Dialogo e annuncio - febbraio 2008

Intervista
Caro amico (musulmano) ti scrivo

Uno scambio di lettere tra alcuni leader musulmani e il Vaticano sembra aprire incoraggianti prospettive di dialogo dopo le polemiche seguite, nel 2006, al discorso di Ratisbona. Ne parliamo con uno dei più noti islamisti, il gesuita egiziano Samir Khalil Samir

Stefano Femminis

C'è un dialogo interreligioso che passa attraverso semplici (ma tutt'altro che banali) esperienze quotidiane di condivisione di vita, e c'è un dialogo a livello «alto», istituzionale che deve riuscire a combinare nella giusta misura teologia e politica, spiritualità e cultura, fermezza e diplomazia. Tra i massimi esperti di questo dialogo, potremmo dire, scientifico, c'è il gesuita Samir Khalil Samir, settantenne egiziano, docente di Storia della cultura araba e di Islamologia presso l'Università Saint-Joseph di Beirut. Con lui facciamo il punto sugli sviluppi più recenti (e incoraggianti) dei rapporti tra Vaticano e islam, dopo le tensioni che seguirono il discorso di Benedetto XVI a Ratisbona (12 settembre 2006) sulla relazione tra fede e ragione, discorso che una parte del mondo musulmano interpretò come un attacco all'islam.

Lo scorso 13 ottobre è stata consegnata al Vaticano la cosiddetta lettera dei 138: di che cosa si tratta e chi ne sono gli autori?
Questa lettera arriva un anno dopo la lettera dei 38, che, a sua volta, aveva seguito di un mese il discorso di Benedetto XVI a Ratisbona. Entrambe le lettere sono state elaborate sotto l'egida dell'«Accademia reale Aal al-Bayt per il pensiero islamico », che è sotto il patrocinio del re di Giordania, Abdullah II. Il crescere del numero dei firmatari simboleggia un consenso ormai largo. Questi 138 (ai quali si sono aggiunti altri 8 successivamente) sono imam e studiosi laici, di 43 nazioni diverse, Paesi musulmani e non. Sono in maggioranza sunniti, ma ci sono anche alcuni sciiti e cinque sufi, tutti occidentali (tra cui l'italiano Yahya Sergio Pallavicini). Dunque, un gruppo ampio e variegato. Tuttavia, un Paese chiave come l'Arabia Saudita ha ignorato la lettera e il re ha dichiarato che «quelli non rappresentano nulla», perché considera se stesso il rappresentante dell'islam sunnita. La lettera, cioè, è rappresentativa di una varietà di tendenze, ma non rappresenta nessuno in senso giuridico. Questo è uno dei problemi dell'islam: nessuno rappresenta nessuno, se non nello sciismo (circa il 15% dei musulmani), dove esiste una sorta di gerarchia. La maggioranza dei musulmani non ha un rappresentante «ufficiale».

Quali i contenuti del documento?
È un bello sforzo di dialogo, che viene da un'istituzione molto aperta. Il titolo del documento è Una parola comune tra noi e voi, un titolo che indica già la prospettiva. L'espressione è del Corano (3:64), quando Maometto dice ai cristiani di Najrân: «Venite a una parola comune tra noi e voi: di non adorare che Dio e di non associare a Lui cosa alcuna, di non sceglierci fra noi signore alcuno che non sia Dio». Il versetto però ha una sua ambiguità. In sostanza, Maometto dice ai cristiani: «Mettiamoci d'accordo sul fatto di parlare di un unico Dio e non di Trinità». Come in Corano 4, 171: «Non dite: "Tre!" Basta! Sarà meglio per voi! Perché Dio è un Dio solo, troppo glorioso e alto per avere un figlio!». Il fatto che i 138 abbiano preso come titolo una formula che, letta nel suo contesto originale, è ambigua e comporta una minaccia ai cristiani, indica il metodo di lavoro, che non è scientificamente rigoroso. Il dialogo deve assolutamente evitare ogni ambiguità: l'unicità divina è un dato comune, ma quant'è grande la differenza tra il suo significato nell'islam e nel cristianesimo! Il pericolo è di voler imporre una concezione a tutti. La lettera è divisa in due parti, più un'introduzione e una conclusione. L'introduzione dice che più o meno tutte le religioni hanno come scopo l'amore di Dio e del prossimo. Nella prima parte, intitolata L'amore di Dio, si mostra l'amore di Dio nell'islam e l'amore di Dio nella Bibbia. La seconda parte è L'amore per il prossimo. Ci sono numerosissime citazioni del Corano e anche della Bibbia, senza però una contestualizzazione: si tratta di un criterio lacunoso, dovuto non a un cattivo intento, ma all'abitudine di non contestualizzare i testi sacri. E questo è uno dei grandi problemi del dialogo con l'islam.

