Se volete capire la «globalizzazione», fatevi ricoverare. Ad esempio, al Policlinico Umberto I di Roma, o al Niguarda di Milano, dove gran parte degli infermieri che governano le corsie e si occupano di ciò che abbiamo di più caro - la salute - sono stranieri.
In Italia, non sono solo le aziende metalmeccaniche a stare in piedi grazie alla manodopera immigrata. È la stessa sanità pubblica ad aver bisogno, come di una medicina, di professionisti stranieri. Sono almeno 20mila gli infermieri non italiani che lavorano in ospedali e case di cura del nostro Paese, quasi il 6% del totale. E non sono sufficienti: l'Ocse (Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico), stima una presenza in Italia di 5,4 infermieri ogni mille abitanti; decisamente sotto il livello del 6,9 per mille proprio dei Paesi industrializzati. Per far marciare a regime il nostro sistema sanitario, insomma, mancherebbero all'appello almeno 50mila infermieri. Che l'Italia cerca di recuperare attraverso la formazione universitaria (ancora del tutto insufficiente, per numeri) e il «reclutamento» all'estero. La posta in gioco è alta: malati che hanno urgente bisogno di cure adeguate, ma anche appalti milionari indetti dalle Asl, che fanno gola a cooperative e agenzie che forniscono lavoro.
Due fatti di cronaca dello scorso novembre sono esempi calzanti di come questa sete di personale immigrato non sia priva di ambiguità: a Brescia e a Forlì 190 immigrati sono stati denunciati per «esercizio abusivo della professione infermieristica». «Abbiamo scoperto due agenzie di lavoro interinale attive in tutt'Italia con gli stessi metodi illegali - racconta Pierfrancesco Bertini, capitano della Guardia di Finanza di Cesena e responsabile delle indagini -. Le due agenzie operavano proponendo posti da infermiere a immigrati provvisti di permesso di soggiorno ma non abilitati alla professione: 185 di loro vantavano un titolo professionale acquisito all'estero, senza però avere ottenuto l'iscrizione all'albo di categoria italiano; in cinque casi, poi, il reato era più grave, trattandosi di immigrati privi di un qualsiasi diploma infermieristico. Le case di cura private che li avevano assunti si sono costituite parte lesa».
SQUILIBRI GLOBALI
La vicenda di questi 190 «sedicenti» infermieri è il bandolo di una matassa piena di nodi: cooperative spregiudicate che sfruttano lavoratori stranieri, paramedici immigrati che partono per l'Italia cercando un lavoro sicuro e vengono minacciati o ricattati. Ma rappresenta soprattutto il lato delinquenziale di un'invisibile e dolorosa «trasfusione» di personale sanitario dal Sud al Nord del mondo. Un salasso di professionalità che, anno dopo anno, si sta perpetrando ai danni dei Paesi più poveri.
L'Organizzazione mondiale della sanità (Oms) individua, come garanzia per il funzionamento dei sistemi sanitari nazionali, il rapporto minimo di 100 infermieri ogni 100mila abitanti. Molti Paesi poveri non si sognano neanche lontanamente di raggiungere un simile traguardo: in Uganda, Liberia e Repubblica Centrafricana, ad esempio, si contano meno di 10 infermieri ogni 100mila abitanti; all'estremo opposto, Finlandia e Norvegia possono contare su 2mila infermieri ogni 100mila abitanti. In generale, la media europea è almeno dieci volte superiore a quella di Africa e Asia sud-orientale.
E questa disparità «sanitaria» aumenta. Il Rapporto sullo stato del mondo 2006 dell'Onu denuncia l'esodo di circa 20mila emigrati «qualificati», tra medici e infermieri, dall'Africa verso il Nord del mondo. Abbandonano i propri Paesi in cerca di migliori condizioni di lavoro, lasciando però sguarnita la prima linea della loro malandata sanità. Per poter ridurre la mortalità materna e infantile entro il 2015 secondo quanto stabilito dai cosiddetti «Obiettivi del millennio», l'Africa sub-sahariana avrebbe bisogno di almeno un milione di operatori sanitari in più, di cui 620mila infermieri. E il problema non è solo africano. In Giamaica e a Trinidad e Tobago, nel 2003, la carenza di infermieri era calcolata tra il 53 e il 58% di quelli esistenti. Nello stesso anno, l'85% delle infermiere filippine lavorava all'estero.
