Ci sono momenti della storia nei quali tutto sembra dar ragione all'idea illuminista secondo cui solo una visione «laica» della vita può favorire la pace e la tolleranza. Solo l'assenza di verità «forti» può lasciare spazio alla presenza delle verità «deboli» di ciascuno. Al contrario, ogni religione, in quanto portatrice di verità assolute perché «divine», non può che portare violenza ed eliminazione dell'altro, che ha diverse visioni della vita. Qualunque opinione differente è eretica, difforme, sbagliata, empia e va, quindi, estirpata. E il modo migliore per farlo è eliminare le persone che ne sono portatrici, viste come nemiche di Dio e quindi del bene. Chi può negare che tutto questo non sia stata una terribile evidenza storica, comprovata da centinaia di episodi che appartengono alla storia di qualsiasi religione? E così, ancora oggi, questa idea è riproposta da molte aree di pensiero laico di fronte all'integralismo religioso di varie matrici (certamente il più inquietante è quello islamico, ma non da meno pare quello hindu in molte zone dell'India, quello protestante di alcune sette americane o - per alcuni - le affermazioni di sapore «assoluto» del papa).
Il punto è se tutto questo sia intrinseco al sentire religioso più autentico. Noi crediamo di no. O almeno, crediamo che non sia questo il messaggio più profondo delle grandi religioni che hanno plasmato nei millenni le nostre civiltà. Al cuore, infatti, di ogni autentica spiritualità religiosa sta il desiderio di poter meglio vivere la propria umanità e le relazioni pacifiche tra esseri umani. Così nella radice più intima non sta la relazione con idee o verità, ma con le persone. La relazione «personale» con Dio e con gli altri è in realtà il metro di verifica più serio della storia di tanta violenza di sapore religioso. Quando si è perso il riferimento alla verità esistenziale dell'altro per focalizzarsi unicamente sulla verità logica delle idee o del proprio Dio (la verità razionale) da portare nel mondo o da imporre agli altri, la religione si è tramutata in violenza, oppressione e tirannia. Questo è un pericolo sempre presente, di cui essere consapevoli, perché porta a vedere la diversità dell'altro come difforme rispetto all'unica «verità», e uccidere (in modo reale o simbolico) il diverso-da-me è l'unica possibile difesa della mia ragione. Così si intuisce facilmente che anche noi cristiani possiamo correre facilmente questo rischio.
Eppure, volendo assumere lo stile di Gesù e della prima comunità cristiana, è necessario ricominciare sempre dalla verità della relazione con Dio Padre e con il prossimo, insita nell'unico e duplice comando dell'amore: «Ama Dio con tutto te stesso», «Ama il tuo prossimo come te stesso». Non si tratta di proclamare la verità di un'idea. Si tratta di annunciare la verità di una relazione differente con Dio e tra di noi. Gesù, prima di «proporsi», di proporre se stesso, propone un incontro che sa diventare ascolto della verità dell'altro e dialogo (tutto il Vangelo di Giovanni è costruito su incontri dialogici di Gesù, con Nicodemo, con la Samaritana, con il Cieco, con Pietro...). E questo per poi proporre la «buona notizia», il vangelo. Ma tutto questo è un cammino, a volte lungo e comunque faticoso.
Possono aiutare le parole del cardinal Martini nel suo libro Verso Gerusalemme: «L'avventura umana nel mondo e persino la mirabile sinfonia del cosmo possono essere descritte nell'immagine di un incessante cammino, di una tensione perenne, di un pellegrinaggio sacro dell'uomo e del cosmo in ascesa verso la perfezione del bello e del santo, del giusto e del vero [...]. Questo pellegrinaggio personale, storico e cosmico, si svolge sul crinale di due opposti abissi [...]. Da una parte c'è il bagliore, inestinguibile ed accecante della luce pura e ardente che supera ogni parola umana; dall'altra, invece, c'è la tenebra dell'errore, della volontà di potenza che può giungere a servirsi della verità più sacra per giustificare ogni violenza. Questo cammino ci vede dunque solidali con tutta l'umanità: non solo con gli uomini a noi contemporanei, ma con gli uomini delle epoche che ci hanno preceduto e che seguiranno».
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