Dialogo e annuncio - marzo 2008

Idee
Evangelizzare sempre. Ma come farlo?

Davide Magni S.I.
di Popoli

Per i cristiani, celebrare la Pasqua significa avere una storia comune. Una particolare storia che inizia con un evento fondatore - la risurrezione di Gesù di Nazareth, il Figlio di Dio - che sarà seguito da tutti gli altri. Questa è la bella notizia che va diffusa: sempre, ovunque e comunque. È un ordine perentorio che il Risorto stesso affida ai suoi discepoli, mentre li costituisce apostoli, cioè missionari. Gli uomini hanno bisogno di sapere che c'è un Dio che ama il mondo e, in Gesù di Nazareth, si è incarnato nella nostra vicenda umana per salvarci. In nessun altro nome c'è salvezza, se non in Gesù Cristo.
Non c'è Chiesa, dunque, se non laddove si evangelizza. Tuttavia c'è da sempre un vivace dibattito su come annunciare il Vangelo in maniera autentica e credibile. È questo ciò di cui si occupa la missiologia: l'esternazione della fede che consente al Vangelo, nel suo viaggio attraverso i tempi e le nazioni, di incontrare le culture e le religioni. In questa bimillenaria discussione è intervenuta, lo scorso 3 dicembre, la Nota dottrinale su alcuni aspetti dell'evangelizzazione, promulgata dalla Congregazione per la dottrina della fede (cfr www.vatican.va). Diversi commentatori hanno ravvisato un rimprovero preoccupato nelle parole con cui il cardinale indiano Ivan Dias, prefetto della Congregazione per l'evangelizzazione dei popoli, ha presentato il documento alla stampa. Tuttavia, pur non essendo sorprendente un qualche biasimo verso certuni teologi e istituti missionari, additati come propagatori di confusione dottrinale, va precisato che la Nota non contiene affatto tali stoccate. Piuttosto è un richiamo all'urgenza di fare missiologia. Non è questa un'astrazione teorica, ma un'attività intimamente collegata alla prassi, poiché compie un continuo discernimento sui fondamenti, gli scopi, gli atteggiamenti, il messaggio e i metodi di evangelizzare che si adottano. Da sempre la Chiesa compie questa riflessione: ogni teologia è una missiologia.
Se ciò che è stato seminato si vede dai frutti, risulta imbarazzante constatare l'insuccesso numerico (solo il 2%) dell'adesione al Vangelo in Asia, il continente nel quale risiede metà dell'umanità e dove sono nate le principali tradizioni religiose, cristianesimo compreso. In un articolo pubblicato tre anni fa sulla rivista Concilium (n. 3/2005), padre Adolfo Nicolás, neoeletto Generale della Compagnia di Gesù, rifletteva sulle ragioni della crisi del cristianesimo in Asia e sulle risposte praticabili. La crisi, rifletteva il gesuita spagnolo che a lungo ha vissuto in Oriente, è anzitutto un'opportunità preziosa per i cristiani di conversione al Signore risorto. «La Chiesa in Asia - scriveva Nicolás - di frequente è stata povera, perseguitata in molti luoghi e per lunghi periodi, senza alcun potere e quasi invisibile. (...) Questa è l'immagine della Chiesa di Cristo che ha più senso in Asia. (...) E tuttavia non è questa l'immagine che noi "uomini e donne di Chiesa" comunichiamo più chiaramente. C'è una brama di visibilità, di influenza, di diverse forme di potere (incluso, specialmente, il potere "spirituale"), che svilisce la gioia di accompagnare Cristo in povertà e umiltà. Per questo, in Asia, la Chiesa appare spesso incoerente e produce talora stupore e disappunto».
In questo senso, il meno evidente, ma più radicale atteggiamento non evangelico, è ignorare la ricchezza delle altre religioni. È la nostra stessa teologia a essere carente nella capacità di far comprendere e di tradurre nel contesto asiatico, così ricco e raffinato, i concetti elaborati in ambito occidentale e talvolta di difficile comprensione anche per gli stessi occidentali di oggi. Stiamo parlando, cioè, di quella sempre auspicata, ma non ancora estesamente praticata, fatica dell'inculturazione. L'immagine pasquale dei discepoli di Emmaus, avvicinati e accompagnati da Gesù nel loro cammino, può essere un utile paradigma. Testimoni del Signore risorto, camminano accanto alle persone reali sulle loro vie, per essere in grado di annunciare loro Colui che è la Via. Non come semplici cronisti, ma collaboratori di quel Dio che vuole la gioia degli uomini e la fine del male.

© FCSF - Popoli
 

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