubblicato una parafrasi di testi del taoismo cinese di Chuang Tzu.
Nel 1968 gli viene consentito di visitare l'Asia, dove ha modo di conoscere anche il Dalai Lama. Il 10 dicembre muore per un incidente domestico mentre si trova a Bangkok.
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