Jrs - gennaio 2008
Il Jesuit refugee service (Servizio dei gesuiti per i rifugiati), dal 1981 si prende cura dei rifugiati in tutto il mondo. In questa rubrica storie, testimonianze, voci di chi è costretto a lasciare la propria patria, raccolte dalla Fondazione Astalli di Roma (sede italiana del Jrs).

Silenzio, parla Rose

Un'esperienza di violenza e fuga, raccontata ai ragazzi di una scuola da chi l'ha vissuta in prima persona. Un modo coraggioso per far conoscere agli studenti le storie di chi ci chiede protezione

Sono una rifugiata congolese in Italia da cinque anni. Da tre collaboro con la Fondazione Astalli al progetto per le scuole superiori «Finestre - Nei panni dei rifugiati». Raccontare ciò che accade nel mio Paese è un modo per rielaborare la mia vicenda personale e aiutare i miei connazionali rimasti là. All'inizio ero un po' spaventata: il mio italiano non è perfetto e mi fa ancora male raccontare quello che ho vissuto, ma al Centro Astalli sono stati bravi a rassicurarmi e a prepararmi.

Ricordo la mattina del primo incontro; mi ripetevo: «Non ce la farò mai, non ricordo neanche una parola d'italiano». Entriamo in classe. L'operatrice del Centro Astalli parla di rifugiati, leggi, diritti umani, guerre dimenticate. Poi tocca a me, i ragazzi mi guardano in silenzio: «Sono Rose, ho 27 anni e sono una vittima di tortura; sono una vittima della guerra nel mio Paese, che si chiama Repubblica Democratica del Congo, ma che di democratico ha ben poco».

Le parole escono da sole, una sensazione mai provata: i ragazzi mi osservano, di certo non hanno mai ascoltato una storia come la mia. Con voce salda racconto del mio arresto, avvenuto pochi giorni dopo una manifestazione studentesca all'università. I militari in borghese sono arrivati a casa mia. Mi hanno fatta uscire con una scusa. Due uomini mi hanno presa per le spalle, un altro mi ha messo un fazzoletto in bocca e me lo ha spinto giù fino in gola; mi hanno bendata, spinta dentro un'auto e si sono seduti sopra di me, per immobilizzarmi.

«Avevo paura, erano sette uomini, tutti enormi. È stato molto difficile...». Mi sembra di essere imperturbabile, quasi di ghiaccio. Parlo lentamente, lo sguardo fisso su un punto lontano. «Quante volte ho pregato il Signore di farmi morire! Ogni volta che un militare entrava nella mia cella con l'intenzione di abusare di me, e io rifiutavo, lui cominciava a bastonarmi sulla schiena, a prendermi a calci, a sputarmi in faccia. Non volevo più vivere, volevo diventare una martire del mio Paese».

Solo quando finisco mi rendo conto di aver parlato per quaranta minuti. I ragazzi, la solita «classe impossibile» a detta della loro insegnante, sono immobili, ammutoliti. Qualche ragazza si commuove.

Usciamo dalla scuola e prendiamo l'autobus. L'operatrice tace, anche lei commossa, ma guardando la sua faccia turbata scoppio in una risata liberatoria: è come se per la prima volta potessi condividere il mio dolore con qualcun altro. Oggi capisco che raccontare la mia storia ad altre persone mi aiuta a non dimenticare certi particolari, certi volti. E mi piace pensare che, anche grazie a me, i giovani italiani capiranno il valore dell'accoglienza di chi scappa, in cerca di protezione.


Fondazione Astalli
Jrs Italia

© FCSF - Popoli

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