Identità - Differenza - maggio 2008
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Reportage
Cartoline dall'esilio

Da mezzo secolo nel nord dell'India, insieme al dalai lama hanno trovato riparo decine di migliaia di tibetani fuggiti all'occupazione cinese. Malgrado le dure condizioni e pur tra mille incognite sul futuro, hanno saputo mantenere viva la propria cultura

Monica Amarillis Rossi
LEH (LADAKH, INDIA)

Rifugiati tibetani in Ladakh: un'anziana allevatrice - Foto di Alessandro Branca

Rifugiati tibetani in Ladakh: un'anziana allevatrice.
Foto di Alessandro Branca

Dopo una corsa tra le insidiose strade himalayane e attraverso il più alto passo carrozzabile del mondo, Khardung La, inizia la discesa verso il Ladakh, uno dei più elevati altipiani abitati dell'Asia. Siamo nello Stato del Jammu-Kashmir, la parte più a nord dell'India. Con i suoi paesaggi lunari, il cielo blu intenso e i laghi dai colori che cambiano alle diverse le ore del giorno, il Ladakh è una terra quasi disabitata che sempre più spesso attrae gli amanti del trekking.
Il viaggio è iniziato a Srinagar, nel Kashmir occidentale musulmano, dove la guerra civile tiene lontani i turisti e dove si incontrano militari armati di kalashnikov ogni poche centinaia di metri. Dopo due giorni in autobus, su strade sul ciglio dei burroni e che corrono intorno ai fianchi dell'Himalaya, si approda a Leh, sede della residenza estiva del dalai lama. La corriera ha «imbarcato» anche qualche occidentale; alcuni hanno vicende da raccontare, come la francese Marina: venticinque anni fa ha adottato a distanza la figlia di profughi tibetani poverissimi, permettendole di studiare in un centro per l'infanzia tibetana. La ragazza oggi ha trent'anni e Marina sta andando a incontrarla per la prima volta. La storia di Marina ci appassiona e la seguiamo nel suo pellegrinaggio al cuore della comunità tibetana in esilio. Dopo l'invasione militare della loro terra da parte della Cina (1950), migliaia di tibetani si riversarono in queste zone dell'India, dove il buddhismo tantrico aveva solide radici. Il popolo tibetano vive in armonia con quello del Ladakh, che fa parte dello stesso ceppo etnico. In fondo, il Tibet è solo dall'altra parte delle montagne.

Rifugiati tibetani in Ladakh: un lama del monastero di Thiksay - Foto di Alessandro Branca

Rifugiati tibetani in Ladakh: un lama del monastero di Thiksay.
Foto di Alessandro Branca

VITE OLTRE FRONTIERA
Qui tutto sale verso il cielo: le montagne, lo sguardo e i pensieri degli uomini, le bandiere di preghiera. Queste sono molto più di un semplice elemento decorativo: diffondono buoni auspici a tutti gli esseri viventi perché il vento che le agita porta in tutto il mondo i pensieri e le preghiere che vi sono impresse. La loro presenza ricorda agli esseri umani la forza delle loro aspirazioni, aiutandoli nella vita quotidiana. Le bandiere sono di cinque differenti colori, collegati ai cinque elementi: blu (aria), bianco (spazio), rosso (fuoco), verde (acqua), giallo (terra). Il cavallo del vento, rappresentato al centro della bandiera, simboleggia la direzione e la velocità con la quale viaggiano i desideri e descrive le trasformazioni dello spirito, che riesce a tramutare in situazioni favorevoli persino gli ostacoli. Nella parte superiore sono stampati antichi mantra tradotti in tibetano dal sanscrito e spesso sulla parte inferiore è scritto: «Possano tutti avere un'esistenza dignitosa, trascorsa tra felici circostanze e vivere una vita in armonia nella quale i desideri si avverino».
Questi desideri, nell'esilio durato quasi mezzo secolo, si sono spesso scontrati con le dure condizioni di vita. Molti profughi tibetani sono pastori o coolies, lavoratori di fatica. Ma sono persone di grande ospitalità, invitano gli stranieri a entrare nelle loro case piccolissime e affollate di oggetti, offrono loro il tè con il burro salato di yak, il bovino dal pelo lungo che pascola nelle valli tibetane e i pochi alimenti che hanno a disposizione. I tibetani hanno una dieta tipicamente montana, simile a quella delle valli alpine nei primi del Novecento, basata su cereali e poche verdure, ma povera di carne. L'alimento di base è l'orzo, l'unico cereale che può crescere a queste altitudini e con poca acqua. Dall'orzo tostato si ricava la tsampa, una farina che ricorda il sapore della nocciola utilizzata sia per confezionare la pasta, sia per la preparazione di bevande, con l'aggiunta di zucchero, latte, yogurt, oppure mescolata al tè e alla birra locale.
I visi dei vecchi sono come le montagne, alternano picchi e valli, ombre e sole; tra le loro pieghe pare di scorgere la strada che hanno percorso attraverso i valichi montani, la stessa intrapresa quasi cinquant'anni fa dal dalai lama e nuovamente percorsa otto anni fa dal quattordicenne karmapa lama (terzo nella gerarchia tibetana) quando, sfuggendo alla sorveglianza cinese, prese anch'egli la via della fuga dal Tibet.
Bandiere al vento presso le stupe di un villaggio - Foto di Alessandro Branca