In che senso?
A Ratisbona il papa fu criticato dai musulmani perché aveva fatto con il Corano quello che fa sempre con la Bibbia: citando il versetto sulla non violenza, ha contestualizzato il testo. È lì che emerge il problema del dialogo, un problema culturale. Anche i cristiani dicono che il testo biblico proviene interamente da Dio, che ogni parola è ispirata da Dio, ma ispirata nel senso che comunque una persona è intervenuta nel processo di trasmissione del messaggio: il messaggio è divino, ma la trasmissione che ci è arrivata è umana; il contenuto è divino, ma il testo è umano e assume tutti gli aspetti linguistici, di cultura e di mentalità di chi scrive. Dunque è necessario un salto continuo dal testo al senso. Nel caso del Corano, invece, la formula usata in arabo (tanzîl) significa «discesa»: il Corano è «disceso» su Maometto, il quale non ha niente a che fare con il testo. Citando il Corano non si dice: «Il Corano dice», ma: «L'Altissimo ha detto». Finché si penserà così, persisterà la difficoltà che i musulmani vivono tra loro e con il mondo, perché la maggioranza dei musulmani non è fondamentalista, ma è proprio questo modo di pensare fondamentalista che si diffonde più facilmente.

Secondo Lei questo è un problema culturale o è insito nella natura stessa dell'islam?
Non è un problema innato nell'islam, però la tendenza storica è di non interpretare, a differenza di quanto fa il cristianesimo. Anche il cristianesimo ha fatto un cammino, ma l'ha cominciato nel secondo secolo e non ha mai smesso, i musulmani l'hanno fatto dal secondo al quinto secolo dell'islam (ovvero tra il nono e il dodicesimo secolo dell'Occidente). Poi c'è stata una reazione fino ad oggi. Non si accetta la dimensione culturale delle religioni. Molti intellettuali musulmani sarebbero aperti a questa prospettiva, ma non sono loro a tenere il discorso ufficiale del venerdì... Oggi è più difficile comunicare con un imam che con gli studiosi musulmani, perché lo studioso di solito ha una formazione più ampia e anche più laica.

In questo senso lo sviluppo di un «islam europeo» potrebbe cambiare le cose?
Per me la speranza sta proprio nell'islam europeo, purché si tratti di veri musulmani e non di atei, e che gli esponenti di questo islam siano davvero europei e non semplicemente gente che vive in Europa, siano persone che abbiano assimilato tutta la cultura europea come cosa positiva, con un'accettazione della laicità, della separazione tra ambito religioso e civile, tra diritto religioso e diritto civile, e siano allo stesso tempo autentici musulmani.

Tornando alla lettera dei 138, nel complesso il suo giudizio è positivo?
La lettera è un passo importantissimo per uscire dal confronto-scontro tra islam e cristianesimo. Ribadito questo, bisogna avere il coraggio di sottolineare anche le ambiguità. A me hanno colpito molto i silenzi di questo testo, le cose che non dice. Il problema attuale del rapporto tra islam e resto del mondo sono i problemi della violenza, della libertà religiosa, della differenza che si fa tra credente e non credente, tra uomo e donna, della confusione tra religione e politica. Questi sono i veri problemi, non se crediamo o meno in Dio. E su questo la lettera non dice nulla.

Quali invece i contenuti della risposta del papa, resa nota il 19 novembre?
La risposta è molto breve. Esprime il profondo apprezzamento per lo spirito positivo che ha ispirato il testo e per l'esortazione a un impegno comune per la promozione della pace nel mondo, e ribadisce che «possiamo e quindi dovremmo guardare a ciò che ci unisce». Questa espressione evidenzia l'accento positivo della risposta, ma arriva dopo la formula seguente: «Senza ignorare o sminuire le nostre differenze in quanto cristiani e musulmani». Questo è tipico di Benedetto XVI: non esclude né l'una né l'altra cosa, sostiene che, malgrado le numerosissime differenze che non vogliamo né ignorare né sminuire, dobbiamo guardare a ciò che abbiamo in comune.

