Si fa sempre più forte, in Italia, la discriminazione verso la comunità rom e la diffusa sensibilità razzista contrasta con i sentimenti di cultura civile del nostro popolo e la tradizione di accoglienza della comunità cristiana. Qualcosa manca nel cammino di educazione e di formazione del nostro popolo.
Può servire conoscere qualche episodio di esperienza esemplare. Sono passati quattro anni da quando venti famiglie rom romene, cacciate dalla polizia e respinte da un campo nomadi, furono ospitate nella nostra chiesa per quaranta giorni. Le autorità ci fecero presenti che stavamo compiendo un'azione illegale, ma in noi prevalse il senso evangelico della carità e alla fine, dopo quaranta giorni, il Comune provvide a sistemare in una scuola le famiglie.
Successivamente, in una di queste famiglie, nacquero due bambini e il dramma fu che uno di loro, una femmina, per carenze immunitarie, rischiava la vita. Esemplare fu la solidarietà di medici e volontari che, dopo il trapianto del midollo donato da una sorellina, assistettero la famiglia fino alla guarigione. Seguì una nuova gravidanza e si ripeté per la neonata il medesimo problema, con intervento e conseguenti sofferenze per la famiglia. Ancora una volta l'esito fu positivo e si generò anche una nuova prospettiva di vita per tutti, nella solidale iniziativa di trovare una località favorevole, per la salubrità dell'ambiente, alla sopravvivenza delle due bambine.
Un paese dell'Irpinia ha significato accoglienza, lavoro per il padre, crescita di umanità per tutta la famiglia, fino all'inserimento nella scuola. La catena di solidarietà è stata efficace. L'ultimo passaggio è la decisione di tornare in Romania, con la speranza di una vita serena. Se da una parte vanno dimenticate le sofferenze subite, dall'altra si può ricordare la fraternità vissuta: ogni comunità sociale e religiosa potrebbe realizzarla.
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