Dialogo e annuncio - maggio 2008
HOMEPAGE
Inchiesta
Nostro fratello Giuda

Anche nelle carceri italiane, come nella società, convivono ormai religioni diverse. Ma al di là delle appartenenze resta centrale per i detenuti la figura del cappellano cattolico, chiamato a portare il Vangelo a un'umanità in cerca di riconciliazione e di futuro

Jacopo De Vecchi

Compianto a San Vittore: la foto è stata scattata da un detenuto del carcere milanese nell'ambito del progetto della mostra Ma liberaci dal male..., organizzata dalla Fondazione Culturale San Fedele (febbraio-aprile 2008).

Compianto a San Vittore: la foto è stata scattata da un detenuto del carcere milanese nell'ambito del progetto della mostra Ma liberaci dal male..., organizzata dalla Fondazione Culturale San Fedele (febbraio-aprile 2008).

«Io non me ne vergogno di dire fratello mio a Giuda, il traditore, perché so quante volte io ho tradito il Signore! Io voglio bene anche a Giuda: è mio fratello, Giuda. Perché io non giudico, io non condanno. Dovrei giudicare me, dovrei condannare me». Sono passati cinquant'anni da quel giovedì santo del 1958 nel quale don Primo Mazzolari dischiuse lo scrigno di un cuore innamorato del Vangelo e comunicò quelle parole che verranno ricordate come «la predica per nostro fratello Giuda» (cfr Primo Mazzolari, Discorsi. Edizione critica, Dehoniane, Bologna 2006, p. 173).
Altre parole. Una guardia carceraria si rivolge a un cappellano sulla soglia della sezione dei «protetti» (detenuti responsabili di delitti particolarmente gravi): «Prete, davvero non capisco cosa vieni a fare qua, non capisco perché non dai una mano a chi è onesto e muore di fame, quelli se lo meritano il tuo aiuto: questi qui non si meritano nulla». Il senso comune presente anche sui nostri sagrati e nelle nostre chiese è ben rappresentato dalle osservazioni di questo agente penitenziario che dà voce a quelle perplessità suscitate dall'agire dei cappellani nelle carceri. Ma raccontare di carcerati e cappellani significa entrare nel vivo del Vangelo, perché il tema della prigionia è un nodo fondamentale per il cristianesimo: dobbiamo sempre ricordare che Gesù è condannato a morte tra due «ladroni». E se si aggiunge che ormai il 40% dei reclusi nelle carceri italiane è di nazionalità straniera e, spesso, di religione non cattolica, risulta ancora più evidente la complessità del pianeta-carcere, anche dal punto di vista delle sfide poste all'annuncio del Vangelo.
Il nostro viaggio si concentra soprattutto in Lombardia, la regione italiana con il maggior numero di carceri e di detenuti: 19 strutture e quasi 8mila persone in detenzione. E parte da San Vittore, «cuore dolente» della città, come lo definì il cardinale Carlo Maria Martini in occasione di una delle sue numerose e mai dimenticate visite al penitenziario.