Bandiere al vento presso le stupe di un villaggio.
Foto di Alessandro Branca

Novembre 1950: 80mila soldati della Repubblica popolare cinese invadono il Tibet che, fino ad allora, così difficilmente accessibile, aveva mantenuto un'ampia autonomia. I tentativi di dialogo avviati dal dalai lama con le autorità cinesi non danno risultati, mentre crescono le tensioni che portano nel marzo 1959 alla sollevazione nazionale, brutalmente repressa dall'esercito cinese. Inizia l'esilio. Tenzin Gyatso, 14º dalai lama, è ancora oggi la guida spirituale, ma anche il leader politico, di oltre 6 milioni di tibetani. Nato nel 1935 da una famiglia di contadini in un villaggio nel nordest del Tibet, fu riconosciuto fin da bambino come la reincarnazione del suo predecessore e di Avalokitesvara, manifestazione della compassione universale del Buddha, che sceglie di tornare continuamente sulla terra per servire la gente. Quando partì per Lhasa, la capitale, con i lama che lo avevano ritrovato, aveva soltanto tre anni e mezzo. A sei anni iniziò il proprio percorso educativo che si concluse all'età di 25 anni. Ma a quel tempo era già fuggito nel nord dell'India dove ottenne asilo politico. Dal 1960 risiede a Dharamsala, una cittadina dello Stato indiano dell'Himachal Pradesh, detta «piccola Lhasa» e sede del governo in esilio.

PICCOLO TIBET INDIANO
Decine di migliaia di tibetani lo seguirono in India. Attualmente, i rifugiati nel Paese sono oltre 120mila (secondo alcune fonti 300mila). Il Ladakh fu una delle principali aree dove trovarono riparo. La regione, infatti, geograficamente fa parte del Tibet occidentale, una vasta provincia che anticamente si chiamava Guge, a cavallo dell'Himalaya e dell'alto corso dell'Indo. A differenza del resto del Jammu-Kashmir, di cui fa oggi parte e che è principalmente musulmano, il Ladakh è prevalentemente buddhista e la sua popolazione segue la forma tantrica, il buddhismoVajrayana. Questo si sviluppò nell'India settentrionale tra il X e il XII secolo d.C. e sopravvisse soprattutto in Tibet dove, al riparo dagli influssi esterni per la natura inaccessibile dei luoghi, si mischiò con il buddhismo chán di influenza cinese e con elementi dell'antico sciamanesimo. Segni di questa tradizione sono quattordici grandi monasteri, tra cui Hemis e Lamayuru, che risalgono all'XI secolo.
Il Ladakh fu un tempo un regno indipendente di religione buddhista. Nel XVII secolo, in seguito alla rottura delle relazioni con il Tibet, il quinto dalai lama tentò di invaderlo. Il Kashmir aiutò il Ladakh a restaurare la propria sovranità, ma a caro prezzo: pretese la conversione del re ladakhi all'islam e la costruzione di una moschea nel la sua capitale, Leh. Infine il Kashmir invase il piccolo regno, mettendo fine alla sua indipendenza e integrandolo a sua volta nell'India britannica. La maggioranza degli abitanti parla il ladakhi, considerato da alcuni un dialetto tibetano arcaico.

