Lettere e commenti - novembre 2008
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DAL MOLIN, RIFLESSIONI DI UN GESUITA

La controversia sulla nuova base Nato di Vicenza appassiona non solo i residenti in città, ma anche gli «emigranti». Da quando undici anni fa sono entrato nei gesuiti, ho lasciato la mia città e attualmente abito in Brasile. Interessato a ogni azione popolare e istituzionale per la promozione della pace nel mondo, ho seguito da lontano, ma con grande interesse, le iniziative del movimento «No al Dal Molin», e aspettavo il momento di dimostrare concretamente la mia partecipazione agli amici del presidio. L'occasione si è presentata nel giorno della Natività di Maria, patrona della città: la concomitanza con la festa di colei che è chiamata «Regina della pace» ha aggiunto significato alla presenza di fedeli nel luogo dove ci si sforza di formare una cultura di pace. Nel pomeriggio dell'8 settembre ho concelebrato l'eucaristia presieduta da don Andrea Gallo, assieme a don Dario Vivian e don Antonio Uderzo. In seguito tutti insieme abbiamo partecipato al dibattito sotto il tendone del Festival del presidio a Caldogno.
Per quanto mi riguarda, ho affermato che proprio l'essere uscito da Vicenza mi ha permesso di chiarire come questo non sia solo un movimento vicentino. Se all'improvviso la Nato, a causa delle difficoltà incontrate da noi o alle convenienze incontrate in altro luogo, decidesse di spostare la base altrove, anche il presidio dovrebbe spostarsi nella stessa direzione: qui sono in gioco la pace o la guerra nel mondo, la vita o la morte di tanti. Chi equipara il «No al Dal Molin» a uno dei tanti no della popolazione locale a opere pubbliche quali strade, treni ad alta velocità, discariche, ecc., non fa che generalizzare. Le grandi opere di interesse collettivo vanno vagliate singolarmente e attentamente, considerando obiettivi, vantaggi e svantaggi, modalità e tempi; ed è giusto che la popolazione impari a dire sì a opere di interesse comune anche se vicine alla propria abitazione. Ma nel caso in esame, la base militare che si sta costruendo non è un'opera pubblica e la guerra non è di interesse comune.
L'obiettivo del movimento «No al Dal Molin» è la promozione di una cultura di pace, il rifiuto della politica del sotterfugio e degli accordi preventivi. Nella speranza che i lavori vengano bloccati, altri frutti si sono già ottenuti, sia per i singoli (il rifiorire nel cuore di tanti del valore della pace e della solidarietà), sia per la collettività (il presidio è diventato uno dei poli culturali della città).
Dal punto di vista ecclesiale, dire no al Dal Molin significa ad esempio partecipare agli sforzi della Santa Sede e del suo Osservatorio permanente presso l'Ufficio delle Nazioni unite per la moratoria sulle bombe a grappolo. Questa azione diplomatica non è simbolica e non deve essere isolata: necessita non solo di un attento studio del problema e di partecipazione alle grandi assise internazionali, ma si realizza anche dicendo no a uno dei luoghi da cui le bombe a grappolo dovranno partire per la loro missione di morte e distruzione. Spesso in ambito pastorale si parla di scollamento tra la base e le nostre istituzioni vaticane: l'iniziativa cui ho partecipato è un tentativo di colmare questo fossato, non aspettando che la Santa Sede venga a noi, ma andando noi da lei.
Mi sono infine chiesto come il mio ordine religioso, la Compagnia di Gesù, possa contribuire attivamente al movimento. È importante che le nostre riviste di approfondimento continuino a seguire la questione che è complessa e ha bisogno di risposte articolate, e non solo di slogan, data la somma degli aspetti sociali, culturali, economici, politici, morali in gioco.
Alla fine dell'incontro, nel poco tempo che mi rimaneva prima di ripartire per il Brasile, ho chiesto a varie persone cosa ne pensassero della questione. Ne sono uscito con l'impressione di una città per nulla unita. Per alcuni, l'enorme mole degli interessi in gioco rende la movimentazione contro il Dal Molin un po' ingenua. Forse è così, la sensazione di utopia corrisponde almeno in parte a verità, ma sono altrettanto convinto che questa sia una di quelle ingenuità gradite al Signore.

Sergio Sala S.I.
Belo Horizonte (Brasile)