CAMBIARE È POSSIBILE
Qui incontriamo Antonietta Pedrinazzi, direttrice del Centro di servizio sociale adulti di Milano. Il Centro si occupa di coordinare le attività di competenza nell'ambito dell'esecuzione penale con quella delle istituzioni e dei servizi sociali che operano sul territorio. «È necessario - spiega la nostra interlocutrice - promuovere un cambiamento radicale nell'idea di carcere presente nell'immaginario collettivo, troppo spesso tentato di rifugiarsi in un pensiero grezzo e sbrigativo che si esprime nel mantra ideologico della "tolleranza zero". Il carcere è un immenso serbatoio di vite e di racconti, che evoca quanto di più prossimo ci sia alla morte in vita: la privazione del futuro. Viktor E. Frankl, nel suo straordinario testo Uno psicologo nei lager, racconta di avere salvato dal suicidio due compagni che dicevano di "non sperare più nulla dalla vita" dicendo loro che "la vita aspettava ancora qualcosa da loro, che qualcosa e qualcuno li aspettava ancora nella vita, nel futuro". È inammissibile pensare che si possano suscitare cambiamenti nelle persone condannandole all'inesorabile percezione di essere senza futuro: si deve offrire l'opportunità di credere che c'è ancora una possibilità».
La percezione del futuro è del resto una categoria che accomuna credenti e non credenti in un approccio a qualcosa che va oltre, trascende: il futuro è una categoria propria mente religiosa. La figura del cappellano, incontrando il detenuto, suscita sensibilità da questo punto di vista: «Il cappellano - concorda la Pedrinazzi - educa alla percezione della propria responsabilità circa il futuro. Gli uomini possono cambiare e "pentirsi" in senso talmente alto da andare ben oltre l'angusta etichetta di laico o religioso, e ogni persona, come dice Avishai Margalit nel suo splendido La società decente, merita rispetto per la sua possibilità di cambiamento».
I cappellani continuano a essere una presenza considerevole nelle carceri italiane: sono 240, distribuiti in oltre 200 istituti. Attraverso intese regolate dall'Ispettorato generale dei cappellani delle carceri italiane, che è un ufficio del Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria (Dap), a sua volta dipendente dal ministero della Giustizia, l'aspetto religioso è esclusivamente affidato a un ministro di culto cattolico. Ad oggi non sono previsti ufficialmente ministri di altri culti: questi richiedono di essere ammessi tra i visitatori carcerari volontari, ma non sono disciplinati da normative specifiche.
La presenza del cappellano è istituzionale, perché prevista da una legge dello Stato, ma il prete in carcere non è riducibile a un ruolo ufficiale. Laura, Luca, Maria, Armando, Pino, Isy sono alcuni detenuti che hanno accettato di raccontare a Popoli il loro rapporto con i cappellani e, più in profondità, con la fede.
Colpisce come dal loro racconto si raccolgano tratti comuni attorno alla figura del prete incontrato in carcere: un vero tesoro di concreta e umanissima con divisione che si traduce in un'aspettativa alta di ascolto e accoglienza, presente in tutti i detenuti quando cercano o incontrano il presbitero, indipendentemente dalla religione praticata. Dice ad esempio Armando: «Ammetto di essere superficiale se penso al mio rapporto con la fede, ma avverto in ogni parola del Vangelo una carica di amore che è proprio per me, parole rivolte proprio a me, e questo mi fa ascoltare sempre di più». Monsignor Giorgio Caniato, cappellano a San Vittore dal 1955 al 1996, oggi vive a Roma ed è ispettore generale dei cappellani italiani. «Neanche cinquant'anni di consuetudine con l'ambiente carcerario - dice don Giorgio - ti possono abituare alla contraddizione che sembra scaturire da ogni atomo di una prigione: è grande il mistero del male. Ancora oggi quando entro in carcere sento il peso del mistero di migliaia di vite sofferenti, di volti che aspettano da te non qualcosa ma Qualcuno. Bisogna sempre vigilare e non cadere nella semplificazione: il male di chi è dentro è anche di chi è fuori. La prospettiva carceraria sulla nostra realtà italiana, da cappellano, ti rende sensibilissimo al tema della giustizia e, se hai voglia di allargare lo sguardo, ti viene da ridere quando senti l'Occidente che dice di essere la culla della civiltà. La relazione della società con il carcere è una cartina di tornasole e il problema più grande è quello di chi esce dalla detenzione e non si sente accolto dalla società: prima o poi tornerà "dentro"».

