Le persone senza dimora si trovano a vivere per strada per i motivi più diversi. Il numero di chi vive questa condizione è aumentato, e sta aumentando, in modo preoccupante in tutti i Paesi a economia avanzata. Non avere dimora significa non solo non avere una casa, ma, soprattutto, non avere tutto quello che sta dentro e fuori la casa e che riguarda il vivere quotidiano, le relazioni significative, gli affetti, un lavoro e la possibilità di avere cura di sé. La strada non si sceglie mai, anche se a volte fa soffrire meno dire che la si è scelta piuttosto che ammettere di non avere alternative. Una spiegazione, questa, più comoda e rassicurante anche per chi in strada non vive e respinge, così, le domande che queste storie pongono alla nostra vita e al nostro mondo.
L'associazione San Marcellino di Genova ha elaborato una metodologia d'inter - vento con le persone senza dimora che mira a promuovere la dignità umana e a costruire, assieme alla persona, percorsi che ne migliorino la qualità della vita. Il progetto si compone di un rilevante numero di servizi: un centro di ascolto, tre accoglienze notturne per uomini, una per donne, due comunità, quindici alloggi assistiti, cinque laboratori per l'educazione al lavoro, due piccole mense, due centri diurni, attività di animazione sociale, culturale, studio, ecc. Tutto questo è realizzato, per quanto possibile, in rete con altre realtà cittadine, italiane ed europee. Queste risposte mirano, attraverso un percorso personalizzato, a far sì che ognuno possa sentirsi accolto e riconosciuto. L'associazione si avvale di personale qualificato e di circa cinquecento volontari, che contribuiscono alla realizzazione dei servizi con uno stile che favorisce la partecipazione di tutti e che, andando oltre la realizzazione di risposte al disagio, cerca di coinvolgere le persone nel lasciarsi cambiare dall'incontro con l'altro.
Crediamo che il potenziale di cambiamento insito nell'incontro con la sofferenza debba accedere a un piano culturale che coinvolga la società civile. Questo è forse l'unico modo per impedire che il nostro lavoro si riduca alla sola funzione di controllo sociale e per promuovere una comunità coesa, che «tenga dentro», che produca appartenenza. Per questo proponiamo attività culturali diversificate, per offrire luoghi di incontro e approfondimento sulle domande che la sofferenza umana ci pone. Ci sembra importante essere sempre più presenti anche sul fronte formativo, mettendo a disposizione degli operatori sociali la nostra esperienza e quella di chi lavora in rete con noi. Inoltre ci sforziamo di essere presenti in quegli ambiti nei quali può essere utile un contributo alla riflessione e alla ricerca in campo sociale, cercando anche il confronto con le istituzioni e i politici, nell'intento di promuovere una comunità che metta, nella prassi, sempre più al centro la persona.