Nelle elezioni presidenziali del 2000 e del 2004 George W. Bush ha fatto ricorso alle proprie convinzioni religiose per migliorare il suo risultato politico, chiamando a raccolta molti sostenitori cristiani che hanno forse fatto la differenza. Anche nelle elezioni del 2008 la fede religiosa rimane una questione di grande rilievo nella politica americana. Una rapida rassegna dei dibattiti in occasione delle primarie e dei forum on-line dei candidati può dare un'idea delle posizioni dei principali candidati alla presidenza in materia di fede e politica.
DIO E I REPUBBLICANI
I candidati repubblicani parlano molto di Dio e nei dibattiti hanno insistito su quanto conti la loro fede, ma anche sul fatto che non imporranno ad altri le proprie vedute. Mitt Romney, mormone del Massachusetts ritiratosi in febbraio, ha cercato questo equilibrio dicendo che gli Stati Uniti «vogliono un leader che sia una persona di fede, ma noi non scegliamo il nostro leader in base alla Chiesa che frequenta». Mike Huckabee, battista dell'Arkansas, si è mostrato d'accordo, sostenendo l'importanza che i candidati «siano aperti e sinceri» riguardo alla loro fede: «Aiuta a spiegare chi siamo, quali siano i nostri sistemi di valori». Ma per Huckabee, quest'apertura ha un limite: quando in un dibattito gli è stata posta la questione dell'evoluzione, ha affermato che la propria opinione è irrilevante. Due risposte che rivelano come i candidati camminino un po' sul filo del rasoio: devono parlare apertamente della loro fede, ma evitare argomenti specifici che possano offendere gli elettori.
L'ex sindaco di New York, Rudoph Giuliani (ritiratosi dalla corsa alla fine di gennaio), conosce bene questa posizione. Il cattolico Giuliani ha appoggiato a lungo politiche pubbliche sull'aborto, ad esempio, in disaccordo non solo con alcune delle sue opinioni personali, ma anche con l'insegnamento della sua Chiesa e con la maggioranza del partito repubblicano. Di conseguenza, finché è stato in corsa, ha cercato di porre un limite più netto tra la fede e la politica rispetto alla maggioranza dei suoi avversari. «La religione è molto importante per me - ha detto -. Ma sono stato nell'amministrazione pubblica per la maggior parte della mia vita e devo prendere le decisioni che credo siano giuste in un Paese come il nostro».
Può sembrare strano che in un dibattito venga chiesto a un candidato presidenziale se crede nella teoria di Darwin sull'evoluzione. Eppure una buona parte dei repubblicani protestanti crede nel creazionismo (la visione secondo cui i racconti della Genesi sulla creazione sono veri alla lettera) e ritiene che l'evoluzionismo sia una teoria screditata, da non insegnare nelle scuole pubbliche. Quando si è affrontato il tema dell'insegnamento dell'evoluzionismo, il senatore dell'Arizona, John McCain, oggi favorito per la nomination e appartenente alla Chiesa episcopale, ha dichiarato: «Credo che ai nostri figli si possano insegnare diverse opinioni su differenti questioni. Ma lascio decidere il programma alle autorità scolastiche locali».
È stato chiesto ai repubblicani quale sia, secondo loro, la questione morale oggi più importante. Quasi tutti hanno convenuto che si tratta della minaccia alla vita umana. Ma di fronte alle critiche di chi sostiene che per loro l'aborto è l'unico problema, molti anti-abortisti si sono fatti più prudenti. Diversi candidati hanno chiarito che, con l'espressione «pro-life » («per la vita») intendono qualcosa di più che una semplice opposizione all'aborto legale. Per Huckabee, «molti di noi che sono pro-life, hanno fatto l'errore di dare alla gente l'impressione che ci preoccupiamo delle persone solo finché il bambino è nel grembo». In questo senso, Huckabee è d'accordo, almeno a livello dialettico, con i vescovi cattolici americani, che hanno promosso una più ampia etica della vita, pur ricordando la gravità dell'aborto.
Dopo l'11 settembre 2001, gli americani si sono abituati ai politici che parlano della lotta contro il terrorismo come della battaglia tra il bene e il male. Ma è interessante vedere fin dove si estende questo ragionamento. Per John McCain, la «battaglia contro l'estremismo radicale islamico è una straordinaria lotta fra il bene e il male ». Ma è Huckabee ad avere usato il linguaggio più tagliente per descrivere la cosiddetta guerra del terrore, definendola una «guerra teologica». «Non è politicamente corretto dire così - ha affermato -, ma è la pura verità. Stiamo combattendo contro persone il cui fanatismo religioso non sarà soddisfatto finché non saremo tutti morti».
I DEMOCRATICI E LA FEDE
I dibattiti democratici sono stati poco caratterizzati da questa retorica apocalittica. Barack Obama, protestante dell'Illinois, ha cercato di dare una spiegazione, dicendo che «il rischio di usare le categorie di bene e male, nel contesto della guerra, potrebbe portarci a non essere critici come dovremmo riguardo alle nostre stesse azioni». Ma negli incontri dei democratici si è parlato poco di fede e di Dio in generale. Come partito politico di sinistra, i democratici si sentono talvolta a disagio quando si parla di Dio e, insieme, di politica. I loro candidati, tuttavia, hanno parlato diverse volte delle proprie convinzioni religiose.