SE LA CELLA GUARDA ALLA MECCA
Certo, da quando don Giorgio ha iniziato a frequentare i «raggi» dei penitenziari le cose sono molto cambiate e lui stesso da ispettore generale percepisce una situazione in continua e radicale trasformazione. In particolare il ruolo del cappellano deve ora fare i conti con elementi nuovi, in primis la forte presenza di detenuti appartenenti a confessioni religiose diverse da quella cattolica.
I detenuti provenienti da Paesi islamici sono i più numerosi dopo i cattolici. Si tratta perlopiù di marocchini, albanesi, tunisini: secondo i dati del Dap queste tre nazionalità insieme costituiscono il 43% circa dei detenuti stranieri, vale a dire circa 8.000 persone su un totale (al 31 dicembre 2007) di 18.252 detenuti stranieri. A loro volta questi ultimi rappresentano il 40% della popolazione carceraria.
Ogni istituto si organizza a modo suo e, poiché al musulmano per pregare basta una stanza sobria con qualche tappeto, la «moschea» del carcere non è più una rarità. Nel carcere di Alessandria i circa 150 detenuti islamici possono contare addirittura su sei stanze per pregare. Creativa la soluzione adottata nel carcere napoletano di Poggioreale: la «moschea» è allestita di venerdì nella «sala magistrati», quando il locale è libero. A San Vittore c'è una «cella-moschea» nel sesto reparto della sezione maschile e vi pregano 15-20 persone alla volta, su un totale di circa 250 detenuti islamici.
Anche per i musulmani, però, l'interlocutore religioso principale resta il prete cattolico, poiché la nomina di un imam carcerario è difficoltosa non essendoci nell'islam un'organizzazione religiosa ufficiale. C'è qualche caso molto particolare, possibile grazie alla ricchezza della cattolicità. Ad esempio, a Sollicciano, carcere fiorentino, i detenuti musulmani si rivolgono ad abuna Giulio Brunella, un prete melchita (la Chiesa mediorientale in comunione con Roma) che conosce perfettamente l'arabo ed è anche mediatore culturale presso il carcere minorile di Firenze: un caso unico, ma che suggerisce strade nuove e decisamente interessanti. Quanto alle prescrizioni religiose, nel novembre 2001 il Dap ha emanato direttive ufficiali nei confronti dei detenuti islamici che vogliano rispettare il Ramadan. Durante questo periodo il cibo viene consegnato dopo il tramonto per permettere di digiunare a partire dall'aurora. Sono previsti particolari spazi di tempo per la preghiera quotidiana e la lettura del Corano oltre che per le abluzioni di purificazione il venerdì. Isy è un detenuto musulmano di San Vittore: «Purtroppo l'uomo si rivolge a Dio solo nei momenti di difficoltà e il carcere è estremamente difficoltoso e pesante dal primo giorno all'ultimo, per questo tutti, prima o poi, in carcere parlano di Dio. Non ho nessun rapporto con la Chiesa cattolica, però nutro rispetto per il cappellano: è una presenza importante, anche se spesso viene usata dai detenuti per motivi materiali più che per esigenze spirituali. È una fonte di aiuto pratico, più che un sostegno morale. A volte in cella si creano attriti fra detenuti di religione differente: ma dipende molto dalle persone, come dovunque, non solo in carcere».
Don Virginio Balducchi, da 18 anni cappellano della Casa circondariale di Bergamo, racconta la sua esperienza: «I detenuti di religione islamica percepiscono il prete come un'emanazione dello Stato. Per loro non ci sono differenze tra Chiesa cattolica, Repubblica italiana, giustizia e carcere: sono le molte facce dello Stato. Allora bisogna spiegare che il prete è un uomo di Dio, al servizio della fede e non delle istituzioni statali. Certo, è fede cristiana e non islamica, ma il prete non è un esponente dello Stato. A volte gli insegnanti che vengono a fare lezione in carcere invitano il cappellano a presentarsi nelle classi dove c'è un elevato numero di musulmani. Questa è una preziosa occasione di scambio culturale che ha facilitato forme di incontro e conoscenza altrimenti bloccate: ci siamo resi conto che non è scontato per un giovane detenuto di religione islamica sapere chi è un prete e cosa fa il cappellano del carcere».
Anche don Virginio non nasconde l'importanza di un aiuto che è materiale, oltre che spirituale: «Tutto si gioca sulla qualità sincera delle relazioni, sulle opere più che sulle parole: a volte alcuni detenuti mancano di tutto, sono poveri in senso letterale e l'assistenza del cappellano è fondamentale. Dal punto di vista strettamente religioso io ho sempre incontrato rispetto. Non sono rari i casi di musulmani che partecipano anche alla messa: mi spiegano che sono interessati al Vangelo e apprezzano il clima di preghiera. Durante la scorsa Pasqua alcuni di loro hanno chiesto di salutare il vescovo, venuto in carcere a celebrare la veglia: è stato un incontro sereno e sincero. Il detenuto islamico è rispettoso nei confronti del cappellano nella misura in cui percepisce che è lì anche per lui, perché il prete è lì per tutti, senza distinzioni. A volte in carcere cadono persino certi meccanismi di lotta tra religioni».
La riflessione di don Virginio si spinge ancora più in profondità: «È importante annunciare la costruzione di queste relazioni vere e umanamente autentiche, poiché questi ponti alludono a un'altra radicale vocazione del cappellano nelle carceri: essere davvero testimone di una "giustizia riconciliativa", una giustizia che trovi e cerchi instancabilmente strumenti ed energie per portare riconciliazione tra chi ha ferito e chi è stato ferito, tra chi ha commesso un male e chilo ha subito, tra colpevoli e vittime. Tentare sempre questa riconciliazione è l'energia segreta del cappellano che solo così può annunciare la giustizia di Dio, che è altra cosa rispetto a quella degli uomini». Ovviamente non esistono solo detenuti cattolici e islamici. I cristiani ortodossi, ad esempio, sono numerosi: partecipano ordinariamente ai riti cattolici e non è raro che il pope venga invitato dal cappellano in occasione di qualche solennità particolarmente sentita nell'ortodossia. Un fenomeno recente è rappresentato invece dall'«aggressività» dei gruppi pentecostali e delle «nuove religioni» che estendono con decisione il proprio proselitismo anche verso la popolazione carceraria. Basti pensare ad esempio che sono circa 500 (fra cui 70 donne) i ministri di culto dei testimoni di Geova autorizzati a entrare nelle carceri italiane: circa il doppio dei cappellani cattolici.

