Il polo è uno sport globale. Nato in Asia, portato in Europa, si è diffuso in America latina e in Africa. Gli elementi base di questa disciplina sono sempre gli stessi, immutati nello spazio e nel tempo: i cavalli, un campo da gioco molto ampio e cavalieri abili a cavalcare e a colpire la palla con un bastone di legno.
Il polo, di cui, dal 21 aprile al 4 maggio, in Messico si svolgeranno i campionati mondiali, è nato in Persia duemila anni fa. La disciplina era così amata che, secondo una leggenda, il re Dario III, per sfidare il giovane Alessandro Magno, gli inviò una stecca e una palla. Fu proprio Dario poi a portare il polo in India dove ebbe subito successo.
Inizialmente non era un divertimento, ma un modo per mantenere in forma i reparti di cavalleria. A rendere il polo veramente internazionale però furono gli ufficiali britannici di stanza in India, che impararono a giocare dai maharaja locali. E, a metà dell'Ottocento, lo esportarono prima in Inghilterra, poi in tutte le colonie britanniche. Il polo è sempre stato considerato uno sport d'élite. Non è un caso che molti circoli fossero (e siano) frequentati dalle aristocrazie locali. In Africa, dopo la seconda guerra mondiale, divenne famoso il circolo del polo di Addis Abeba, fondato dal negus Haile Selassie, allora punto di ritrovo dei nobili e, dopo la caduta della monarchia, dei ricchi borghesi.
Non è stato così, però, in altre parti del mondo. In Argentina, per esempio, il polo (anche qui portato da un inglese, tale Tom Preston) ha assunto una dimensione se non proprio di massa, almeno popolare. I gauchos della pampa, avvezzi a cavalcare tutto il giorno al seguito delle loro mandrie, alla fine dell'Ottocento lo adottarono come svago e diedero a questa disciplina un aspetto più rude e competitivo di quanto non avesse nella tradizione. Caratteristiche che piacquero agli argentini. Così, tutt'oggi il polo è uno degli sport più amati, tanto che gli esperti sono propensi a indicare l'Argentina come il Paese di riferimento per la disciplina.
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