La mia prima reazione alla Lettera dei 138 rappresentanti musulmani al papa e ai capi delle Chiese, consegnata il 13 ottobre, era stata freddina. Mi pareva un testo concordista e buonista, tutto il contrario di una teologia interreligiosa della liberazione. Nel frattempo violenza e ingiustizia impazzano, e i poveri e gli inermi, cristiani e musulmani, ne pagano ovunque l'orrendo prezzo. Poi, una sera, durante la meditazione, un versetto del Corano mi ha colpito: «Giobbe invocò il suo Signore: "Ecco, sono investito dal malore, ma tu sei assolutamente compassionevole!"». Mi è parso di cogliere nuovamente qualcosa dell'esperienza intima del profeta Muhammad. Mi sono deciso a rileggere la Lettera con più calma.
La struttura del testo è in tre parti. Si comincia con il legare la confessione monoteista musulmana all'amore di Dio. L'organo spirituale di questo amore è il cuore. L'amore di Dio si esprime nella lode, nel rendimento dì grazie e nella devozione. Segue la trattazione dell'amore biblico e più specificamente evangelico per Dio, l'Unico (cfr Mc 12, 28-31). Si vuole fondare la convinzione musulmana dell'ortodossia originale del monoteismo biblico tanto ebraico quanto cristiano. Qui sta l'essenziale di questa «parola comune» sulla quale è urgente convenire per costruire la pace nella giustizia.
La seconda parte tratta dell'amore verso il fratello, o il vicino, nella tradizione musulmana e in quella cristiana. L'ultima parte, la terza, riguarda l'invito a «convenire a un'espressione comune» puramente monoteista. Il versetto coranico (3, 64) che contiene l'invito è interpretabile più o meno polemicamente. La scelta degli estensori è quella di evitare polemiche; operano una rilettura incisiva e forse duratura del testo coranico. I 138 si preoccupano di sottolineare che l'amore di Dio (compatibile solo con un perfetto monoteismo) e l'amore del prossimo sono la base per la collaborazione islamo-cristiana e condizione per la pace mondiale. Ciò comporta che si eviti di divinizzare le creature assoggettandosi al loro potere. Si lega dunque l'amore del prossimo alla salvaguardia della libertà religiosa (senza affrontare, peraltro, la questione della libertà di coscienza) e si ricorda il dovere di equità verso coloro che evitano di far guerra ai musulmani a causa della loro religione. Poi i 138 si chiedono: «È forse necessario alla religione cristiana il rifiuto dei musulmani?». Viene allora citata la pagina evangelica dove Gesù dice: «Chi non è contro di noi, è per noi» (Mc 9, 40). E concludono: «Perciò invitiamo i cristiani a non considerare i musulmani come "contro di loro" e a considerarli invece come "con loro"». La proposta è che il dialogo interreligioso sia fondato su questa base monoteista comune dell'amore di Dio e del prossimo che riassume la Legge e i Profeti. Si tratta di assumersi la responsabilità della pace mondiale, specie con la minaccia delle armi moderne e con la convivenza, ovunque, di cristiani e musulmani.
Devo confessare che resta qualcosa del mio timore verso un possibile accordo dei poteri religiosi in vista della pace paludosa dello status quo. La rinuncia alla portata storica rivoluzionaria e universale della fede nel Dio solidale con il povero non può che scoraggiare e incattivire gli oppressi. Resta il fatto che l'opzione per la pace (anche se una pace di seconda scelta) è comunque prioritaria, almeno fino a quando non diventeremo capaci di combattere assieme per la giustizia con le mani nude della non violenza. Allora la carica polemica dell'Islam offrirà un dono alla volontà di riforma della società umana.
[Una versione più completa di questo articolo si trova sul sito www.deirmarmusa.org. Nello stesso sito si trova la Lettera agli amici del 2007 con un'accorata richiesta di aiuti per il monastero siriano e i suoi poveri]
© FCSF - Popoli