Quando si vive in terra di illegalità viene spesso da domandarsi quale sia nelle coscienze il confine che delimita il senso della giustizia da quello del comportamento illegale. Dire che c'è una zona grigia, non meglio definibile, è poco.
Due episodi mi aiutano a far luce. Uno spacciatore a cui chiedo quale sia il suo rapporto con i poliziotti che presidiano il quartiere, mi confida che uno di loro gli ha suggerito una volta di stare tranquillo, «basta che non ti fai beccare»... Aggiunge che si ha percezione delle regole infrante quando, in carcere, privati della libertà, si avverte che esiste una società con cui ci si è scontrati.
È successo ad un ragazzo che è stato preso due volte, in entrambi i casi mentre tentava una rapina. Ora è a Nisida, un'isola destinata a carcere minorile. Ho cercato di capire quale fosse per lui il senso dell'azione compiuta e quale percezione avesse delle persone a cui aveva fatto in qualche modo violenza. Nel suo immaginario, nonostante l'età e il fatto di essere orfano di camorra, manca assolutamente il senso della legge e della sua importanza nel vivere sociale. Anche in lui il cruccio e la consapevolezza del reato commesso nascono nel momento in cui viene colto sul fatto e di conseguenza accusato. La sua confidenza rivela uno stato di confusione a cui si spera il percorso rieducativo possa restituire chiarezza e senso di responsabilità. Una scommessa che ci trova deboli di proposta e di strumenti in confronto al «sistema», tanto più attrezzato e invadente.
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