Cinema - febbraio 2008

(a cura del Coe e del Festival del Cinema Africano, d'Asia e America Latina)
Cous cous

Un regista sempre pił convincente e splendidi interpreti
per un film corale

Dopo aver sorpreso molti e ottenuto una serie di riconoscimenti con il film La schivata (2003), il franco- tunisino Abdellatif Kechiche ha conquistato il Gran premio della giuria al Festival di Venezia con il suo ultimo film: Cous Cous, uscito l'11 gennaio in Italia. È la storia di Slimane, immigrato tunisino a Séte, nei pressi di Marsiglia, che, compiuti i sessant'anni, si è fatto troppo vecchio per il lavoro di operaio marittimo al porto. Decide quindi di ristrutturare una vecchia nave per farne un ristorante, sfruttando le doti culinarie della moglie Souad, con il sostegno di tutta la famiglia e, in particolare, di Rym, figlia della nuova compagna.

Il titolo originale, Le grain et le mulet (Il grano e il muggine), va al cuore del film più di quello scelto per la versione italiana: questi sono infatti gli ingredienti del cous cous di pesce, come il vincolo e la solidarietà familiare sono gli elementi fondanti di questa vicenda umanissima. Una vicenda che racconta di un uomo che non riesce più a stare al passo del suo vecchio lavoro e chiede ancora un'opportunità per sentirsi produttivo, e della sua famiglia, allargata, doppiamente matriarcale, dopo la separazione del protagonista dalla moglie, unita e pulsante nel bene e nel male.

Proprio sull'insieme-famiglia, piuttosto che sull'individuo, preferisce posarsi l'occhio di Kechiche: nei momenti in cui mostra le riunioni di famiglia, davanti a un piatto di cous cous, il film si fa vitale più che mai, le inquadrature stret te su volti e bocche nell'atto di mangiare e di comunicare si fanno più intense. Cous cous è un film corale in cui, però, ogni singolo personaggio ha il suo giusto spazio, al di là della propria funzionalità narrativa, in cui la quotidianità assurge a poesia, una poesia ben lontana dalla retorica del gesto.

Tutto questo an che grazie agli interpreti, tutti splendidi, ma specialmente ad Habib Boufares, il posato e schivo Slimane, e ad Hafsia Herzi (la bellissima e intraprendente Rym), vincitrice del Premio Mastroianni. Dal canto suo il regista conferma il suo dono si saper narrare la realtà con immediatezza e leggerezza, senza perdere mai la sua cifra stilistica. Basti pensare al finale, lungo, sospirato, quasi un piccolo film nel film, in cui i due momenti paralleli inscenati - una sensuale danza del ventre per ingannare l'attesa del cous cous e la ricerca della moglie da parte di Slimane - sono sufficienti per fare di Kechiche un particolarissimo cantore della vita.


© FCSF - Popoli
 

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