
Una donna indigena del distretto di Kandhamal
CASTE E POVERTÀ
L'Orissa ha una popolazione di 37 milioni di abitanti, il 22% dei quali sono adivasi, cioè appartenenti alle minoranze tribali, e il 16,5% dalit, «fuori casta». Circa tre quarti degli indigeni e metà dei dalit vivono sotto la soglia di povertà, cioè non arrivano a consumare ogni giorno un pasto completo. La maggior parte di loro vive nelle foreste e nelle zone rurali. L'Orissa è uno degli Stati meno sviluppati dell'India e il distretto di Kandhamal è un classico esempio di sottosviluppo e povertà.
Il sistema indiano delle caste mantiene in schiavitù tribali e dalit. Per nascita vengono condannati ai lavori più umili e pesanti. Gli induisti ritengono che il sistema abbia origine divina e pertanto sia immutabile perciò un dalit o un tribale non possono essere considerati uguali agli altri nella società.
Non sorprende quindi che molti dalit e tribali si siano convertiti dall'induismo al buddhismo, al cristianesimo o all'islam. Bimraho Ramji Ambedkar, il grande leader dei dalit negli anni dell'indipendenza, diventò buddhista insieme a 300mila suoi sostenitori. Respinse l'idea di diventare cristiano perché purtroppo il sistema delle caste, per nostra vergogna, è penetrato anche tra i cristiani. Ciò nonostante crediamo che Dio abbia creato tutti uguali e che tutti siamo figli di Dio. Nel cristianesimo, quindi, un dalit o un tribale hanno più possibilità che in altre religioni di essere considerati esseri umani con pari dignità.
Se il sistema delle caste crollasse, l'intera struttura della società indiana andrebbe incontro a un enorme cambiamento. Il Bjp, come partito delle forze nazionaliste hindu, ha interesse a perpetuare il sistema delle caste e si oppone a una riorganizzazione sociale su basi di uguaglianza e giustizia. E per questo contrasta la presenza dei cristiani.
UN CONFLITTO HINDU-CRISTIANI?
Il Sangh Parivar, e soprattutto la sua ala anticristiana, il Vhp, è riuscito molto bene a fare apparire l'intero pogrom come una lotta tra il Vhp e la Chiesa o come un conflitto tra hindu e cristiani. Questa lettura distorta degli eventi ha fatto perfettamente il loro gioco. Il piano iniziale del Sangh Parivar era di usare la religione - i sentimenti, i simboli e le guide religiose - per mantenere la propria egemonia. Poiché nel Sangh Parivar è forte la presenza di membri delle caste superiori, essi non vogliono che l'antichissima struttura sociale indiana cambi fino a far perdere loro il potere. Temono che i dalit e i tribali, che nel mondo del lavoro sono destinati a fare i braccianti o i lavori umili e il cui voto è manovrato a fini politici, sfuggano alla loro presa, causando una perdita di controllo sociale, economico e politico.
La conversione è uno dei più potenti processi che abbiano mai sfidato questo sistema. Sinora questi devastatori hanno creduto che i vincoli dell'induismo, l'antichissimo e asimmetrico ordine sociale, non si potessero scuotere, tanto meno spezzare. Ma dalit e popolazioni tribali (queste in particolare negano di essere state hindu), con le loro conversioni ad altre religioni hanno dimostrato che i vincoli possono essere spezzati e che l'egemonia su di essi appartiene al passato. Ciò ha provocato un'onda d'urto e le forze del Sangh Parivar hanno iniziato a scatenare odio, violenza e caos verso musulmani e cristiani.
Ciò non significa che tutti gli induisti o tutti i bramini e gli appartenenti alle caste alte aderiscano alla politica di divisione e distruzione del Sangh Parivar. Molte persone oneste e sincere non credono al Sangh Parivar e criticano apertamente ciò che sta accadendo in Orissa. L'intero Rss raccoglie una piccola minoranza del mondo induista, probabilmente il 4-5% della popolazione indiana.
