
I FERMENTI DELLA SUA SCUOLA
Il Collegio romano era il fiore all'occhiello dell'educazione dei gesuiti e, negli anni in cui lo frequentò Matteo Ricci, viveva un periodo di equilibrio fra la tendenza alla sperimentazione (propria dei primi anni dalla fondazione) e un primo consolidamento dei risultati raggiunti nella codificazione di una pratica pedagogica stabile. Il prestigio del giovane Collegio romano, che era aperto anche a studenti laici, si fondava sulla fama degli insegnanti e sul particolare taglio «classico» della preparazione. Era quindi prassi comune che professori e alunni sfoggiassero in apposite cerimonie la propria conoscenza della retorica aristotelica e si cimentassero in discorsi e panegirici ricalcati sui modelli degli oratori antichi. In linea con il migliore spirito rinascimentale, l'insegnamento del Collegio prendeva in considerazione tutto ciò che vi era di meglio sotto il profilo culturale, fosse stato prodotto da cristiani: pagani, cattolici o riformati. Seneca, Cicerone, Virgilio, Orazio e Tito Livio appartenevano alla formazione morale, oltre che retorica, degli allievi.
Molte opere venivano fatte apprendere a memoria perché gli allievi assimilassero il modo di strutturare un argomento o di comporre in bello stile latino e greco. Seguendo un dettagliato programma di organizzazione del tempo, la ratio studiorum, i gesuiti cercavano di far fronte alle capacità di alunni e insegnanti, rispetto alla mole di conoscenze da acquisire in un tempo relativamente breve. Ricci non solo beneficiò di questo ambiente, ma ebbe anche la fortuna di essere scelto tra gli allievi più brillanti di Cristoforo Clavio, celebre astronomo del tempo, che lo mise in grado di apprezzare le più avanzate scoperte della matematica, aritmetica, cosmografia, teoria dei pianeti e prospettiva. Ma quando Matteo Ricci, non ancora terminati gli studi, fu notato per le sue abilità diplomatiche e scelto per essere inviato in Cina, la strada del matematico non fu più percorsa. Nel 1577, imbarcandosi a Lisbona per Macao, Ricci era formato alla classicità occidentale nel senso più ampio, che comprendeva anche la padronanza delle scienze esatte e delle grandi indagini scientifiche dell'antichità greca e latina.
UN'IDEA CHIAVE
Dalla formazione del giovane gesuita, nutrito anche delle tante esperienze umane dei tre anni di viaggio fino a Macao, non ci si poteva aspettare una visione del mondo limitata o frammentaria. Infatti Ricci si convinse dell'opportunità di presentare morale e teologia senza soluzione di continuità e richiamò, nelle sue opere morali, elementi filosofici occidentali adatti alla sensibilità dei mandarini cinesi. A differenza di alcuni suoi confratelli, scelse di astenersi dall'offrire ai dotti cinesi mere traduzioni di opere dottrinali occidentali, che potevano facilmente generare equivoci di interpretazione da parte dei mandarini. Le uniche traduzioni in cinese fatte da Ricci sono opere classiche o rinascimentali di carattere scientifico. Esse gli parevano esempi necessari per far «ben ragionare» i cinesi secondo il modello logico occidentale di derivazione aristotelica e per renderli quindi più sensibili alle argomentazioni filosofiche e teologiche sviluppate in Occidente.
Le opere morali danno voce alla più matura sintesi tra cultura occidentale e confucianesimo, la dottrina in cui Matteo Ricci scelse di inculturare i contenuti della propria predicazione. Riconobbe, infatti, nel confucianesimo la più alta espressione di umanità di una morale naturale che, in campo dottrinale, si era evoluta tanto quanto lo permetteva l'intelletto umano non ancora illuminato dalla Grazia divina e che, in campo scientifico, mostrava vivo interesse per le più avanzate scoperte occidentali del tempo, presentate dallo stesso Ricci. Tuttavia, era l'aspetto morale quello che più lo interessava: il gesuita sostenne l'affinità tra etica confuciana ed etica stoica, riconobbe la compatibilità tra etica confuciana e cristianesimo e trasse le conclusione che era necessario completare l'etica confuciana con la rivelazione cristiana. Per Ricci la Cina si trovava, dal punto di vista morale, nello stato in cui si trovava l'Europa precristiana e, dal punto di vista scientifico, nello stato dell'Europa premoderna. Al lume naturale cinese si prospettava il duplice compito di progredire sulla via della scienza, facendo propria la centralità delle leggi matematiche della civiltà occidentale, e sulla via della morale, accettando la rivelazione cristiana.
La sua riflessione teorica è fondata sui modelli di lettura della produzione culturale che aveva conosciuto a Roma: là si trattava di riconsiderare in una prospettiva cristiana le opere antiche, mentre in Cina l'impresa nuova, non del tutto dissimile, era riconsiderare in senso cristiano la secolare saggezza confuciana. Questa visione teorica fu resa possibile dalle condizioni storiche in cui il Ricci si formò a Roma, cioè dalla lente attraverso cui al Collegio dei gesuiti, come nella scuola rinascimentale italiana, si guardava ai classici latini e greci. Ricci considerava lo stato delle scienze come una caratteristica fondamentale per qualificare il grado di istruzione di una cultura; sosteneva che la cultura occidentale cristiana poteva farsi portatrice di un'innovazione scientifica tanto quanto di una rivelazione religiosa; inoltre intendeva adeguare queste conoscenze alla cultura cinese senza imporle come estranee. Tutto ciò conferisce al pensiero di Ricci un particolare tratto di modernità.
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