Santa María Chiquimula è uno sperduto pueblo guatemalteco nel cuore della zona in cui, negli anni Ottanta, il genocidio dei maya fu più feroce. Vi si trova una missione composta da cinque gesuiti: tra loro un personaggio che definire eclettico e avventuroso è poco, un religioso che, scegliendo il Vangelo e l'impegno a fianco dei più poveri, è passato dallo sci alla latitanza nella foresta guatemalteca.
Ricardo Falla, 76 anni, oggi vive la tensione «tra il non voler essere vecchio e il gettare la spugna perché sono vecchio». In una breve ma toccante autobiografia pubblicata nel 2006 da Promotio Iustitiae (la rivista del Segretariato per la giustizia sociale della Curia generalizia dei gesuiti), racconta: «Sono nato a Città del Guatemala da una famiglia di classe alta; da piccolo facevo le vacanze nelle fattorie giocando con i figli dei lavoratori indigeni». Falla appartiene cioè, per nascita, a quella minoranza bianca che ha sempre dominato il piccolo Paese centroamericano. «La mia vita - prosegue - è stata un processo continuo di crisi, ognuna di natura molto diversa. La prima è avvenuta durante l'adolescenza, quando Dio ha cominciato a incidere il mio cuore e ho scoperto la vocazione alla Compagnia di Gesù». Dopo la formazione in El Salvador ed Ecuador (dove vive vicino ad alcuni indigeni, «ma senza parlare con loro, per noi erano un enigma»), viene mandato a Innsbruck a studiare teologia. Nei momenti liberi Falla non disdegna qualche sciata. Siamo alla vigilia del Concilio ed è il momento di un'altra svolta: «Un gesuita mi parlò dei sacerdoti operai. Così decisi di lavorare con gli immigrati della Galizia che arrivavano in Austria per costruire strade e lasciai lo sci... Passavano i turisti nelle loro auto e ci regalavano sigarette. Io avevo sempre visto i lavoratori passando sui nostri veicoli. Ora ero con loro. La mia visione del mondo si capovolse e non fui più lo stesso».
Grazie alla conoscenza degli scritti di Karl Rahner, matura anche una più profonda e più libera adesione al carisma dei gesuiti. Intanto Falla intraprende studi di antropologia, che lo portano prima negli Stati Uniti, poi ad avvicinarsi al mondo indigeno latinoamericano, in Venezuela e, finalmente, in Guatemala. Qui l'impegno missionario si intreccia con quello socio-politico. Dopo sei anni di lavoro pastorale accanto alle famiglie indigene obbligate a nascondersi nella foresta di Ixcán per sfuggire ai massacri dell'esercito, nel 1992 scrive un libro-denuncia che gli «vale» l'accusa di essere un guerrigliero e lo costringe a fuggire dal Paese. Ma oggi Ricardo Falla è di nuovo in mezzo ai maya.
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