Incontri d'autore - febbraio 2008

Un caffè corretto

Una comunità di piccoli produttori di caffè della Repubblica Dominicana si organizza per salvaguardare il proprio prodotto e il proprio destino, con l'aiuto della cooperazione italiana. Una storia che non finirà su nessuna prima pagina, ma che insegna molte cose sul caffè che beviamo ogni giorno e su chi lo produce. La ruta del café (Terre di mezzo, Milano 2007, pp. 96, euro 10) può contare sulla penna di Andrea Semplici e sugli scatti di Giovanni Santi. A Semplici, giornalista e scrittore di quelli che non sopportano di stare dietro a una scrivania, abbiamo rivolto alcune domande.

Salcedo batte New York, un gruppo di campesinos sconfigge i potenti che a tavolino stabiliscono il prezzo del caffè. Un miracolo?
No, questo piccolo gruppo di contadini ha semplicemente deciso che non voleva avere un futuro segnato da emigrazione o povertà. I produttori di caffè della collina di Salcedo erano certi che quello che coltivavano era un buon prodotto e non volevano abbandonare la loro terra. Hanno cercato una soluzione a una crisi che appariva senza speranze, hanno incontrato Ong, esperti, agronomi. Assieme hanno lanciato una scommessa. Hanno migliorato la produzione, scardinato i meccanismi perversi che li obbligavano a vendere caffè non lavorato, scavalcato l'interme - diazione di mercanti privi di scrupoli e hanno trovato importatori interessati alla qualità del loro prodotto. Non hanno accettato di essere spettatori passivi del grande mercato del caffè: sono riusciti a ritagliarsi un loro, minuscolo spazio e a essere protagonisti.

Solo il petrolio - si spiega in una scheda - muove più denaro del caffè. Perché allora i produttori sono così poveri?
Il caffè è una strana merce. Il 90% dei produttori (circa 25 milioni di persone) vive nel Sud del mondo, ma il caffè si consuma, perlopiù, nei Paesi ricchi. I produttori non hanno strumenti per condizionare un mercato globalizzato. Ne subiscono le crisi: il caffè prodotto dal Vietnam ha provocato il crollo dei prezzi negli anni '80 e '90. Possono avere stagioni pessime e non riuscire a vendere il loro prodotto o perdere i raccolti. Sono nelle mani di un mercato che è controllato da intermediari, grandi broker, torrefattori. I produttori sono l'ultimo anello, il più debole e fragile, della catena.

Le giornate di chi lavora in una piantagione sono fatte soprattutto di fatica e precarietà. Eppure sia i testi sia i bellissimi ritratti di Giovanni Santi sono carichi di poesia...
La vita a Salcedo non è facile. E nessun risultato è dato per sempre. Ma una cosa è certa: quindici anni fa su quella collina si respirava un'aria amara, rassegnata. In pochi anni centinaia di famiglie, complice la crisi del caffè, avevano lasciato la loro terra. Erano quattromila produttori e ne sono rimasti poco più di mille. Ma ora vi è come un fervore nuovo, fragile, ma con una speranza di futuro. Questo colpisce e influenza anche chi va lì per raccontare.

Ci parli di Nino, contadino-maestro, il principale protagonista del libro.
Le due parole che ha usato sono già sufficienti. Nino è un maestro e ha un piccolo campo di caffè, poco più di tre ettari. Ogni anno raccoglie 25 sacchi di caffè. Sono mille chili. Da questi ottiene un reddito di 3.200 euro l'anno. Bastano per avere una speranza. Nino non ha abbandonato questa speranza: voleva e vuole che i suoi figli crescano serenamente. Si è battuto per il suo caffè. Ha organizzato altri contadini. Noi lo chiameremmo un leader comunitario. Ma lui è solo un maestro e un contadino.


s.f.

© FCSF - Popoli

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