Femminismo è una parola che nasce in Occidente. La usò per la prima volta Hubertine Auclert, un'intellettuale francese, nel 1880. Ciò non vuol dire, però, che il femminismo sia un «prodotto» solo occidentale. A sottolineare il concetto è Margot Badran, studiosa egiziana di Storia delle donne e docente all'Università di Georgetown (Usa): «Una letteratura molto ampia dimostra che i femminismi sono tanti e articolati in termini locali. Ma per ragioni ideologiche e politiche, si preferisce ignorare questo fatto. L'Occidente non vuole rinunciare al suo presunto primato riguardo all'emancipazione delle donne». Il femminismo islamico oggi è presente in tutto il mondo: è una conseguenza della diaspora musulmana e delle conversioni occidentali; circola sempre di più nel cyberspazio. A conferma del suo carattere globale, va notato che la sua lingua veicolare non è l'arabo, ma l'inglese. E non ha un'unica accezione: c'è chi lo fa discendere dall'insegnamento coranico e chi lo intende come un progetto di rilettura del Corano.
RADICI RELIGIOSE
Il femminismo islamico non rappresenta un discorso puramente teorico o circoscritto a una élite illuminata. Ha prodotto e continua a produrre risultati tangibili. Uno dei più recenti è la Carta dei musulmani d'Europa, sottoscritta a Bruxelles il 10 gennaio dai rappresentanti di oltre 400 associazioni, e che può essere sintetizzata nella formula: no al terrorismo, rispetto per tutte le religioni e riconoscimento dei diritti delle donne.
Ciononostante, in Europa e negli Usa, «afferrare» il femminismo islamico, comprenderne lo spessore e le peculiarità, continua a essere difficile. «Una delle ragioni per cui ciò accade - prosegue Margot Badran - è che esso prescinde dai tradizionali binomi che caratterizzano il pensiero occidentale: per esempio, la contrapposizione tra religioso e secolare. Le pioniere del femminismo in Egitto e in altri Paesi arabi hanno sempre dato spazio alla religione. Hanno fatto spesso ricorso ad argomenti "islamici" per rivendicare il diritto delle donne all'educazione, al lavoro, ai diritti politici. E questo anche se loro individualmente erano agnostiche».
Nell'islam, le diverse esperienze femministe hanno un denominatore comune: partono tutte dal principio di uguaglianza tra gli esseri umani contenuto ed espresso nel Corano. Poi ciascuna può assumere caratteristiche differenti. «Il femminismo islamico rivendica i diritti delle donne, l'uguaglianza di genere, la giustizia sociale utilizzando il discorso coranico come un paradigma, anche se non è necessariamente l'unico». Così, da un lato troviamo Amina Wadud-Mushin (professore associato di Studi islamici presso l'Università della Virginia, diventata nota nel 2005 per avere guidato la preghiera del venerdì in una moschea americana) che concentra la sua esegesi sul Corano e combina metodologie islamiche classiche con i nuovi strumenti scientifici e con discorsi laici sui diritti e la giustizia.
Dall'altro, la libanese Aziza al- Hibri o la pakistana Shaheen Sardar Ali, che a partire dal Corano esaminano le diverse formulazioni della sharia o, ancora, la scrittrice marocchina Fatima Mernissi che si concentra sul riesame degli hadit, cioè i detti attribuiti al profeta Maometto e gli aneddoti che lo riguardano.
«Il principio coranico di uguaglianza, tra uomini e donne, ma non solo - spiega Margot Badran -, è stato sovvertito dalla cultura patriarcale del IX secolo, che ha condizionato pesantemente la giurisprudenza musulmana consolidata nella sua forma classica (fiqh). È stata questa giurisprudenza che ha influito sulle diverse formulazioni contemporanee della sharia. Anche gli hadit, non sempre autentici, sono stati spesso utilizzati per sostenere modelli patriarcali. A volte gli hadit sono di provenienza dubbia e a volte vengono usati fuori dal contesto». Una priorità del femminismo islamico è dunque quella di andare direttamente al testo sacro fondamentale dell'islam nello sforzo di recuperare il suo messaggio egualitario. «Nell'approccio al Corano, le donne portano la propria interpretazione e si interrogano in quanto donne. Sottolineano come l'interpretazione classica e post-classica sia basata sull'esperienza del maschio e sull'influenza patriarcale diffusa nelle società in cui gli interpreti vivevano».