In questa complessa situazione, la comunità cristiana, soprattutto la sua leadership, ha involontariamente fatto il gioco del Sangh Parirvar. Le vittime delle recenti violenze in Orissa, sono certamente cristiane, ma questa è soltanto la loro identità religiosa. Viene trascurata o minimizzata la loro identità sociale, il fatto che sono dalit e tribali. Le Commissioni nazionali per le caste registrate e per le tribù registrate si sono tirate fuori dal problema dicendo che non si tratta di una questione tribale o di casta. Soltanto la Commissione nazionale per le minoranze ha acconsentito a istituire un'inchiesta. Viene così a mancare l'intervento di due organi costituzionali, il cui compito è proprio quello di scoprire i fatti ed esigere che il governo punisca i colpevoli e protegga e risarcisca i perseguitati.
Anche un importante studioso induista, Swami Agnivesh, presidente di un movimento riformista, il Consiglio mondiale di Arya Samaj (Società dei nobili), mette in rilievo il tacito sostegno che i fondamentalisti ricevono dal Bjp: «L'uccisione di Laxmananda è stata usata come un pretesto per colpire le minoranze dell'Orissa, come l'incidente di Godhra per scatenare la crisi in Gujarat». Nel 2002, nello Stato occidentale del Gujarat, oltre mille persone morirono negli scontri tra estremisti hindu e minoranza musulmana.
ARDENTI PREDICATORI
I cattolici e le altre principali Chiese cristiane dell'India (battisti, luterani e anglicani) non fanno opera attiva di conversione attirando proseliti. Quando le persone si avvicinano spontaneamente, attratte da Gesù e dai valori evangelici, vengono accolte nella Chiesa.
Esistono però anche migliaia di pastori indipendenti e Chiese libere, incoraggiati prevalentemente da gruppi cristiani fondamentalisti in Europa e America, che hanno un seguito tra la gente più semplice e povera. Sono «ardenti predicatori» che vanno in giro dicendo che tutti gli dei dell'induismo sono demoni e che solo i cristiani andranno in paradiso. Mettono in ridicolo la fede induista provocando così le ire degli hindu, specialmente dei fondamentalisti. La loro predicazione inoltre è incentrata soprattutto sull'aldilà e dimentica la dolorosa realtà presente. Un modo non cristiano di diffondere il cristianesimo.
La Conferenza dei vescovi indiani, il Consiglio delle Chiese che riunisce protestanti e ortodossi e altre organizzazioni ecclesiali hanno espresso solidarietà con il popolo dell'Orissa, organizzando manifestazioni di protesta e raccolte di aiuti. Purtroppo è spesso difficile raggiungere i luoghi degli scontri in zone di foresta e prestare soccorso a chi si dà alla macchia. Il 29 agosto 45mila istituzioni scolastiche cristiane di tutta l'India sono rimaste chiuse in segno di protesta. Si sono tenuti diversi incontri di preghiera interreligiosa e digiuno. Équipe inviate da organizzazioni ecclesiali e civili riferiscono delle violenze in corso, ma gli attacchi del Vhp continuano.
Un silenzio che fa accapponare la pelle avvolge i villaggi deserti. Intorno c'è devastazione: le case sono carbonizzate, ingombre di attrezzi danneggiati, i muri di fango anneriti sembrano dita doloranti. Porte sfondate e finestre rimaste senza un tetto. Carte bruciate, Bibbie e libri per bambini sono sparpagliati ovunque. La scena fa rabbrividire. Le croci spezzate e le immagini di Gesù e di Maria profanate raccontano la storia degli attacchi ai cristiani. Mentre camminiamo tra questi resti la paura ci afferra completamente. Inconsciamente stiamo all'erta perché non compaia all'improvviso qualcuno che attacchi anche noi.
Quando lasciamo la zona cristiana e arriviamo al villaggio principale dove vivono gli hindu, tutto sembra perfettamente normale. La gente è indaffarata, i mercati affollati e le bandiere color zafferano (simbolo dell'induismo) sventolano ovunque, segno della vittoria dei gruppi fondamentalisti.