Si osserva poi una sorta di effetto-domino: l'infermiere di un Paese più povero va a curare i malati di un Paese più ricco, e il suo posto in patria lo prende un infermiere che viene da un Paese ancora più povero. Qualcuno ricorderà, ad esempio, la vicenda delle infermiere bulgare, prima condannate a morte e poi liberate, detenute in Libia con l'accusa di aver diffuso l'Aids tra la popolazione. Si trovavano a Bengasi perché da molti anni gli infermieri bulgari si recano in Libia, dove gli stipendi sono molto più alti di quelli percepiti in gran parte dei Paesi dell'Est. Durante le missioni all'estero, di solito biennali, è possibile guadagnare la somma necessaria per acquistare un appartamento in Bulgaria. Allo stesso modo le infermiere romene vengono in Italia, lasciando sguarnite le corsie degli ospedali di Bucarest. Che vengono però occupate dalle colleghe moldave, per le quali lo stipendio romeno è molto più allettante di quello percepito in patria. Secondo lo stesso principio le infermiere polacche vanno a lavorare in Germania; e le infermiere ucraine si spostano in Polonia.
Per tutte, la sirena delle migliori condizioni di lavoro e degli stipendi più alti ha un fascino irresistibile. E incessante: secondo l'Oms, nel 2008 la Gran Bretagna avrà bisogno di 250mila infermieri in più rispetto a dieci anni fa; entro il 2020 gli Stati Uniti avranno bisogno di un altro milione di infermieri; entro il 2010 Canada e Australia dovranno reperire rispettivamente 78mila e 40mila nuovi infermieri.
RAGAZZE DELL'EST
Anche l'Italia è tra i Paesi che richiedono al Sud del mondo schiere di personale sanitario specializzato. La necessità è così radicata che la cosiddetta Bossi-Fini, la legge sull'immigrazione in vigore, prevede un canale d'ingresso preferenziale, creato «ad hoc» proprio per gli infermieri. La legge inserisce gli infermieri in una categoria di stranieri privilegiata, classificandoli tra i cosiddetti «fuori quota» (come i calciatori super-pagati e i manager delle aziende giapponesi): immigrati, cioè, considerati fondamentali per il funzionamento del sistema-Italia e che, per questo, godono della prerogativa di ottenere il permesso di soggiorno senza sottostare alle incerte procedure del decreto flussi annuale.
In pochi anni questo canale privilegiato ha portato in Italia 20mila infermieri, suddivisi in 13mila comunitari o neo-comunitari (romeni e polacchi compresi) e circa 7mila extracomunitari. Più numerosi nelle regioni del Nord rispetto a quelle del Sud, a volte raggiungono quote importanti, come a Trieste, dove il 10% degli infermieri sono di nazionalità slovena; o in grandi strutture private, come nell'ospedale San Raffaele di Milano, che conta il 18% di infermieri non italiani. «Abbiamo infermieri brasiliani, polacchi, romeni, filippini e indiani. Anche qualcuno dall'Africa - racconta Daniel Di Virgilio, 43 anni, lui stesso straniero, per la precisione argentino, infermiere dirigente del San Raffaele -. Alcuni hanno una formazione molto avanzata, come quelli provenienti da Spagna, Polonia, Francia e dai Paesi latinoamericani, dove il ciclo di studi specializzati è di minimo cinque anni».
«Quello che mi piace del lavoro è il contatto umano - spiega Patricia Melgarejo, peruviana, infermiera di reparto al Don Gnocchi di Milano, istituto che conta il 12% di personale straniero -, in particolare con i pazienti più anziani. Il sistema sanitario italiano è buono. Qui tutti possono avere un'assistenza. In Perù invece è garantito solo chi ha i soldi».
Ewa Wisocka, polacca in Italia da vent'anni, ha fatto carriera: è la coordinatrice infermieristica del dipartimento cardio-toraco-vascolare del San Raffaele; organizza il lavoro di più di 200 colleghi. «Quando sono arrivata in Italia avevo già un diploma polacco. All'inizio lavoravo in cooperativa, a Roma, nell'ambito della dialisi per i pazienti anziani. Poi mi sono laureata alla Sapienza di Roma e sono venuta a Milano. La conoscenza della lingua è uno dei maggiori problemi per gli infermieri stranieri. Vedo però che già dopo i primi sei mesi di lavoro è possibile gestire bene le relazioni di assistenza; e dopo un anno, di solito si è già integrati».
È in Europa dell'Est e in Sudamerica che si trovano le grandi miniere votate a soddisfare il mercato del lavoro italiano. Nel 2006 sono stati 3.896 i permessi rilasciati a infermieri professionali extracomunitari o neo comunitari, per entrare in Italia. Di questi, il 70,4% a infermieri rumeni, il 6,8% a peruviani, il 3,7% ad albanesi e il 3,2% a indiani. Nei primi nove mesi del 2007 il ministero dell'Interno aveva ricevuto 609 domande d'ingresso di infermieri extracomunitari (il numero scende drasticamente rispetto al 2006 essendo la Romania divenuta Paese comunitario).
