La visita del 14° dalai lama in Italia, a dicembre, ha riportato all'attenzione dell'opinione pubblica la tragedia del popolo tibetano. Tuttavia, si fa strada il dubbio che eventi come questo siano spia di una fascinazione verso un Tibet mitico di cui, però, non si conosce la storia. Quest'atteggiamento di superficialità culturale rischia di arrecare al Paese un danno ancor più grave di quanto l'invasione armata cinese e il timore reverenziale dell'Occidente nei confronti del grande interlocutore commerciale non abbiano già prodotto.
Va ricordato che alla «scoperta» del Tibet hanno dato un fondamentale contributo due italiani: Ippolito Desideri (1684-1733), gesuita pistoiese, e Giuseppe Tucci (1894-1984). Il missionario gesuita, che fu il primo tibetologo, e il professore marchigiano sono coloro grazie ai quali l'Occidente ha conosciuto la terra dei lama. Tuttavia, al di fuori dei circoli degli specialisti, il Tibet rimane per la maggior parte un magico mondo ignoto.
UNA CONOSCENZA DISTORTA
L'inaccessibilità del territorio ha mantenuto il Paese libero dalle invasioni coloniali occidentali. Esso capitolerà soltanto di fronte a una superpotenza asiatica. La misteriosa terra delle nevi, resa impenetrabile dalle montagne più alte del mondo, la magia di una religione singolarissima e straordinariamente ricca di complesse simbologie che diventa anche scienza medica per la cura integrale della persona, hanno scatenato e mantenuto vivo l'interesse degli europei, prima, e degli americani, poi. Fin da quando i viaggiatori veneziani e i primi missionari cattolici hanno incontrato i monaci tibetani alla corte dei mongoli, il Tibet ha stimolato l'immaginazione degli occidentali. Il Tibet, del resto, è sempre stato luogo di controversie. Anche padre Ippolito Desideri ne fece le amare spese, costretto a ritornare a Roma per via del conflitto innescato dai missionari cappuccini, in uno dei non rari esempi di conflitti interni alla Chiesa, animati da invidie, gelosie e incompetenze.
Il processo di mitizzazione ha creato un Tibet inesistente nella realtà, ma molto fruttuoso commercialmente: non occorre essere esperti di marketing per rendersi conto che il buddhismo tibetano è di moda. Lo è, in maniera particolare, dagli anni Cinquanta, che videro la diaspora di migliaia di tibetani in tutto il mondo in seguito all'invasione armata cinese. Ma ciò che fa «tendenza» è spesso stravolto nel suo significato. Nel suo volume, Il Buddhismo tibetano, lo studioso Donald Lopez Jr. analizza e documenta con perizia alcuni casi emblematici di queste deformazioni: dal Terzo Occhio al Libro tibetano dei morti, dalla figura e ruolo dei lama alla famosissima giaculatoria «Om mani padme hum», per concludere con il mito dei miti: Shangri-La, il luogo utopico della vita paradisiaca, descritto nel romanzo Orizzonte perduto, di James Hilton (1933). Quello del Terzo Occhio, ad esempio, è un caso emblematico di passione accademica per un Tibet del tutto inventato, in questo caso da Tuesday Lobsang Rampa, che in realtà si chiamava Cyril Henry Hoskin (1910-1981) ed era uno scrittore inglese che asseriva di essere la reincarnazione di un defunto lama tibetano. Il libro, scritto nel 1956, ebbe il merito di far conoscere al lettore occidentale l'esistenza di un Paese chiamato Tibet, ma cercava solo di sfruttare la notorietà meritata e conquistata con fatica da Heinrich Harrer per il suo libro Sette anni in Tibet. Hoskin non avvertiva il lettore che si trattava di fiction e il suo libro è una mancanza di rispetto per migliaia di tibetani morti difendendo la propria fede e il proprio Paese.
LE ORIGINI DEL DALAI LAMA
Indubbiamente, l'esempio di travisamento più significativo riguarda la figura stessa del dalai lama. Quello attuale fu consacrato nel 1950, subito prima che i comunisti cinesi invadessero il Tibet. Nel 1959 lasciò il Paese, mentre i maoisti iniziavano una tremenda distruzione del patrimonio culturale tibetano. Resosi conto che l'unica speranza di sopravvivenza della sua cultura era sviluppare un sostegno internazionale, assunse il ruolo di portavoce di tutto il buddhismo. La cosa, però, non fu e non è del tutto ben accetta dalle altre tradizioni buddhiste, in alcuni casi inconciliabilmente distanti.