A Raikia raggiungiamo il centro sanitario di St. Catherine, diventato un luogo di soccorso gestito dallo Stato per circa duemila vittime degli attacchi. Ci sono 45 tende, ciascuna ospita una quarantina di persone. Dentro si vedono bambini, donne e malati stesi a terra, vestiti appesi dappertutto. Non ci sono letti né altre attrezzature. I bambini sembrano inconsapevoli, impegnati a giocare tra loro, probabilmente non sono in grado di comprendere ciò che sta succedendo. Stando nella foresta senza reti di protezione molti hanno contratto la malaria. Nel campo non ci sono medicine. In alcune tende entra la pioggia. Ci coglie un senso di ansia e di impotenza.
I SUPERSTITI RACCONTANO
In un campo per sfollati a Bhubaneswar, Emmanuel racconta: «All'improvviso ho sentito rumori e confusione e ho guardato fuori dalla finestra. Per un istante mi si è gelato il sangue! C'erano molti uomini con bastoni, copertoni incendiati, spade e asce, che gridavano e venivano verso la mia casa. Il cuore mi batteva velocissimo, in un secondo ho aperto la porta sul retro e ho iniziato a correre verso la foresta buia. Mi sono fermato nel bosco e ho sentito che chiamavano il mio nome: "Emmanuel, se hai coraggio vieni a salvare tuo fratello". Mio fratello era disabile e non è potuto scappare». Emmanuel racconta di essere stato arruolato nell'esercito indiano e di avere combattuto nella guerra del Kargil contro il Pakistan nel 1999. «Ho ucciso mio fratello - dice inconsolabile - l'ho sentito gridare mentre veniva bruciato vivo e non sono andato a salvarlo. Non ho avuto paura durante la guerra, ma quando mio fratello handicappato è stato bruciato vivo non ho avuto il coraggio di soccorrerlo. Sono un codardo».
Un altro giovane, Suresh Nayak, racconta di come sono arrivati una sessantina di ragazzi con spade, bastoni di bambù e accette. «Li ho visti assalire Bikram, un uomo di 30 anni, lasciandolo mezzo morto. La polizia è arrivata soltanto alle 4 del pomeriggio, ha ispezionato la situazione e se n'è andata. Bikram è stato portato all'ospedale durante la notte, dove è morto».
La folla ha aggredito anche Parikhit Nayak, che si nascondeva nei campi. Lo hanno picchiato, ma è riuscito a scappare a Raikia, dove il 26 agosto lo hanno raggiunto la moglie e i figli. La mattina dopo, tutta la famiglia ha lasciato Raikia per rifugiarsi in un luogo più sicuro. Ma alle tre del pomeriggio gli assalitori li hanno ripresi a Baripanka e tenuti come ostaggi finché non hanno chiamato rinforzi. Quindi Parikhit è stato legato a un palo e picchiato fino a perdere conoscenza. Gli hanno legato una corda intorno al collo, lo hanno trascinato in un terreno abbandonato e lo hanno fatto a pezzi. Poi hanno dato fuoco al suo corpo con il kerosene. Siccome stava piovendo il corpo non è bruciato del tutto, allora lo hanno seppellito nelle vicinanze. Una donna di un villaggio hindu ha nascosto la moglie e i figli in un campo a Baripanka fino a mezzanotte, poi li ha portati a Gomandi dove sono arrivati prima dell'alba. Il martedì successivo, la moglie dell'ucciso ha compilato un rapporto alla stazione di polizia di Raikia, ma gli agenti non si sono mossi. Allora si è dovuta rivolgere ai superiori della polizia perché ordinassero di recuperare il corpo del marito e poter celebrare il funerale.
DUE MESI DI ODIO
Queste sono soltanto alcune delle centinaia di storie che si potrebbero raccontare. Sono passati quasi due mesi da quando è iniziato il supplizio della «campagna d'odio» contro i cristiani nel distretto di Kandhamal. Un'infinità di petizioni, proteste, commenti, articoli di giornale, servizi televisivi stanno scorrendo nei media nazionali e internazionali. La società civile dell'Orissa resta in silenzio e il governo locale nega il problema, dichiarando che è tutto sotto controllo. Più che il silenzio dei cimiteri dei villaggi, ora senza vita, colpisce il silenzio di quel cimitero che è la società civile e che, invece, dovrebbe essere viva. Quando cominceremo a «vivere» davvero?
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