Dialogo e annuncio - febbraio 2008

Reportage
La parola nella foresta

Essere missionario tra le popolazioni aborigene significa misurarsi con povertà materiali e grandi differenze culturali. Nel Vietnam di oggi a queste difficoltà si aggiungono gli ostacoli posti dal regime. Ma l'annuncio del Vangelo trova continuamente nuove strade

Testo e foto: Francesco Pistocchini
KONTUM (VIETNAM)

Gli abitanti di un villaggio stieng si raccolgono intorno a un missionario.Quando l'autobus arriva a destinazione non è ancora sorto il sole. Le strade della cittadina sono già piene di gente che si reca ai mercati. Dagli altoparlanti posti agli incroci, la radio trasmette a tutto volume notizie di regime, massime di Ho Chi Minh e canzoni patriottiche. Sugli altipiani coperti di piantagioni di caucciù e caffè, Kontum è un luogo simbolo del Vietnam multietnico. I vietnamiti non sono che gli ultimi arrivati; lungo i confini con la Cambogia e il Laos, le numerose minoranze che hanno abitato per secoli le foreste insieme formano ancora la maggioranza, anche se sotto pressione per l'espansione demografica ed economica dei vietnamiti. A Kontum vivono bahnar, jarai, sedang, chiamati dai francesi montagnards, gente delle montagne, etnie minoritarie, che, nei secoli di espansione vietnamita, sono state spinte sempre più ai margini. I missionari che al tempo della colonizzazione predicavano in queste terre hanno lasciato una cattedrale in legno che esprime nelle decorazioni l'importanza della cultura autoctona.
Tân sarà la nostra guida. Ha iniziato sedici anni fa a viaggiare per i villaggi poveri abitati dalle minoranze. Da allora questo fratello gesuita non ha più smesso di percorrere le province interne, sugli autobus che da Saigon risalgono verso il Vietnam centrale. Bô Tân, come lo chiamano tutti, è originario del Nord. Perse i genitori nel 1953 nel bombardamento di una chiesa da parte dei francesi durante la lotta di indipendenza. Come tanti religiosi ha attraversato anni di guerra e persecuzione religiosa, ma non perde il sorriso ricordando il passato, anzi racconta con gioia la sua particolare storia di missione.
«Quando ho iniziato ad andare nella foresta, ho cominciato a pregare con le persone, a formare catechisti e da allora non ho più smesso. Già prima dell'unificazione nel 1975, nei villaggi non c'erano preti, ma molte persone convertite si impegnavano in prima persona per la fede. Magari in una piccola costruzione di bambù o foglie di banano si creava un luogo per la preghiera». Da allora questo visitare continuo si è arricchito di nuovi incontri e amicizie, in zone dove nessuno era arrivato a parlare di Vangelo.

AVVICINARSI AI POVERI
«Quando parli del Vangelo non puoi certo dimenticarti della persona che non ha da mangiare. Cerchi di affrontare la povertà in ogni sua forma: malattia, analfabetismo, alcolismo, violenza, le varie forme di sfruttamento». Tra le popolazioni tradizionalmente legate alla vita nella foresta è forte il peso della superstizione. «Per tante persone - spiega Bô Tân -, la divinità è in ogni cosa, nel fiume, nel riso, tra gli alberi... Entrare nell'acqua e nella foresta a una certa ora può significare disturbare la divinità che dorme, che può vendicarsi facendoti ammalare». Allora occorre un sacrificio per calmarla ed esistono persone incaricate del sacrificio, ad esempio di un bufalo, ma chi non ha una bestia deve procurarsela. In passato si arrivava a cedere un figlio come servo pur di sacrificare un'animale». Quando qual cu no muore in un villaggio diverso dal proprio, occorre pagare perché ha «portato sventura». E occorre «risarcire» subito con un bue, altrimenti il debito aumenta. Perfino la dote, cioè il bestiame che un uomo deve consegnare alla famiglia della futura moglie, può diventare un ostacolo quasi insormontabile.
Riti meticolosi, sacrifici gravosi, sottomissione allo sciamanesimo sono stati per secoli un peso per chi era già ai margini della società. «Tra i cristiani - spiega il gesuita - si cerca di convincere la famiglia di lei a non chiedere allo sposo un sacrificio troppo grande». Semplificare, senza eliminare la tradizione. E se tradizionalmente i morti vengono quasi abbandonati nella foresta, considerati con paura e superstizione, fede ben altro è il loro destino.
«Il Vangelo è una grande liberazione - osserva Bô Tân -. È una grazia essere liberati da questi meccanismi. E per le popolazioni tribali non è difficile accettare il Vangelo. In una dimensione di vita già ricca del divino, basta a compiere un piccolo passo avanti per scoprire Dio. Con la conversione si cambia e la vita è più serena».
Come ci si avvicina ai poveri per far conoscere la Parola? «Bisogna sapere aspettare, come loro sanno fare. Bisogna essere pazienti, bussare e aspettare, e quando ti aprono, entrare nelle loro case come ha fatto Gesù, senza forzature o sotterfugi. È semplicemente entrato nel mondo, vivendo con le persone, condividendo il cibo alla loro tavola. Non puoi prendere in giro i poveri parlando di Vangelo ma stando con un piede sulla porta e prendendo le distanze dal destino delle persone verso cui sei inviato».