IL CORANO «FEMMINISTA»
L'ermeneutica femminista islamica distingue tra principi universali e indicazioni contingenti e utilizza tre tipi di approccio: rivisitazione dei versetti del Corano per correggere alcune falsità in circolazione (per esempio i racconti sulla creazione e gli eventi nel giardino dell'Eden utilizzati per sostenere la superiorità dell'uomo); citazione dei versetti che enunciano inequivocabilmente l'uguaglianza di uomini e donne; decostruzione di quelli comunemente interpretati per giustificare la dominazione maschile. «Come esempio di nuova interpretazione possiamo osservare la sura IV, verso 34: "Gli uomini sono responsabili (qawwamun) per le donne perché Dio ha dato ai primi più che alle seconde, e perché essi le mantengono con i loro beni". Sebbene fondamentalmente uguali, gli esseri umani sono stati creati biologicamente differenti per perpetuare la specie. Solo in particolari circostanze gli uomini e le donne assumono ruoli e funzioni diversi. Solo le donne possono partorire e allattare e quindi, in questa circostanza, al marito viene ingiunto dal Corano di fornire supporto materiale come indicato nel verso citato. Studiosi come Wahdud-Muhsin, Hassan, Al-Hibri, Naseef dimostrano che il termine qawwamun trasmette la nozione di "provvedere per" ed è usato in modo prescrittivo per indicare che gli uomini devono provvedere alle donne nel contesto della gravidanza e dell'allattamento. Non significa che le donne non possano provvedere a se stesse in quella e in altre circostanze. Il termine qawwamun non è un'affermazione assoluta della superiorità e dell'autorità del maschio sulle donne, come gli interpreti maschi tradizionalisti hanno affermato».
L'esegesi al femminile, dunque, mostra come le interpretazioni classiche maschili abbiano trasformato il contingente e lo specifico nell'universale. Questo femminismo può dunque approdare a conclusioni più radicali di quello secolare, che prescinde dalla religione. «Infatti esso insiste sulla completa uguaglianza fra uomini e donne nello spettro pubblico/privato, mentre il femminismo secolare, storicamente, ha accettato l'idea di uguaglianza nel pubblico e la nozione di complementarità nel privato».
L'inutile battaglia di un vescovo
Sono ripresi l'8 gennaio i lavori per la deviazione del fiume São Francisco verso le regioni aride del Nord-Est brasiliano. L'imponente opera (700 chilometri di canali, costo stimato 2,9 miliardi di dollari) è aspramente contestata da molte organizzazioni della società civile e da settori della Chiesa, tra cui il vescovo di Barra, Luiz Flávio Cappio. Secondo gli oppositori il progetto danneggerà i contadini che coltivano lungo il fiume e non recherà benefici al Nord-Est, se non per le multinazionali dell'agricoltura. Ma, dopo la sospensione di dicembre, decisa anche per lo sciopero della fame di mons. Cappio, il Supremo tribunale federale ha deciso la riapertura dei lavori. |
QUANTO
184 Gli italiani detengono il record mondiale di consumo pro capite di acqua in bottiglia, secondo il Pacific Institute di Oakland (California). Nel 2004 ne hanno bevuti quasi 184 litri a testa, seguiti da messicani (169 litri), arabi degli Emirati (164), belgi, francesi e spagnoli. Nello stesso anno il consumo mondiale complessivo ha raggiunto i 154 miliardi di litri (+57% rispetto al 1999), con una media di 24 litri a persona. La domanda non cresce solo in Paesi aridi, ma anche in quelli dove l'acqua del rubinetto è abbondante, potabile e a buon mercato. Negli Stati Uniti, che ne consumano 26 miliardi di litri, l'oro blu messo in bottiglia arriva a costare più della benzina. Acqua imbottigliata è sinonimo anche di polietilene tereftalato (Pet), la plastica utilizzata per confezionarla e poi difficile da smaltire, nonché di maggiori consumi energetici per la produzione e il trasporto. L'acqua del rubinetto, invece, ha costi energetici di distribuzione molto inferiori. La britannica Thames Water, le francesi Vivendi, Suez e Perrier, la svizzera Nestlè e le americane Pepsi e Coca Cola sono tra i giganti di un mercato complessivo che vale circa 100 miliardi di dollari all'anno, mentre ne basterebbero 30 all'anno per raggiungere l'obiettivo Onu dell'accesso all'acqua nei Paesi poveri. |
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