Lettere e commenti - febbraio 2008

L'INTERVISTA A KOLVENBACH

Sul numero di dicembre di Popoli ho letto con grande interesse il «saluto» del Padre generale della Compagnia di Gesù e mi ha particolarmente interessato la sua analisi sulla «dignità dei laici nella Chiesa». Mi auguro che la Congregazione generale in corso in queste settimane a Roma convinca la Compagnia a dare più responsabilità ai laici e la gerarchia a dimenticare quel clericalismo che don Mazzolari chiamava «la malattia infantile del cattolicesimo».

Gruppo amici missioni
Castellanza (Va)

Ho letto l'intervista al Padre generale dei gesuiti, Peter- Hans Kolvenbach. Forse mi soffermo solo su dettagli marginali di un lungo e articolato discorso, tuttavia voglio segnalare che mi è piaciuto il passaggio relativo agli «estremisti» («Credo si possa dire - affermava Kolvenbach - che un estremista non potrà mai diventare gesuita. Ma questo non significa che un gesuita sia un diplomatico. Lui cerca l'assoluto, ma l'assoluto è unicamente Dio e tutto il resto è relativo a Dio, all'uomo e alla creazione») e della Chiesa «fredda», citando Baden Powell (forse perché anch'io sono stato scout). Riguardo a questo secondo aspetto devo dire che condivido l'afferma zione di padre Kolvenbach, quando dice che, «se la parrocchia, la vita ecclesiale non è forte, fervente, calda, non può suscitare vita consacrata né vocazioni sacerdotali». Tuttavia sono smentito proprio dalla realtà in cui vivo da oltre vent'anni: se c'è una parrocchia poco «bollente», con una comunità non particolarmente unita (nonostante la buona volontà di alcune persone) e tanti difetti (in questo siamo tutti accomunati!) quella è sicuramente la mia parrocchia; anche, evidentemente, per mia responsabilità. Eppure, in questo periodo, ne sono usciti tre preti diocesani (e attualmente un seminarista), una suora salesiana, una missionaria laica fidei donum e sono a conoscenza di almeno due consacrate laiche! Quindi, date le premesse, come spiegare queste vocazioni? Forse con l'umile e sconosciuta preghiera di chi prega per esse? Forse con il fatto che, come dice in altro punto il padre Kolvenbach, Dio provvede in modi che non conosciamo.

Lettera via e-mail


UNA LETTURA CHE RICONCILIA

Sono abbonata da un anno al mensile Aggiornamenti Sociali e, tramite questa rivista, ho conosciuto di recente Popoli. Ho iniziato a sfogliarla e a leggiucchiarla e piano piano mi sono appassionata ai reportage e agli approfondimenti. La sensazione che ho provato, terminata la lettura, è stata quella di riconciliarmi con il mondo. Sì, credo che Popoli abbia questo grande pregio: consentire esperienze di riconciliazione al lettore rispetto a tematiche «calde» come l'islam, gli stranieri, il resto del mondo. Questo è ancor più evidente poiché i mass media tendono a esasperare le differenze solo per generare conflitti e farci vivere nella paura. Così ho scelto di abbonarmi per il 2008. Vi ringrazio molto per l'opportunità che offrite!

M. Luisa Desinano
San Donato M.se (Mi)


GRAZIE ITALIA E ARRIVEDERCI

Dopo 15 anni di permanenza nel vostro bel Paese non posso tornare in patria per sempre senza dire pubblicamente grazie e arrivederci per le cose ricevute qui: la formazione, il lavoro, mia moglie Antonella e l'aiuto dato al mio villaggio d'origine, Yagala in Sierra Leone. Ho avuto l'opportunità di conoscere voi italiani e di apprezzare la fantasia, la capacità continua di adattamento, l'ironia e il forte senso della famiglia che, a mio parere, caratterizza alcuni di voi. Le bellezze naturali, l'arte, la cura del cibo... Sono i vostri punti forti. Ho pure constatato in questi anni che il vostro detto «tutto il mondo è paese » è vero: buoni e cattivi, intelligenti e stupidi ci sono ovunque. Penso che la differenza la faccia la cultura, la conoscenza. Nonostante tutto ciò che di positivo l'Italia mi ha dato, non ho mai dimenticato le mie origini, la mia identità di uomo nero, in una parola il mio Paese: la Sierra Leone. Per questo vi tornerò. Ritornare in patria è sempre stato il mio sogno, inoltre sono stanco di sentire spesso confronti tra diversità: bianco e nero, ricco e povero, sviluppato e sottosviluppato. Mi manca il senso di appartenenza alla comunità, intesa in senso tradizionale africano, e in più ho paura di morire lontano dal mio Paese. Mi dispiace di non poter portare subito con me mia moglie, perché non ci sono ancora le condizioni adatte: mancano acqua potabile, elettricità, un lavoro abbastanza sicuro, un sistema sanitario e pensionistico, insomma ciò che aiuta a rendere la vita un po' meno imprevedibile. In Sierra Leone lavorerò per sviluppare una piantagione di frutta, non trascurando però le attività di collaborazione e sostegno allo sviluppo della mia gente. Lascio in eredità agli amici italiani il progetto Microcammino 2000, un intervento rurale integrale che mira a promuovere l'istruzione di base, la cura della salute e del lavoro agricolo, per garantire la sicurezza alimentare. Lo scopo è quello di sostituire la cultura della dipendenza e del fatalismo con quella della responsabilità, personale e collettiva. Grazie ancora Italia per avermi cambiato tanto la vita!