MISSIONARI, IMMIGRATI E ACCOGLIENZA

Ho letto l'appello della Cimi (Conferenza degli istituti missionari italiani) pubblicato sul numero di agosto-settembre del 2008 e l'ho trovato molto interessante, ma mi ha fatto sorgere qualche perplessità. L'esperienza che i missionari fanno come migranti mi sembra piuttosto limitata per confrontarla con quella degli immigrati nel nostro Paese. I missionari sono pochissimi per ogni Paese visitato, si presentano a mani piene (o quasi) e si mettono a disposizione di chi ha bisogno, senza pretese.
Mi fa piacere che gli autori della lettera si siano «sempre sentiti accolti, amati», e abbiano vissuto «esperienze esaltanti di incontro, scambio e arricchimento». Si potrebbe aggiungere che purtroppo non è così per tutti, qualche volta i missionari finiscono ammazzati: a iniziare dai santi Pietro e Paolo fino ai nostri giorni, con quello che sta succedendo in India, il martirologio dei migranti cristiani (e non mancano neppure i gesuiti) è pieno di santi non sempre accolti e amati. Ma in ogni caso quella è la loro missione!
Sarebbe uguale se, in un Paese qualsiasi, ogni giorno i missionari si presentassero in decine o centinaia? Se qualcuno (non tutti, per carità) andasse per villaggi a rubare (ovviamente per necessità), magari qualche volta usando violenza e non solo alle donne; talvolta potrebbe scapparci anche il morto. Ma anche, più semplicemente, se avessero delle necessità di carattere fisiologico dovrebbero provare a soddisfarle fuori dalla porta di casa di qualche residente. Poi potrebbero verificare il grado di integrazione e ospitalità.
Nonostante tutto, noi manteniamo i nostri cuori aperti e ospitali almeno nei confronti di chi si presenta civilmente, senza pretese e violenze, anche se bisogna considerare che noi siamo 60 milioni e non credo che possiamo ospitarne 100 milioni; un limite ci dovrà pur essere.
Chiedo scusa per il mio sfogo e auguro di cuore a tutti i missionari di continuare la loro missione con amore e dedizione come già fanno.

Sergio Ondei
Bergamo

Lo ammette lo stesso lettore: è anzitutto uno sfogo, magari successivo a qualche mascalzonata di cui è stato vittima. Oltretutto è uno sfogo espresso in modo civile e rispettoso. Come tale dunque deve essere compreso e accolto. Due cose però ci colpiscono, negativamente. Quel «nonostante tutto» fa pensare a una situazione in cui gli italiani, assediati da orde di stranieri, vivono nel terrore, ormai spogliati dei propri diritti. Forse la «percezione», come si usa dire oggi, è questa. Ma noi continuiamo a preferire la realtà alla percezione. E la realtà è ben diversa: anzitutto in Italia c'è sì un numero crescente di immigrati, ma la loro incidenza sulla popolazione rimane ben al di sotto di quella di Paesi come Francia e Germania, dove pure non si respira questo clima da Fort Apache. Inoltre è sotto gli occhi di tutti il contributo determinante che la grande maggioranza degli immigrati dà all'economia del nostro Paese (basti pensare al vero e proprio welfare alternativo rappresentato dalle badanti), e questo a fronte di un riconoscimento piuttosto timido dei loro diritti (a quando una legge seria sulla cittadinanza, specie per le seconde generazioni?).
La seconda annotazione è più rivolta a chi si riconosce nell'etica cristiana. Il nostro lettore sembra sottintendere una distinzione di questo tipo: i missionari devono vivere il Vangelo integralmente, sino a donare la propria vita; ma per noi, semplici cristiani, le cose stanno diversamente: dobbiamo essere accoglienti, certo, ma solo a determinate condizioni, solo se gli altri «se lo meritano». Ebbene, questa distinzione tra pochi eroici annunciatori della fede e una massa di cristiani «ragionieri» («fino a qui applichiamo il comandamento dell'amore, oltre no») è proprio quella che il magistero della Chiesa da almeno 40 anni cerca di sradicare dalle menti e dai cuori dei fedeli: esiste un solo modo di vivere e annunciare il Vangelo, un modo che non ammette compromessi o vie di mezzo, ed è quello mostratoci da Gesù.


ACCORDO ITALIA-LIBIA: PARERI A CONFRONTO

Ho letto il vostro doppio articolo sull'accordo Italia-Libia. Berlusconi finalmente chiude un contenzioso che durava da decenni e voi riuscite solo a criticare... Io proverei a guardare anche il bicchiere mezzo pieno: è stato risarcito un Paese che ha subito molti drammi a causa nostra. Il problema del mancato rispetto dei diritti dei migranti esisteva già e non verrà certo peggiorato da questo accordo. Ma intanto abbiamo chiuso un brutto capitolo di storia. Mi viene in mente quel detto secondo cui «solo chi non fa niente non sbaglia mai».

Pierluigi Dolci
Verona

Complimenti! Siete stato l'unico giornale a dire il vero su Gheddafi e l'accordo con l'Italia.

Tonino Nocera
via e-mail

È positivo che l'Italia abbia sottoscritto un accordo con la Libia per chiudere il contenzioso coloniale. Il nostro Paese, come altri Stati europei, ha inferto ferite profonde al tessuto socio-economico africano (oltre ai veri e propri crimini commessi dai nostri soldati) ed è giusto che, per quanto possibile, risarcisca i danni. Si potrebbe obiettare che il tutto è avvenuto senza alcun dibattito pubblico (in parlamento, ma anche nelle scuole, sui mass media).
Ma al di là di questo, nei nostri articoli puntavamo il dito sulla logica di fondo che ispira l'accordo: uno scambio (con annessi risvolti commerciali) fra un risarcimento per fatti del passato e un maggiore impegno della Libia nel fronteggiare l'immigrazione clandestina. In questo modo: a) si ammette esplicitamente che non ci importa se questi immigrati fuggono da guerre e carestie e come tali avrebbero diritto all'asilo politico, ci importa che non arrivino sulle nostre coste; b) si firma una delega in bianco a un regime che non è proprio un esempio di democrazia e di rispetto dei diritti umani. Generando così nuove ferite e nuovi drammi.


© FCSF - Popoli

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