L’interno di una cappella di un villaggio bahnar.MISSIONE CLANDESTINA
A Kontum i cattolici vietnamiti si sono sempre misurati con le minoranze e i preti devono imparare almeno una lingua locale. Monsignor Trân Thanh Chung, che fu parroco negli anni della guerra e poi vescovo nel periodo più duro del comunismo, ammette come non sia stato facile fare azione pastorale con gli indigeni. I preti non sono autorizzati a uscire dalla città e visitano i villaggi clandestinamente. Dopo il 1986 si sono aperti nuovi spazi di libertà religiosa, ma la politica tende a mantenere tutto sotto controllo. La presenza dei militari è diffusa e spesso i missionari si spostano di sera. Anche Bô Tân spesso arriva nei villaggi quando è buio e passa la notte con le famiglie.
Le minoranze continuano a essere viste con sospetto, controllate dal governo. La diffusione di alcune sette protestanti ha messo in allarme il regime, che considera ogni attività di evangelizzazione un mezzo per attentare alla sicurezza nazionale e alla stessa unità dello Stato. Centinaia di arresti negli ultimi anni hanno tolto dalla circolazione i rappresentanti più scomodi delle minoranze, mentre altri sono fuggiti in Laos e Cambogia.
Anche se dieci anni fa, nella capitale Hanoi, ha inaugurato solennemente un museo che celebra la ricchezza etnica del Vietnam, in realtà il governo continua a ostacolare gli aiuti. «Con la globalizzazione - osserva Bô Tân - il Paese è certamente più ricco, ma la qualità degli aiuti peggiora. Accade anche altrove, per esempio nelle Filippine: non ci sono i comunisti, eppure anche lì il governo ignora i problemi degli indigeni. Ma in Vietnam si ostacola chi li vuole aiutare».
Nella parrocchia di Plei Rohai, a sud di Kontum, il parroco si occupa di circa diecimila indigeni, soprattutto banhar, sparsi in 24 villaggi dove accade che le preghiere comunitarie vengano interrotte dalla polizia. Non è facile costruire una cappella: sono strutture provvisorie che non danno nell'occhio, ma che lentamente diventano più solide, come l'attaccamento alla fede della comunità.
La Chiesa locale si fa supplente di fronte a molte necessità, soprattutto con l'istruzione dei tanti ragazzi che vivono in zone senza insegnanti e che in casa parlano lingue molto diverse dal vietnamita usato a scuola. In un grande edificio lasciato dai missionari francesi alcuni fratelli di Charles de Foucault accolgono altri duecento ragazzi che condividono spazi ristretti per la scuola e la vita in comune. Colpiscono, come sempre, la calma e l'ordine nella grande semplicità.

GIOVANI AI MARGINI
La situazione non è diversa nella provincia di Bình Phuóc, a un centinaio di chilometri a nord di Saigon. Qui il governo negli ultimi anni ha fatto grandi espropri per estendere piantagioni di gomma naturale, a scapito delle foreste dove vivono gli stieng. In dieci anni ha raddoppiato la produzione nazionale, che oggi vale 800 milioni di dollari annui.
Incontriamo Linh, una suora che fa scuola e attività di recupero per un centinaio di bambini stieng, anche se ufficialmente le scuole private non possono esistere. Inchini, sorrisi timidi sui visi più scuri. Dopo la messa celebrata all'alba, i piccoli sciamano verso gli edifici ocra della scuola, passando tra i vasi di orchidee. Vestita in borghese, per visitare i villaggi suor Linh viaggia in scooter, come tutti i vietnamiti. Le strade che percorre attraversano lunghi filari di alberi della gomma con le cortecce incise per raccogliere il lattice in piccole ciotole metalliche che, allineate, assomigliano a elmetti di soldati. Ma non si vedono indigeni al lavoro nelle piantagioni.
Giunti in una radura, le persone si fanno incontro a Bô Tân. Gli uomini fumano seduti a terra, i bambini accorrono da ogni angolo, alcuni trasportano grandi ceste cariche di manioca, che viene tagliata a fette e fatta seccare davanti alle capanne per nutrire persone e animali. Tân ha acquistato questo terreno e lo ha assegnato alle famiglie che vi hanno trasferito le proprie abitazioni da una zona più bassa, lungo il fiume, dove rischiavano di essere travolte dalle piene.
Tân chiede a un vecchio come sta la gamba malata. L'uomo vive in una piccola abitazione in muratura assegnata dalle autorità locali, ma che rischia di crollare alle prime piogge. Il bambù è il migliore materiale da costruzione, ma lo hanno tagliato tutto. Non c'è un orto, anche se la terra sembra non smettere mai di germogliare. Non ci sono più animali da cacciare. Gli uomini paiono disorientati, si sentono inutili, si diffonde l'alcool. Chi da sempre era abituato a sopravvivere dei frutti della foresta, non pianta. Osserva smarrito una natura impoverita e l'avanzare delle piantagioni.

