Cammini di giustizia - maggio 2008
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Idee
Birmania, un voto che ci riguarda

Cecilia Brighi
responsabile Asia della Cisl

Per il popolo e l'opposizione birmana maggio sarà un mese cruciale. A fine febbraio la giunta di Rangoon, ignorando le richieste dell'inviato speciale dell'Onu, Ibrahim Gambari, e della comunità internazionale per l'avvio di un dialogo che favorisca la democrazia, ha indetto un referendum per approvare una nuova costituzione. Questa, elaborata da un comitato di fedelissimi del regime, dovrebbe garantire alla dittatura militare di rimanere al potere.
La giunta ha preparato tutto nei dettagli. La data della convocazione del referendum non è stata resa nota sino al 10 aprile, quando la commissione per il referendum ha annunciato che le votazioni erano fissate per il 10 maggio. Parallelamente è stata approvata una legge che punisce fino a tre anni di carcere coloro che criticano la bozza di costituzione. Non sono segnali incoraggianti per il futuro. Già da marzo, del resto, sono cominciate le campagne intimidatorie di autorità locali e milizie paramilitari. Chi ha deciso di votare «no» è stato colpito da ritorsioni, pestaggi e arresti. Dalle manifestazioni dell'estate 2007, gli arresti non si sono mai fermati. Sono 700 i nuovi reclusi nelle carceri birmane.
Se la giunta non intende lasciare il potere, l'opposizione democratica non vuole però subire in silenzio. A marzo in Thailandia si è tenuto il Forum strategico organizzato dalla Cisl e dal Consiglio nazionale dell'unione birmana, che raccoglie le organizzazioni democratiche. In quella sede, opposizione e sindacato hanno lanciato una campagna per il «no» alla costituzione. Dalla casa in cui si trova agli arresti domiciliari, Aung San Suu Kyi ha lanciato un appello: «Se votate "no", potremo soffrire per un altro decennio, ma se votate "sì" soffriremo per molte generazioni».
Il Forum ha anche fatto il punto sul potere economico del regime, rinnovando la richiesta alla comunità internazionale di rafforzamento e ampliamento delle sanzioni economiche. Vale la pena ricordare che sono stati gli investimenti stranieri ad alimentare il regime negli ultimi 20 anni. Le principali risorse della giunta si trovano nelle joint ventures del settore petrolifero, del gas e dell'industria estrattiva. Tutto il comparto industriale è controllato dai militari attraverso holding. Le più importanti sono: l'Union of Myanmar economic holding, che serve a garantire redditi aggiuntivi ai militari e ai loro familiari; la Myanmar economic corporation, utilizzata per veicolare i profitti verso la spesa militare; la Myanmar oil and gas enterprise, che, incamerando profitti dai settori del gas e del petrolio, fornisce liquidità al regime.
Il settore del gas è fondamentale. Secondo la Japan oil gas and metal national corporation, una struttura indipendente, alla fine del 2006 le risorse nazionali erano di 538 milioni di metri cubi, la terza riserva del sud-est asiatico, dopo Indonesia e Malesia. E i campi di gas di Shwe da soli potrebbero portare nelle tasche della giunta tra i 600 e gli 850 milioni di dollari. I depositi off-shore dovrebbero garantire dai 37 ai 52 miliardi di dollari nei prossimi anni. Nel biennio 2006-07, le esportazioni di gas sono arrivate a 2,16 miliardi di dollari, il 43% del totale. Anche il turismo è uno strumento a sostegno della giunta. I tour operator sono tutti legati ai militari così come la proprietà di infrastrutture turistiche. Inoltre tutto ciò che ha permesso il rilancio del turismo è stato realizzato con il lavoro forzato di migliaia di persone. Nonostante le grandi ricchezze, il 95% della popolazione guadagna meno di un dollaro al giorno.
Il quadro sociale drammatico, la repressione, la sordità a qualsiasi appello per la democrazia richiederebbero un rafforzamento delle iniziative internazionali. Di fronte alla violenta repressione in Birmania (e in Tibet), i governi dei Paesi democratici dovrebbero modificare le regole commerciali, i contenuti degli accordi economici, le modalità con cui le imprese vengono sostenute nella loro internazionalizzazione. Inoltre, definire regole per la responsabilità, anche penale, delle imprese e prevedere che tutti i programmi delle banche multilaterali e gli aiuti dei governi rispondano al rispetto dei diritti umani, del lavoro e dell'ambiente.

© FCSF - Popoli
 

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