INTERINALI, UN NUOVO BUSINESS
Vista la richiesta del mercato, le agenzie di lavoro interinale si sono buttate alla ricerca di infermieri conto terzi: Ol (Obiettivo lavoro), una delle maggiori aziende italiane del settore, nel 2007 ha portato in Italia circa 380 infermieri stranieri, di cui la metà dalla Romania, un quarto dal Perù e il resto da Brasile, Serbia, Ucraina e Albania. Il settore sanitario è il fiore all'occhiello di Ol: nonostante case di cura e ospedali costituiscano il 3,3% del pacchetto- clienti della società, garantiscono però il 13,2% del fatturato. «Stiamo investendo in questo campo: abbiamo aperto nostre filiali nei Paesi da cui arrivano gli infermieri - spiega Giorgio Zaia, direttore dell'area Sanità di Ol -, in modo da curare ogni dettaglio della loro preparazione. Tuttavia, con il passare degli anni si assiste a uno svuotamento dei bacini di provenienza degli infermieri stranieri. Nei Paesi dell'Est, ad esempio, non vengono più loro a bussare alle nostre agenzie, ma li dobbiamo andare a cercare noi. In Sudamerica va meglio. E quest'anno saremo la prima azienda italiana a stipulare un accordo con una società filippina». «Ormai nessun infermiere della Repubblica Ceca sceglie l'Italia, e solo un numero limitato di infermiere romene e polacche viene da noi - conferma Gianluigi Saccomani, international recruiter di Adecco Italia, agenzia di lavoro interinale -: il livello dei loro salari si sta alzando e l'Italia non rappresenta più un traguardo così appetibile. Nel 2007 Adecco ha fatto arrivare infermieri dall'Ucraina e dal Bangladesh. E si sta anche creando un interessante mercato italiano di infermieri stranieri che cercano un lavoro migliore, magari fuggendo dalle cooperative...».
FAR WEST COOPERATIVE
Gli addetti ai lavori (sindacalisti, agenzie di lavoro temporaneo, funzionari dell'Ipasvi, la Federazione nazionale dei collegi di infermieri professionali) sono d'accordo su una cosa: i problemi del mercato del lavoro sanitario in Italia sono riconducibili in larga parte proprio alle attività delle cooperative. Suscitò scalpore il caso di Abdel Rahim Belgaid, infermiere straniero di 44 anni, impiegato all'ospedale le Molinette di Torino per conto della cooperativa Vita serena. Nel dicembre 2005 Abdel si reca nella sede della cooperativa a chiedere tre mesi di stipendio arretrato. Esce dall'animato confronto con il responsabile di Vita serena con una lesione spinale gravissima, all'altezza delle spalle, per cui rimane paraplegico. Secondo la cooperativa, Abdel si procura la lesione da solo, perdendo l'equilibrio e battendo contro lo spigolo del bancone della segreteria.
Indipendentemente da quello che è davvero successo in quell'ufficio, è un fatto la precarietà delle condizioni di lavoro degli infermieri a servizio delle cooperative. Il contratto nazionale fissa lo stipendio di un infermiere in 1.672 euro mensili. Tuttavia, secondo un'indagine Ires-Cgil del 2006, chi lavora nelle cooperative riceve tra il 20% (al Nord) e il 42% (al Centro-Sud) in meno rispetto a chi lavora presso strutture pubbliche. Non solo. L'Ipasvi denuncia che, con le recenti leggi sulle liberalizzazioni, è venuto meno il tariffario della categoria; con il risultato che molti infermieri accettano turni massacranti senza ottenere la giusta remunerazione. In questa situazione, quelli maggiormente disposti ad accettare condizioni di lavoro inumane sono proprio gli stranieri. Più ricattabili e timorosi di perdere il lavoro; e, con il lavoro, il permesso di soggiorno. «A volte abbiamo l'impressione che nelle cooperative si instauri una forma di caporalato - spiega Walter Cordini, della Cisl di Milano -; le anomalie sono tante: ad esempio, pur essendo gli infermieri soci lavoratori, non viene loro consegnato lo statuto che gli potrebbe consentire di conoscere i propri diritti; e a volte vengono anche trattenuti indebitamente dei soldi dallo stipendio».