L'identificazione tout court dell'ultra bimillenaria tradizione buddhista con la corrente tibetana che, invece, è solo una corrente tra le tante, introdotta formalmente soltanto nel VII secolo, è un errore diffuso. La figura stessa del dalai lama è stata creata soltanto nel 1578 dal sovrano mongolo Altan Khan, che attribuì il titolo al lama Sonam Gyatsho, a capo di una delle principali sette, la scuola Geluk.
Il termine dalai è la traduzione in lingua mongola del nome proprio di persona tibetano, Gyatsho, che significa: «oceano». A sua volta, la parola lama, è la traduzione in tibetano del termine sanscrito guru (maestro), coniato nell'VIII secolo quando il buddhismo fu importato dall'India. Fin dal XIII secolo il lama a guida del Tibet era considerato una sorta di consigliere spirituale dell'imperatore cinese, mentre questi fungeva da patrono e protettore del lama e quindi, per estensione, del Tibet stesso.
Sono in molti a dire che questa lunga storia di alleanze è alla radice delle pretese del governo cinese di considerare il Tibet come sua provincia. In effetti, con l'investitura onorifica data a Sonam Gyatsho nel Cinquecento, non solo si è rafforzata una relazione istituzionale di vassallaggio politico-religioso già attiva da molto tempo, ma si è data una stabilità politica al Tibet stesso, fino ad allora lacerato da guerre civili tra le sette Nyngmapa, Kagyu, Sakya, Bon e Geluk. Quest'ultima, il cui esponente è appunto il dalai lama, fu quella che riuscì a imporsi. Il titolo si applicò retroattivamente anche ai predecessori di Sonam Gyatsho. Tuttavia, fu il quinto dalai lama, detto il Grande Quinto (1617-82) a sconfiggere i suoi nemici con l'aiuto dell'esercito mongolo e a diventare sovrano dell'intero Paese. Con un'abile miscela di misure repressive e concessioni di potere, arrivò anche ad autoproclamarsi emanazione di Avalokitesvara. Questi, manifestazione di tutte le compassioni di tutti i Buddha, è uno dei principali bodhisattva, esseri che, giunti sulla soglia della loro liberazione definitiva (nirvana), vi rinunciano per ritornare ad aiutare gli altri esseri nel loro sforzo verso la salvezza. Dunque, ogni dalai lama risulta essere l'incarnazione di Avalokitesvara.
Il Grande Quinto si costruì un enorme palazzo, il Potala, su una collina sopra Lhasa. Il potere suo e dei Geluk fu confermato dall'imperatore cinese della dinastia Qing (1644-1911), in occasione di un soggiorno del dalai lama a Pechino tra il 1651 e il 1653. Questo garantì il potere dei Geluk sul Paese fino al XX secolo. Questa scuola riuscì a usare l'influenza cinese per tenere sotto controllo i propri avversari politici e, allo stesso tempo, a usare le proprie facoltà per impedire ai cinesi di interferire eccessivamente negli affari interni tibetani. Ma nel 1951 l'equilibrio saltò.
Come fa notare Lopez, il buddhismo che il dalai lama propaga è ben diverso da quello praticato in Tibet prima della diaspora. È una dottrina che meglio si adatta ai gusti e alle aspettative che l'Occidente ha coltivato lungo i secoli nei riguardi del Tibet: attraverso quella visione mitica e di fantasia che immaginava un Shangri-La esistente soltanto nei romanzi, ma bello da credere e ottimo da vendere sul mercato della spiritualità prêt-à-porter. Da qui, allora, il dubbio che questo tipo di predicazione, pur seducente, rischi di compromettere definitivamente la causa tibetana. Infatti, alimentando l'esistenza di un altro Tibet, quello della fantasia, dei miti e dei manufatti sempre alla moda, si perde di vista il Tibet reale con tutte le sue contraddizioni e imperfezioni.
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