In altre parole - aprile 2008
Le culture presentate e comprese attraverso il loro linguaggio: in questa rubrica un termine particolarmente significativo per i valori sociali, antropologici o religiosi di un popolo viene spiegato da un missionario, uno studioso o un rappresentante di quella stessa cultura.

Sundar

La parola sundar è una delle più tipiche della lingua bengalese, parlata da oltre duecento milioni di persone nel Bengala occidentale indiano e in Bangladesh. Sundar vuol dire «bello». Ma la bellezza è vissuta e definita in modo diverso da una cultura all'altra. Per esempio, se volete congratularvi con uno straniero che ha imparato l'italiano, gli dite che parla bene la lingua, ma un bengalese, in una circostanza analoga, dirà che parla «un bel bengalese». I bengalesi, del resto, sono molto sensibili al fatto che uno straniero parli la loro lingua e per loro la dimensione estetica delle cose ha molta importanza: perciò in Bengala, ciò che piace è necessariamente bello. Anche se non si può dimostrare, sono convinto che Madre Teresa di Calcutta si esprimesse pensando in bengalese, quando invitava le persone (in inglese) a fare «something beautiful for God», qualcosa di bello per Dio.

Tuttavia, per avere un'idea più completa del significato che ha la parola sundar, bisogna rivolgersi a Rabindranath Tagore
(1861-1941), il grande poeta di questa lingua che, nel 1913, fu il primo asiatico a ricevere il Premio Nobel per la letteratura. Per Tagore la bellezza è ciò che rappresenta il meglio, ciò che è più prezioso per l'uomo, incluso il divino stesso. Egli utilizza spesso la parola sundar nelle sue poesie. Tuttavia la bellezza, trascendendo la dimensione umana, ha un aspetto «terribile», addirittura terrificante. Non si può farne esperienza in maniera piena e totale senza provare dolore. Per Tagore, ciò è normale. Ad esempio, nella prima poesia della sua raccolta intitolata Lekhan (1927), ci sono alcuni versi che recitano: «Un giorno Tu mi hai donato un fiore / la cui spina, purtroppo, mi ferì / quando, Sundar, sorridendo / mi inclinai dinanzi a Te».

La bellezza, come ogni aspetto del trascendente, può lasciare una ferita, ma anche fare sorridere. Dolorosa perché vi trascina nella sua dimensione, ma allo stesso tempo vi riempie di una gioia infinita.


Gaston Roberge S.I.
Missionario in Bengala occidentale (India)

Torna al sommario