La recente visita dell'arcivescovo di Milano, card. Dionigi Tettamanzi, nel carcere di San Vittore, in occasione della Pasqua. - Foto di ITL

La recente visita dell'arcivescovo di Milano, card. Dionigi Tettamanzi, nel carcere di San Vittore, in occasione della Pasqua.
ITL

PRETI DIETRO LE SBARRE
Le strutture carcerarie in Italia sono oggi molto differenziate: si va dal modello detentivo tradizionale ad altri schemi più innovativi. Nell'area milanese ci sono tutte le tipologie, ben rappresentate dalle strutture più note: San Vittore, Bollate, Opera. Quasi sempre, essere carcerati significa promiscuità assoluta 24 ore su 24, vivere gomito a gomito in spazi angusti. Laura, una detenuta, racconta: «La situazione a San Vittore è sempre molto faticosa perché il cambio di detenute è rapido ed è difficile, in cella, ricostruire ogni volta equilibri delicatissimi. Sento molto il peso della distruzione del mio futuro e questo mi porta a litigare con Dio; ne ho parlato spesso con il cappellano. Eppure, nonostante queste immense difficoltà, quando leggo l'episodio di Lazzaro lo penso come a una rinascita possibile, che accade oltre l'impensabile, quando tutto sembra perduto. Questo mi aiuta a sopravvivere».
Don Fabio Fossati è cappellano del carcere di Bollate, una struttura carceraria sorta nel 2000, dove si arriva dopo una certa «selezione»: l'ambiente è più legato al reinserimento e meno alla custodia. Rispetto a una struttura tradizionale il clima è meno teso e ai detenuti è concessa maggiore mobilità anche all'interno del carcere: i risultati sono incoraggianti. In un recente convegno promosso dalla Fondazione Ambrosianeum di Milano, don Roberto Davanzo, direttore della Caritas ambrosiana, ha evidenziato che la tradizionale pena detentiva ottiene come risultato un tasso di recidiva del 70%, a fronte di una percentuale del 16% per chi segue percorsi alternativi alla reclusione. Educare alla libertà è quindi più efficace che punire e rinchiudere. Per don Fabio, «la Chiesa "deve" stare in carcere, è un imperativo evangelico inequivocabile. L'annuncio della liberazione non sociologica, ma dal peccato è il respiro profondo del cristianesimo, è nel Dna della fede. Il prete in carcere non è l'assistente religioso: annuncia il Vangelo e vive questo annuncio. Quello che lascia senza fiato è l'evidenza cristallina che il Vangelo assume in carcere, senza quelle pesantezze formali e passioni tristi che qualche volta si incontrano nelle nostre parrocchie. Paradossalmente è più difficile portare l'annuncio a chi pensa di essere "a posto": per questo a volte percepisco il ministero sacerdotale in parrocchia come logorante e pesante, mentre in carcere si viene sempre stimolati a una verifica impietosa e disarmata delle ragioni della propria fede e del proprio essere lì da credente. Però è anche importante non specializzarsi troppo nel ministero: è significativo per un cappellano vivere fuori dal carcere, in parrocchia».
Con il sorriso sulle labbra don Fabio racconta un aneddoto emblematico: «Alcuni amici, quando hanno saputo che sarei diventato cappellano nelle carceri, hanno espresso preoccupazione per la mia salute: in realtà, la mia esperienza dice che è molto più rischioso passeggiare per le strade della metropoli che stare con i detenuti, è molto più rischioso aggirarsi nel cortile dell'oratorio di periferia che in galera. E poi non bisogna dimenticare che i "detenuti" non sono solo quelli dietro le sbarre: pensiamo al lavoro, alla malattia, a certe forme croniche di tristezza presenti in ogni nostro condominio senza sbarre. Credere di essere liberi solo perché si è fuori dal carcere è una pericolosa illusione, così come credere di avere le idee chiare sulla libertà».