I NUOVI INVIATI
A Kontum una quindicina di catechisti di diverse etnie hanno terminato tre giorni di ritiro e sono pronti a ricevere il mandato per la loro missione. Uomini e donne, di età diverse, hanno completato un percorso di formazione. Raccolti intorno all'altare ricevono una Bibbia e una candela accesa. Sanno che si muoveranno clandestinamente, attraverseranno anche la frontiera per raggiungere altri villaggi della stessa etnia nella foresta, in Laos o Cambogia. Il loro compito è preparare l'incontro con il sacerdote, quando questi riuscirà ad arrivare.
In questi anni Bô Tân ha sempre trovato persone che si offrivano di servire la Parola. Tiene a chiarire che i catechisti non sono per forza le élite del villaggio, né vengono selezionati per meriti speciali: si offrono liberamente. Certo, sanno leggere, ma soprattutto sono persone che mettono a disposizione la casa per la preghiera e, poco a poco, diventano guide della piccola comunità ecclesiale di base. Dedicano il tempo dopo il lavoro alla formazione e ogni tre mesi vivono ritiri di tre giorni per approfondire la lettura della Bibbia e la condivisione. Il gesuita ammette che non è un compito semplice, ci sono i fallimenti e momenti di scoraggiamento, ma non perde l'entusiasmo nell'accompagnarli.
«Annunciare il Vangelo non è certo in contraddizione con l'aiutare chi ha mille difficoltà materiali - afferma Bô Tân -, anche se non bisogna avere la tentazione di fare miracoli attraverso programmi di sviluppo che creano dipendenza nelle persone aiutate». Secondo lui occorre conservare questo senso forte di vita comunitaria, del lavorare insieme, che, quando aumenta il benessere, molte volte si perde.
È sera. Giungiamo alla casa di Bec, il padre di un catechista. Tutti nella famiglia si sono convertiti, ma il parroco della zona ha deciso di battezzare solo i figli, perché Bec ha tre mogli. Ci offre riso e pollo. Intanto fuori una donna prepara sul fuoco il nhip, cuocendo in una canna di bambù le foglie di un'erba mischiate a polvere di riso. È un impasto che in tempi di carestia ha salvato molti dalla fame.
In questo viaggio durato alcuni giorni Bô Tân non ha portato quasi nulla con sé, ha riempito la borsa di occhiali da vista da consegnare in una missione. Una cosa che ha imparato dai più poveri è il senso della condivisione, il non vergognarsi del poco che si ha. «È difficile - osserva - per noi abituati ai nostri privilegi, alle nostre sicurezze. Quando possiedi qualcosa cambi prospettiva e la preghiera è "Insegnami a calcolare mentre dono", invece che "Insegnami a donare senza calcolo"».
In questo continuo andare verso chi è ai margini per parlare di Vangelo, si ritrova un senso di missione che sembra appartenere a tempi passati. Ma quando Bô Tân si ferma a pregare e le persone si radunano intorno, si accorge di trasmettere una fiaccola accesa e di parlare di una Parola molto attuale.
 


Fratel Tân con un vecchio stiengGESUITI IN VIETNAM
L'avventura di mezzo secolo

Nel 2007 i gesuiti hanno festeggiato mezzo secolo di presenza in Vietnam. In realtà si tratta di un ritorno, dopo una prima evangelizzazione - tra il Seicento e il Settecento - che lasciò segni profondi, ad esempio con il contributo dato dal gesuita francese Alexander de Rhodes nella traslitterazione del vietnamita dagli ideogrammi di tipo cinese all'alfabeto latino, usato oggi.

Quando tornarono nel 1957, il Vietnam aveva da poco conquistato l'indipendenza dai francesi, ma era diviso tra il Nord, con un governo comunista guidato da Ho Chi Minh, e il Sud anticomunista e sempre più soggetto all'influenza degli Stati Uniti. I gesuiti si insediarono nel Sud, dove era garantita la libertà religiosa. Nel 1975, al termine di 11 anni di guerra vinta dal Nord contro il Sud e l'alleato americano, il Paese fu unificato. I 41 gesuiti stranieri furono espulsi e i 26 vietnamiti rimasti furono incarcerati o proseguirono l'attività clandestinamente. Negli ultimi vent'anni la situazione è progressivamente migliorata. Nel luglio 2007 il Vietnam è stato elevato dal Padre generale a rango di Provincia della Compagnia di Gesù. Dei circa 120 membri attuali, la metà sono giovani in formazione e sono decine i ragazzi che chiedono di diventare gesuiti.
 
 

© FCSF - Popoli
 

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