Identità - Differenza - marzo 2008

Idee
Quando raccontare la violenza fa paura

Ferdinando Fava
Ricercatore presso il Centro di Antropologia dei Mondi contemporanei dell'Ehess di Parigi

Non passa giorno senza che i titoli dei telegiornali annuncino qualche notizia di cronaca nera. Non è certo il singolo furto o l'arresto di uno spacciatore a fare notizia. Per giungere sugli schermi all'ora di cena o sulle pagine dei quotidiani la mattina, questi eventi devono avere qualcosa di speciale. Proviamo a ricordarne alcuni: il giovane rom che stupra e uccide una donna al calare della sera, il guidatore ubriaco (anch'egli rom) che travolge e uccide un gruppo di giovani, l'ex-militare che spara sui passanti dal balcone di casa, la banda di albanesi e romeni che rapina la villa e sevizia a morte una povera coppia di anziani custodi.
Abbiamo a che fare con una violenza brutale che esplode tra persone che non avevano nessuna relazione previa. In questi casi l'effetto della retorica della narrazione massmediale è duplice e contraddittorio. Da una parte, la descrizione alimenta una paura profonda: il pericolo che minaccia la nostra vita pubblica è sempre alle porte, inatteso, imprevedibile e spesso irragionevole. Dall'altra, la stessa descrizione, così come è costruita, suggerisce come controllare la paura che essa stessa suscita: questo male deve avere le sue cause nel modo di vivere dello straniero, del debosciato o nella follia altrui. La descrizione dell'evento vale, insomma, come racconto causale: sappiamo su chi scaricare il nostro sdegno e come correre ai ripari, peraltro senza poterci mai sentire definitivamente al sicuro, perché, come attestano i giornali, si tratta di una violenza imprevedibile. Ci sono, però, anche altri fatti violenti di cui i media si sono occupati ampiamente, ormai entrati talmente nell'immaginario collettivo che è sufficiente citare i luoghi per indicare gli eventi: Cogne, Erba, Garlasco, Perugia. È la triste geografia della violenza domestica divenuta spettacolo. Sì, perché di questo si tratta: violenza che si scatena all'interno delle case, al cuore della famiglia, tra amici, tra vicini, tra persone che si conoscono da una vita. In questo caso la retorica narrativa non basta più a indicarne le cause, poiché il male che minaccia il legame sociale alle sue radici non è più «esterno», ma viene da «dentro», è domestico. Ed è potenzialmente in ognuno di noi, incontrollabile. Ecco allora la scelta dei media di mettere in scena l'approfondimento dei «fatti» e delle storie individuali, di far intervenire gli esperti, gli interpreti del mondo familiare e dell'interiorità. Sui media questo tipo di violenza viene esorcizzato trasformandolo in spettacolo, intrattenimento, o in un giallo iperreale.
Ma occorre chiedersi se nella genesi della violenza (sulla scena pubblica o nello spazio domestico) non vi siano altre dimensioni che sfuggono alla nostra percezione diretta ma che non sono meno reali e che hanno un impatto sensibile sulla nostra quotidianità. Nella restituzione che ce ne fanno i media, questi episodi di violenza raramente vengono messi in relazione alle forze e ai contesti economici, politici e istituzionali. La riconfigurazione del mercato del lavoro e la trasformazione del settore industriale su scala globale, il ridisegno della mobilità tra Stati nell'Europa allargata, la stigmatizzazione dell'immigrato (regolare e non), tanto per fare alcuni esempi, arrivano, invece, a modellare le nostre relazioni quotidiane, promuovendo e inibendo, di volta in volta, aggressività o benevolenza, rispetto o biasimo, senso di insicurezza e diffidenza, fiducia e solidarietà, conflittualità o collaborazione.
La politica, l'editoria e gli apparati economici - talvolta per congiuntura casuale, spesso per accordo deliberato - pongono la violenza quotidiana e la sicurezza come priorità nelle loro agende. Il conseguente racconto mediatico ne risulterà drogato. Viceversa, tra il voyeurismo che chiude nell'immediato dell'episodio violento (e della paura) e la sterilizzazione che rimuove quanto vi è d'inaccettabile e indesiderabile, si pone la sfida di un'informazione «etica»: portare alla luce le connessioni tra questa violenza quotidiana con quella invisibile delle strutture economiche e simboliche; gli usi ideologici di quel racconto di tutti i giorni saranno così smascherati. Il quadro si farà più complesso, certo, ma si manifesteranno anche gli spazi per un'azione cooperativa efficace.

© FCSF - Popoli
 

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