Peter Konteh

Ringraziamo l'amico Peter Konteh e gli auguriamo buona fortuna. Anche Popoli ha parlato del suo progetto Microcammino (cfr n. 2/2006, pag. 54), ideato nel 2000 e sostenuto in Italia in particolare dalla Ong Coopi e, in Sierra Leone, dalle autorità locali e dai missionari saveriani (per ulteriori info e donazioni cfr www.micro - cammino.com).


UNA LINGUA INCONTAMINATA?

Mi complimento per la costante attenzione e sensibilità della vostra rivista nei confronti dell'Africa. Segnalo però un piccolo errore che ho trovato nel numero di dicembre 2007. Nella rubrica «In altre parole» (p. 6) l'autore scrive che alcune parole del geez risentono di una commistione con l'arabo. Penso sia un errore di carattere storico, oltreché linguistico. Ad ogni modo si dimentica la lunga lotta che gli ortodossi etiopici hanno condotto e conducono contro l'elemento estraneo, cioè l'arabo, che minaccia la loro fede cristiana e la loro identità, certamente non araba.

Gian Giacomo Zucchi
Trieste

Quanto dice il lettore è vero: in politica estera gli etiopi sono sempre stati coerenti a una linea di contrasto dell'espansione islamica nel Corno d'Africa. Gli imperi dei negus, il regime socialista di Menghistu Hailé Mariam e l'attuale presidente Melles Zenawi hanno sempre combattuto i musulmani: fossero essi arabi di origine sudanese o yemenita oppure somali. Detto questo, bisogna però saper distinguere il piano politico dalle dinamiche sociali. Nonostante gli scontri che si sono ripetuti nei secoli, ci sono stati ugualmente rapporti culturali ed economici molto stretti tra etiopi e popolazioni confinanti (sudanesi, yemeniti, somali, ecc.). Ciò ha portato anche a commistioni in campo linguistico. Molti termini arabi sono stati recepiti dalle lingue di ceppo geez e viceversa. Occorre tener presente un altro aspetto spesso ignorato: gli islamici etiopi rappresentano più del 45% della popolazione (ma qualcuno dice che siano il 49- 50%). È quindi naturale che ci sia stato, e ci sia tuttora, uno scambio culturale tra musulmani arabi e somali e i loro confratelli etiopi. (e.c.)


LO ZAMBIA NON È POVERO

Nella rubrica «Parola chiave » dedicata ai ponti (Popoli, novembre 2007, p. 44), scrivete tra l'altro che lo Zambia è un «Paese poverissimo ». Questo non è vero. È vero che la sua agricoltura è - o era - meno abbondante di quella dello Zimbabwe. Ma lo Zambia è un grande Paese esportatore. Ad esempio, i maggiori produttori mondiali di rame sono la regione della Cordigliera delle Ande, in Cile, e il Copperbelt, in Zambia.

Spartaco Ciccotti S.I.
San Paolo (Brasile)

Quando scrivevamo della povertà dello Zambia ci riferivamo alla condizione generale della popolazione a cavallo tra gli anni Sessanta e Settanta. Allora la maggioranza degli abitanti viveva in condizioni misere e guardava con invidia alla florida economia zimbabwiana (allora Rhodesia), pur conoscendo la difficile situazione dei vicini in termini di diritti umani. Certo, lo Zambia è sempre stato produttore di rame e questo ha portato nelle casse statali ingenti fondi. Che però, purtroppo, non sempre sono stati spesi per il benessere generale. Oggi la situazione è migliorata sia grazie a un settore agricolo più florido sia grazie a una razionalizzazione del comparto minerario.

© FCSF - Popoli

Torna al sommario