Obama, forse anche più di Hillary Clinton, senatrice di New York, sta cercando di conquistare i voti dei democratici che hanno un credo religioso, soprattutto degli afro-americani che hanno dato in passato un generoso sostegno al marito di Hillary. Di conseguenza, si è dimostrato ben disposto a invocare la propria fede nei dibattiti e anche a sfidare quella che egli percepiva come una tradizione culturale del partito democratico: guardare con sospetto al discorso religioso. «Sono fiero della mia fede cristiana che ispira le mie azioni - ha dichiarato -. Non credo che si possa impedire a coloro che provengono dalla mia stessa formazione religiosa di discutere dei problemi». È da notare che Obama poi ha rassicurato i democratici non credenti dicendo che, mentre le posizioni politiche pubbliche possono derivare da personali vedute religiose, coloro che operano nella vita pubblica hanno l'obbligo di «tradurre i nostri valori religiosi in termini morali che tutti possano condividere, inclusi i non credenti». In tal senso, la posizione di Obama non è molto dissimile da quella di Giuliani.
John Edwards, protestante metodista, ha avuto un approccio ancora diverso. Prima di ritirarsi dalla corsa, il senatore della Carolina del Nord ha parlato spesso delle «questioni morali» con cui ci confrontiamo come popolo, soprattutto la povertà. Ma Edwards ha detto che, mentre per lui Dio è importante, sarebbe sbagliato «prendere decisioni politiche sulla base del proprio credo religioso personale». Anche questa posizione è simile a quella di Giuliani, ma, anziché usare questo argomento per giustificare la posizione sull'aborto, come ha fatto l'ex sindaco di New York, Edwards vi ha fatto ricorso per spiegare che, sebbene sia personalmente contrario al matrimonio tra omosessuali, concederebbe alle coppie omosessuali i diritti del matrimonio attraverso altre vie legali.
Hillary Clinton, in un sondaggio dello scorso autunno, è risultata essere la candidata meno religiosa, anche se la sua profonda fede religiosa è ben documentata. Una ragione possibile è che la Clinton non sembra a proprio agio nel parlare di questo argomento. Ha detto in un incontro pubblico che senza l'aiuto della fede non sarebbe sopravvissuta all'infedeltà del marito, ma non ha aggiunto particolari. «Vivo la mia fede in modo molto serio e personale - disse -. E provengo da una cultura che forse è un po' diffidente verso coloro che hanno sempre la parola fede sulle labbra. Grandi parole o proclami sulla fede non mi vengono naturali».
In un altro incontro, la Clinton ha rivelato qualcosa di più. Ai candidati è stato chiesto se pensavano che la preghiera avesse il potere di influire su eventi come l'uragano Katrina. La risposta della Clinton è stata prudente e non impegnativa: «Non ho la presunzione di capire la sapienza e la potenza di Dio - disse -, ma ho fatto molto affidamento sulla preghiera nel corso della mia vita». È sorprendente quanto sembrano avere in comune i candidati repubblicani e democratici. La maggior parte di essi perla della propria fede in pubblico e di come influenza la propria visione del mondo. Si differenziano maggiormente nel sottolineare che la loro visione religiosa non deve essere imposta a nessuno. Secondo i sondaggi, la maggior parte dei cittadini non vuole governanti che prendano decisioni politiche in base alle personali convinzioni religiose. D'altro canto, nei dibattiti pubblici gli americani continuano a porre domande riguardo alle posizioni religiose dei candidati. Se non ci fosse interesse per tali questioni, i mass media probabilmente smetterebbero di sollevarle. E forse, più che le domande interessano le risposte, soprattutto quando non ci trovano d'accordo.
ELEZIONI 2008
Alcune novità Le elezioni primarie in corso porteranno alla scelta dei candidati repubblicano e democratico alle presidenziali del 4 novembre. Il candidato democratico sarà proclamato nella convention di Denver (Colorado) del 25-28 agosto, cui partecipano 4.049 delegati; quello repubblicano sarà scelto a Minneapolis (Minnesota) tra il 1° e il 4 settembre dai 2.380 delegati del Grand Old Party. Alle elezioni per la Casa Bianca partecipano anche candidati indipendenti o di formazioni politiche minori, ma dalla metà dell'Ottocento questi due grandi partiti si sono sempre contesi con successo la guida del Paese. Le primarie di quest'anno hanno alcune particolarità. Risultano essere molto aperte perché per la prima volta dal 1928 non partecipa né un presidente per il secondo mandato, né un vicepresidente in carica. Inoltre, in entrambi gli schieramenti è forte la competizione tra più candidati e più anche succedere che nessuno sfidante arrivi alla convention del proprio partito con la maggioranza assoluta dei delegati, sufficiente a garantirgli la candidatura. In questo caso, la decisione viene presa attraverso ballottaggi e trattative, spesso poco trasparenti. Se quest'anno per la prima volta un candidato di colore e una donna hanno forti chance di ottenere la nomination, dal punto di vista religioso la novità principale è la candidatura del mormone Mitt Romney (un solo precedente nel 1976). Dopo il ritiro del cattolico Rudolph Giuliani tra i repubblicani, tutti i candidati rimasti in gara fino alla fine di febbraio sono protestanti. Hillary Clinton è metodista; Barak Obama appartiene alla Chiesa unitaria di Cristo; John McCain è episcopale, mentre Mick Huckabee è addirittura pastore della Chiesa battista. |
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