«Proprio in queste settimane è in corso un processo nato da un nostro esposto contro una cooperativa che sfruttava alcuni infermieri peruviani - racconta Beatrice Mazzoleni, presidente della sezione di Bergamo dell'Ipasvi -. La cooperativa era solita sottrarre ai lavoratori il passaporto, il permesso di soggiorno e il riconoscimento del titolo di infermiere. In questo modo li vincolava con un ricatto a rimanere alle dipendenze della cooperativa stessa. Si trattava di infermieri contattati in Perù, con la promessa di uno stipendio di 1.200 euro in Italia; che si trasformava, una volta sbarcati, in una busta paga di 850 euro, nonostante le 250 ore mensili di lavoro». Al di là degli episodi criminali, è un fatto che gli infermieri immigrati vivano una condizione di disparità nei confronti degli infermieri italiani. Per i cittadini stranieri l'inserimento nelle strutture pubbliche per legge è possibile solo con contratti a tempo determinato. Questo fa sì che molti infermieri immigrati, per avere un posto più garantito, scelgano strutture private. Oppure dà adito allo strano fenomeno degli infermieri stranieri che, negli ospedali pubblici, «si vedono ma non ci sono». Il policlinico Umberto I di Roma, ad esempio, non ha neanche un infermiere straniero assunto. Tuttavia sono decine quelli che vi lavorano, assunti da cooperative che hanno vinto appalti all'interno dell'ospedale. Al Niguarda di Milano, interi piani di reparti sono gestiti da personale di cooperative in outsourcing. Con un evidente vantaggio economico da parte della struttura pubblica; paghe decurtate per i lavoratori e spesso senza un vantaggio reale nemmeno a favore degli ammalati: «Pur di risparmiare, la struttura pubblica assegna la gestione delle corsie a cooperative, senza verificare che gli infermieri parlino o meno l'italiano - si lamenta Federica Renica, presidente della sezione Ipasvi di Brescia -, ma la comunicazione, che consente di sorvegliare i malati e segnalare i sintomi, è un fattore base per la cura. Nel mio collegio non iscrivo infermieri stranieri se non sanno parlare un discreto italiano - continua Renica -. Così succede che agenzie e cooperative dirottino gli stranieri ad altri collegi e da noi non si iscriva più nessuno. Anche a Brescia abbiamo segnalato casi di caporalato e di sfruttamento nei confronti degli infermieri stranieri. Sto iniziando a indagare nelle case di riposo del mio territorio dove la situazione è caotica».
SE LA SVIZZERA CHIAMA
La migrazione degli infermieri è uno spaccato istruttivo del grande fenomeno della globalizzazione. Oltre al «danno» (per i sempre più prosciugati sistemi sanitari di partenza), anche la «beffa» a scapito di immigrati che credevano di trovare l'America in Italia e trovano invece lo sfruttamento. Ma la sorpresa più grande è che il gioco del domino che abbiamo cercato di raccontare non termina nel nostro Paese. «Ho diversi amici che dormono in Italia e lavorano in Svizzera - racconta Alejo Annie Lou, filippina, da anni infermiera a Milano -. Lì cercano infermieri e lo stipendio è più alto che in Italia. Io mi sono diplomata nel 1979 nelle Filippine, poi ho lavorato per due anni a Londra, in sala operatoria; sono stata a Tripoli, in Libia, in una clinica privata dove pagavano bene. Ora sono arrivata in Italia. Sono contenta del mio posto di lavoro, ma non è un segreto che in altri Paesi gli stipendi siano migliori».
Quello degli infermieri extracomunitari «frontalieri» che, vivendo in Italia, vanno quotidianamente a lavorare in Svizzera, potrebbe diventare una tendenza. Gli ospedali del Canton Ticino hanno un bisogno di infermieri simile a quello dei cugini italiani. E secondo Natascia Valenta, responsabile delle comunicazioni dell'Ente ospedaliero svizzero, sono molte le richieste di assunzione già pervenute da stranieri residenti in Italia: «Nell'ospedale pubblico di Mendrisio, ad esempio, si tratta di più del 10% delle spontanee richieste di lavoro ricevute nel 2007.
Per un problema di equipollenza di titoli però non li possiamo accettare e le strutture pubbliche danno la precedenza ad altri cittadini». Così, il nascente flusso di infermieri extracomunitari «frontalieri» trova accoglienza nel mercato delle case di cura private. E la Svizzera non è l'unica meta. «La nostra è l'unica professione con cui, in Italia, trovi lavoro due ore dopo la laurea - spiega scherzando Joussef Boujrada, marocchino, 32 anni, infermiere in cardiologia a Milano -. Così mi sono laureato con molti sacrifici, lavorando di notte e studiando all'università di giorno. Adesso ho un lavoro sicuro; ma ho una famiglia da mantenere; le spese sono tante e in questo Paese non vedo una prospettiva. Sto pensando di andare in Canada dove cercano infermieri francofoni. Qui non si sta poi così bene».
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