Nei primi mesi di quest'anno, la piccola realtà del Centro Hurtado, attivo nel quartiere Scampia, va rivelando, nel contesto di disagio, degrado ed emarginazione della nostra zona, la probabile correttezza di un'ipotesi emblematica. In genere alle istituzioni ecclesiastiche sta a cuore il potenziamento delle iniziative che vedono la comunità cristiana come protagonista e possibilmente anche responsabile della promozione culturale e sociale. Tuttavia, quello che è evidente nella missione di annuncio e di prassi pastorale, non è detto che abbia la stessa necessità e rilevanza quando occorre far sì che il processo di crescita di un ambiente unisca forze e soggetti di diversa ispirazione, anche laici. Discriminanti sono certo il senso di giustizia, la volontà di mettersi al servizio degli ultimi, l'evitare manovre devianti di ricerca del consenso o di aggregazione. Va messa invece un po' da parte l'idea che l'evangelizzazione sia necessariamente espressione di una realtà di Chiesa, a sé stante, come in genere sono le parrocchie. È un'ipotesi forse azzardata, ma il mettere insieme le persone giuste per una crescita di tutti e non solo in nome di un'«appartenenza», anche valida, come quella religiosa, assomiglia a quella scommessa spirituale e rivoluzionaria che fece incontrare Cornelio e Pietro (Atti degli Apostoli, 10). Il fatto che il Centro Hurtado sia stato costruito dal Comune di Napoli, che ne è proprietario, avvalora il senso di servizio al «pubblico» in spirito di gratuità e disponibilità reciproca.
Il Centro cerca di vivere tale ispirazione e, anche nella logica del «piccolo è giusto», mette insieme energie diverse, ma preziose, per l'unico obiettivo di far crescere il senso di cittadinanza e di comunione fra le persone, a partire dai giovani. Un'esperienza che fa sperare è l'aver coinvolto diversi studenti, diplomati e neolaureati, in laboratori operanti in quattro scuole del quartiere. Sono progetti a termine, ma la novità è che la passione e la competenza di questi giovani possono significare la continuità di esperienze valide, di cosiddette «buone pratiche». La formazione di una «fascia intelligente», nata e cresciuta sul posto, è necessaria per avviare processi di cambiamento e soprattutto per incoraggiare tali forze a non emigrare, desiderio purtroppo comune tra i giovani del Meridione.
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