Quali sono le cose in comune?
Il papa ne nomina tre. Primo: la fede, credere nell'unico Dio, il «provvido creatore» (si noti che ogni parola ha un contenuto sia coranico sia cristiano). Secondo punto comune: Dio giudice universale, che alla fine dei tempi valuterà ciascuno secondo le sue azioni. Detto in parole teologiche ordinarie, il rapporto tra fede e opere. Il terzo punto comune, secondo il papa, è che «siamo tutti chiamati a dedicarci totalmente a Dio e a obbedire alla sua santa volontà». Il concetto di obbedienza è tipicamente musulmano perché suggerisce la sottomissione, in arabo è la stessa parola. La totale dedizione a Dio è la dimensione mistica della vita religiosa, il nostro dialogo con i musulmani ha come fondamento anche la dimensione spirituale del credente. Il secondo paragrafo ricorda che, così come la lettera dei 138 ha sottolineato l'amore per Dio e per gli uomini, così ha fatto anche il papa con la sua prima enciclica, Deus caritas est. Insiste sui valori del rispetto reciproco, della solidarietà e della pace. Si parla poi di un «terreno comune su cui fondare il dialogo». Quattro i possibili punti di incontro: «rispetto della dignità di ogni persona umana», «conoscenza obiettiva della religione dell'altro», «condivisione dell'esperienza religiosa», infine «impegno comune nella promozione del rispetto e dell'accettazione reciproci tra i più giovani». Il senso è: salviamo il futuro dell'umanità; se è troppo tardi per la generazione attuale forse i giovani sono più disponibili. Oggi però anche i giovani sono deformati dal discorso fondamentalista nel mon do islamico, e dall'ateismo in Occidente.

Che non si tratti di una semplice risposta di cortesia lo si capisce dalle proposte operative finali...
È così. Si rivolge un invito e si propone un gruppo di lavoro. Il papa invita il principe Ghazi bin Muham mad bin Talal, cugino del re di Giordania, a venire a Roma con alcuni firmatari della lettera, per poi organizzare un gruppo di lavoro, che continui regolarmente. È lo stesso metodo che si segue nel dialogo ecumenico con ortodossi, luterani, anglicani, ecc. Con l'islam attualmente non c'è nulla di questo tipo.

Ci si deve attendere dunque una nuova lettera da parte musulmana, di risposta a questo invito del papa?
Sì, potrebbe esserci una terza lettera. La porta è ormai aperta, ci sono varie possibilità. Peraltro, ribadisco la difficoltà nel trovare una parte musulmana che possa dirsi rappresentativa. Un'altra difficoltà sembra essere il passaggio da un dialogo della vita e delle opere, peraltro importantissimo, a un dialogo teologico e dogmatico con l'islam. Su questo punto, in ambito cristiano, si registrano posizioni differenti. C'è chi dice: «Adoriamo lo stesso Dio», chi invece insiste su insanabili differenze. Io non vedo contraddizioni. Il punto comune è che crediamo in un unico Dio, creatore, giudice. Ma quando si dice, ad esempio, che abbiamo un padre comune in Abramo, si entra nell'ambiguità perché l'interpretazione coranica di Abramo ha punti in comune con quella biblica ma anche divergenze fondamentali. Ciò che il papa e qualunque ecumenista dialogante cercano di evitare è l'ambiguità. Far credere che siamo d'accordo perché usiamo le stesse espressioni, quando in realtà sotto le espressioni ci sono realtà diverse, è ciò che fanno i politici, causando disastri. Il vero, difficile dialogo teologico consiste, per restare all'esempio, nel confrontare le diverse interpretazioni della figura di Abramo, un confronto che può anche durare anni, per arrivare a definire la figura di Abramo, i punti di accordo e quelli di disaccordo tra musulmani, ebrei, cristiani. In generale, si arriva a capirsi di più e ad amarsi di più attraverso una conoscenza obiettiva. «Cono scenza obiettiva» è un termine tipico di Benedetto XVI.

Si può dire che lo strappo di Ratisbona è ora ricucito?
Il caso non è totalmente chiuso, ma ha permesso una riflessione di fondo. Molti intellettuali musulmani hanno integrato la dimensione del rapporto fede e ragione, che era il cuore del discorso del papa. Ormai è difficile riflettere sul fenomeno religioso senza affrontare questa dimensione, ed è già un risultato importante. La polemica si è calmata, non se ne parla più, c'è stata anche molta strumentalizzazione. La lettera segna sicuramente un passo avanti.
 


Chi è Samir Khalil Samir

Nato al Cairo nel 1938 e formatosi in Francia e in Olanda, gesuita, Samir Khalil Samir vive a Beirut, dove insegna Storia della cultura araba e Islamologia presso l'Università Saint-Joseph. Nella capitale libanese ha fondato il Cedrac (Centro di Documentazione e ricerche arabo-cristiane). Insegna anche a Roma, presso il Pontificio Istituto Orientale, e a Parigi, alle Facultés jésuites. È stato visiting professor alla Georgetown University di Washington, al Boston College, alla Sophia University di Tokio e alle università di Betlemme, Il Cairo, Birmingham, Graz, Torino, ecc. Ha promosso e dirige svariate collane e riviste. Ha pubblicato più di mille articoli e di 50 libri, l'ultimo in Francia: Les raisons de ne pas craindre l'islam (Presses de la Renaissance, Paris 2007).
 
 

© FCSF - Popoli
 

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