Il centenario della nascita di Pedro Arrupe è un'occasione ideale per ricordare la sua meravigliosa intuizione quando, il 14 novembre 1980, creò il Servizio dei gesuiti per i rifugiati, il suo ultimo progetto come Superiore generale dei gesuiti. Il suo appello - «Dio ci chiama attraverso queste persone indifese» - fu raccolto da molti gesuiti che decisero, semplicemente, di essere presenti nei campi.
Padre Arrupe fu felice dello sviluppo del Jrs: «Scorgo un'incredibile opportunità per la Compagnia, e non solo, nel lavoro con i rifugiati. Questo servizio sarà per noi una scuola dove impareremo molto». Era il 6 agosto 1981. Arrupe parlava di fronte a sedici gesuiti che in Thailandia già lavoravano in questo settore. In quell'incontro fu deciso che il futuro del loro servizio sarebbe consistito nell'«essere con», piuttosto che nel «fare per». Quel messaggio di Arrupe sarebbe stato il suo canto del cigno: il giorno seguente, mentre faceva ritorno a Roma, fu colpito da un ictus che lo lasciò parzialmente paralizzato e con difficoltà di parola.
Sotto la guida del suo successore, Peter-Hans Kolvenbach, il Jrs si è diffuso in tutto il mondo, assumendo connotati sempre più precisi. La sua missione è stata ufficialmente riconosciuta nel 1995 dalla 34ª Congregazione Generale: «Nel mondo vi sono più di 45 milioni di rifugiati e sfollati [...] Il Servizio dei gesuiti per i rifugiati accompagna molti di questi nostri fratelli e sorelle, servendo la loro causa in un mondo che non si prende cura di loro».
La linea indicata da padre Kolvenbach è stata semplice: rimanere fedeli alla visione di padre Arrupe nel servizio verso tutti coloro che sono costretti a fuggire dalla propria casa e che vivono nei campi profughi o in condizioni simili: i più vulnerabili, i dimenticati, gli invisibili, coloro le cui vite sono a rischio. Padre Kolvenbach ha continuato a sollecitare i gesuiti a essere «costantemente alla ricerca di bisogni che nessun altro soddisfa».
Pedro Arrupe era consapevole che questa missione non irta di difficoltà. Incoraggiando i gesuiti che lavoravano nei campi di rifugiati, li invitava a pregare molto: «Questi problemi non vengono risolti con l'azione umana». Anni dopo, Peter-Hans Kolvenbach osservava che «è molto più semplice prestare il nostro aiuto senza farci intimamente coinvolgere, ma svolgendo semplicemente un lavoro. Ma non è questo il modo di lavorare per chi collabora con il Jrs». Un flusso costante di volontari ha continuato a unirsi all'organizzazione, mettendo a disposizione tempo, capacità, professionalità, in una parola, se stessi, incarnando la missione del Jrs in un modo di cui Arrupe andrebbe molto fiero.
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