Un piccolo tibetano fruga in casa, ai piedi di un altare domestico. I pavimenti in terra battuta sono ricoperti di tappeti. - Foto di Alessandro Branca

Un piccolo tibetano fruga in casa, ai piedi di un altare domestico. I pavimenti in terra battuta sono ricoperti di tappeti.
Foto di Alessandro Branca

Om mani padme hum («Salve, o gioiello nel fiore di loto»), forse il più noto mantra buddhista, è onnipresente in questi luoghi a ricordare come la vera saggezza coincida con la compassione per tutti gli esseri viventi. Lo si ritrova inciso sulle rocce, scolpito nelle pietre votive, dipinto sulle bandiere e scritto più volte su strisce di carta e introdotto nelle cavità dei «mulini di preghiera», girati a mano o dall'acqua. Le ruote di preghiera sono usate dai tibetani per purificare se stessi e il mondo dal karma negativo accumulato, in base alla convinzione che mettere in movimento il mantra scritto produca gli stessi benefici effetti del pronunciarlo.
Portatore di un messaggio di pace e di ricerca del dialogo, il dalai lama nel 1989 è stato il primo cittadino asiatico a ricevere il premio Nobel per la Pace e negli anni ha ottenuto innumerevoli riconoscimenti in Occidente per essersi continuamente opposto all'uso della violenza e aver appoggiato soluzioni pacifiche basate sulla tolleranza e sul reciproco rispetto, con l'obiettivo di conservare l'eredità storica e culturale del suo popolo. Oggi non mancano i segni di divisione e disorientamento tra un popolo troppo a lungo disperso. Ma il dalai lama ripete: «La mia è una via più lunga, ma è la sola che porta solidarietà nel mondo».


SCUOLE
Per i bambini rifugiati

Centinaia di bambini ogni anno fuggono dal Tibet attraverso le valli dell'Himalaya. Diverse associazioni internazionali si prendono cura del loro sostentamento e della loro istruzione. Tra queste la francese Aet (Aide à l'Enfance Tibétaine, www.a-e-t.org), che grazie a partenariati locali con il Central Tibetan Relief Committee e il Tibetan Children's Villages a Dharamsala, finanzia le attività scolastiche di circa 30mila bambini. L'inglese Sos Children (www.soschildren.org) ha costruito sette villaggi e altrettante scuole, a Leh, Chhorepatan (Nepal), Mussoorie, Sanothimi, Gopalpur e Bir, aperte a tutti i bambini tibetani. Il villaggio e la scuola di Bir, a 50 km da Dharamsala, è stato costruito grazie ai fondi raccolti dagli stessi tibetani, con il contributo del dalai lama. Lo stesso villaggio di Dharamsala provvede a più di 2mila tra bambini e ragazzi. Con 25 euro mensili è possibili provvedere, con un programma di adozione a distanza, al vitto, all'alloggio e agli studi di un bambino in età scolare.

 


Tra Cina e India

Le decisioni del governo tibetano in esilio hanno sollevato anche malcontento tra chi considera la sua politica troppo morbida e inefficace. Soprattutto i giovani dello Youth Congress si stanno allontanando sempre più dalla linea del dalai lama. Fino a poco tempo fa le azioni dei più duri del movimento si limitavano all'esposizione di striscioni durante le visite di dignitari cinesi all'estero, ma dal 2006 sono cominciati i suicidi dimostrativi di alcuni giovani disposti ad autoimmolarsi per la causa nazionale.

Le proteste dei monaci contro le autorità cinesi, riprese il 10 marzo 2008 a Lhasa, hanno riportato all'attenzione internazionale il dramma di una regione che non ha trovato, dopo mezzo secolo, una soluzione politica per definire il proprio status all'interno della Cina nel rispetto dei diritti civili e dell'identità culturale. A pochi mesi dalle Olimpiadi di Pechino, le forze di polizia cinesi hanno represso duramente ogni forma di dissenso, mentre sul campo rimaneva un numero imprecisato di vittime. I tibetani rimasti in Cina non vivono solo nella Regione autonoma tibetana, ma anche in altri territori limitrofi come il Qinghai e il Sichuan. Scontri tra rifugiati e forze di polizia si sono verificati recentemente anche in Nepal e in India, là dove sono state organizzate manifestazioni contro le ambasciate cinesi o marce dirette verso i confini per portare sostegno ai connazionali.

 

© FCSF - Popoli
 

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