La recente visita dell'arcivescovo di Milano, card. Dionigi Tettamanzi, nel carcere di San Vittore, in occasione della Pasqua. - Foto di ITL

La recente visita dell'arcivescovo di Milano, card. Dionigi Tettamanzi, nel carcere di San Vittore.
ITL

CARCERE DURO TRA LE RISAIE
Una chiesina del Cinquecento, le risaie, qualche capannone industriale e lì, tra i campi, la cubica struttura di cemento nella quale soggiornano alcuni dei più noti malavitosi italiani: il nostro viaggio si conclude a Opera, periferia sud di Milano, dove sorge il carcere di massima sicurezza. Qui «lavora» don Marcellino Brivio, un cappellano sui generis: di solito i suoi «colleghi» risiedono altrove e, come pendolari, raggiungono il carcere, luogo privilegiato del loro ministero; don Marcellino, invece, è parroco di Opera e al carcere arriva a piedi; dalla casa parrocchiale segue una roggia che costeggia la strada e che porta dritto davanti alle sbarre per il primo controllo. Certi preti ti fanno innamorare di nuovo o di più della Chiesa e riescono a farti vedere nella loro appassionata umanità qualche luce, qualche guizzo di ciò che deve avere mosso i primi apostoli: qualcosa di indefinibile ma dal buon sapore che ti resta impresso nell'animo, un respiro di Vangelo vero, libero e liberante. «Certo, in Italia il cappellano cattolico è figura istituzionale di particolare rilievo e con una sua tradizionale fisionomia dice don Marcellino -, e ciò sembrerebbe fare a pugni con la radicale gratuità e con il totale disarmo di chi è chiamato a portare il Vangelo come fratello tra fratelli. È anche vero però che questi cosiddetti privilegi, quando ti trovi davanti il detenuto, non valgono nulla: se non sei vero con lui o, ancora peggio, ti presenti come un consolatorio assistente religioso, puoi anche avere con te la firma del papa o del presidente della Repubblica ma con loro hai finito. Il prete ha una marcia in più, questo suo non essere riducibile a una professione, ad assistenza sociale, a sostegno psicologico: è certamente anche questo, ma non solo. Il cappellano chiama in ballo l'Assoluto».
«Il carcere - prosegue il sacerdote - è ancora troppo spesso il luogo dove la società si vendica: hai fatto male, ti faccio male. Eppure in carcere ti lasci interrogare e ridisegnare anche nel tuo profilo di credente dal confronto con la realtà autentica e non con l'ideale. Bisogna rendersi conto che i nostri poveri sono loro, i carcerati: sono i più emarginati, i più dimenticati. Con i poveri diciamo "liberaci dal male", ma è un'invocazione che ci riguarda tutti, è una richiesta che rivolgiamo al Signore: "Il male c'è e come è evidente in carcere! -, Tu portaci via, tienici con Te". La Parola in carcere risuona in modo sorprendente. Le catechesi che si vivono con i carcerati sono straordinarie e poi devo dire che in quelle sezioni si tratta di circa cinquanta persone -, dove tre o quattro partecipano liberamente e consapevolmente alle catechesi, si vedono i frutti. C'è come la percezione di un continuo lavoro interiore che si rispecchia in tutta la sezione, in modo visibile, perché la Parola cambia da dentro le persone, in modo efficace».
Chiediamo a don Marcellino di farci un esempio di come si svolge una catechesi, di come vengono affrontati gli argomenti: «Ultimamente abbiamo riflettuto sulla resurrezione: è stata presentata da alcuni detenuti come "vera e definitiva incarnazione", come evento rigenerante sempre presente nella carne, nella storia, nel tempo dell'uomo, con una tale originalità da sorprendermi. L'incarnazione in carcere la capisci sul serio e rivela aspetti che non sono neppure sfiorati dai più raffinati testi di spiritualità, ma sono presenti come carne viva nel Vangelo. Queste sono sfumature che si colgono solo se si prende sul serio il Vangelo: le mie giornate da carcerato dicono che è possibile e questo fa bene a tutti, a tutta la Chiesa». «In carcere ci stanno le persone cattive», dice la voce pubblica. È vero anche dal punto di vista etimologico, ma con qualche sorpresa: infatti «cattiveria» è cifra strettamente legata a «cattività», intesa come l'essere prigioniero, tramite la provenienza comune dal latino capere, catturare. Il cattivo è in qualche modo catturato, prima che dalle guardie, dal proprio stesso agire che lo imprigiona. Il contrario di «cattivo», dunque, non è «buono», quanto piuttosto «libero». E mai si è liberi una volta per tutte: si impara insieme a essere liberi e ci vuole una vita, indipendentemente dal fatto di trovarsi in strada o dietro le sbarre di un carcere.
 

© FCSF - Popoli
 

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