Gaeta, la cerimonia di consegna delle tre motovedette della Guardia di finanza alla Guardia costiera libica. WWW.INTERNO.IT
FINMECCANICA IN POLE
«Dopo anni di sanzioni ed embargo - osserva Nativi - è un Paese che deve ricostruire interamente le forze armate e, in parte, le forze
di polizia. Per questo motivo nei prossimi anni potrebbe essere uno dei mercati più "ghiotti" per i produttori di armamenti. Credo che siano avvantaggiate le società
italiane, francesi e russe perché avevano già buoni rapporti prima delle sanzioni. Ma, siccome la logica dei blocchi contrapposti è venuta meno, anche vecchi
nemici come Stati Uniti e Gran Bretagna stanno pensando di vendere a Tripoli».
Finmeccanica, la holding pubblica italiana che vanta tra le sue società alcuni
dei principali produttori di armamenti al mondo, è stata una delle prime aziende a sfruttare quest'occasione. Il primo colpo l'ha messo a segno già nel 2006 firmando
la vendita di dieci elicotteri A-109E Power per un ammontare di 80 milioni di euro. Gli A-109E Power sono elicotteri prodotti a partire dagli anni Novanta dall'AgustaWestland, società
del Gruppo. Sono mezzi sofisticati e affidabili in grado di atterrare anche con un motore in avaria e di volare di notte e in ogni condizione meteorologica. Per le loro caratteristiche
uniche sono stati acquistati dalla Guardia costiera degli Stati Uniti per equipaggiare il reparto Hitron (Helicopter Interdiction Tactical Squadron) nel ruolo di elicotteri da interdizione
a corto raggio. E, infatti, ufficialmente la Libia li utilizza nel controllo di frontiere e coste. Di fatto, però, questi elicotteri possono essere armati e utilizzati anche
in operazioni belliche.
Parallelamente a questo contratto, sempre nel 2006, Finmeccanica e AgustaWestland hanno siglato con Tripoli un accordo per la creazione di una joint-venture
denominata Libyan Italian Advanced Tecnology Company, posseduta al 50% dalla Libyan Company for Aviation Industry, al 25% da Finmeccanica e al 25% da AgustaWestland. La società,
che ha sede a Tripoli, ha come primo obiettivo quello di rimettere in efficienza le flotte libiche di elicotteri e aerei. «Tra questi - precisa Giorgio Beretta, ricercatore
dell'Osservatorio sul commercio delle armi di Ires Toscana - ci sono i 20 Boeing Vertol CH-47C Chinook (elicotteri con due rotori di produzione americana), acquistati da Tripoli
negli anni Settanta. Già nel 2007 il governo italiano ha dato l'autorizzazione a un contratto di 54 milioni di euro per la loro riparazione, manutenzione e ammodernamento».
Questa
intesa non è stata l'unica. Il 18 gennaio 2008 Alenia Aeronautica, un'altra società del Gruppo, ha venduto al ministero dell'Interno libico un velivolo da pattugliamento
marittimo ATR-42MP Surveyor. Il contratto, del valore di 31 milioni di euro, include anche l'addestramento dei piloti e degli operatori di sistema, supporto logistico e parti di
ricambio.
Finmeccanica e Libyan Investment Authority hanno stretto ulteriormente i loro rapporti il 28 luglio 2009 con un nuovo accordo. Si tratta di un'intesa generale attraverso
la quale la holding di piazza Montegrappa e il fondo sovrano si impegnano a creare una nuova joint-venture (con capitale di 270 milioni di euro) attraverso la quale
gestiranno gli investimenti industriali e commerciali in Libia, ma anche in altri Paesi africani. «Abbiamo firmato un accordo strategico di ampia portata che coinvolge tutti
i nostri settori - ha dichiarato Pier Francesco Guarguaglini, amministratore delegato di Finmeccanica nel corso della cerimonia della firma -: elicotteri, energia, elettronica,
sicurezza e aerospazio. Non solo, l'accordo stabilisce il concetto che è possibile mettere in campo investimenti anche fuori dalla Libia, sia in Africa sia in Medio Oriente».
Mercato che per Finmeccanica vale 15 miliardi di euro.
Il primo frutto è stato un nuovo accordo siglato da Selex sistemi integrati, società controllata da Finmeccanica,
e dal governo libico. Il contratto, del valore di 300 milioni di euro, prevede la creazione di un sistema di «protezione e sicurezza» dei confini. Si tratta di una sorta
di barriera elettronica di sensori che trasmettono dati a centri di comando che li elaborano e li mettono a disposizione del personale delle forze dell'ordine o delle forze armate.
Questo sistema ha come obiettivo il contenimento dei flussi degli immigrati, ma anche il controllo tout court dei confini meridionali. «La frontiera meridionale con
Ciad, Sudan e Niger - sottolinea Nativi - è un colabrodo. Questo sistema permetterà a Tripoli di monitorare meglio i suoi confini. Un progetto simile, ma più
ambizioso, è in fase di realizzazione in Algeria. Anche se i due sistemi non verranno collegati».
Un A109E Power in volo di addestramento a Vergiate (Va). WWW.AGUSTAWESTLAND.COM
NUOVI ALLEATI
Non è la prima volta che l'Italia dona alla Libia armi delle nostre forze armate. «All'inizio degli anni Ottanta - spiega Maurizio Simoncelli,
dell'Archivio disarmo - il nostro Paese cedette un certo numero di carriarmati Leopard a Tripoli. Allora noi facevamo parte della Nato, mentre la Libia era vicina al Patto di Varsavia
e, comunque, ostile all'Europa. La notizia era stata tenuta segreta dal nostro governo, ma si venne a sapere grazie alle "soffiate" dei portuali di Livorno che avevano
caricato sulle navi i mezzi. Il governo smentì. Anni dopo, parlando con Lelio Lagorio, che era ministro della Difesa all'epoca dei fatti, mi confermò che quel carico
fu eseguito».
Anche la nostra Marina militare da anni collabora con quella libica. Dal 2001 al 2006 la nostra flotta ha tenuto manovre congiunte (denominate Nauras) con
quella di Tripoli. «Confermiamo quelle manovre - precisa un portavoce della Marina italiana -. Si trattava di esercitazioni che prevedevano la navigazione di navi italiane
e libiche, scambio di messaggi e prove di boarding (ispezioni sui mercantili)». Lo scorso anno, poi, la Libia è entrata a far parte di V-RMTC 5+5 Net, un sistema
organizzato che prevede la collaborazione delle Marine militari di una decina di Paesi che si affacciano sul Mediterraneo per il controllo del traffico mercantile.
Nei prossimi
anni la collaborazione militare con la Libia potrebbe intensificarsi. Circostanza confermata da Saif el Islam, uno dei figli di Muhammar Gheddafi. «In Italia - ha dichiarato
in un'intervista rilasciata al quotidiano La Stampa - mi hanno detto che ci sono state molte polemiche per la presenza delle Frecce tricolori alle celebrazioni del 40°
anniversario della Rivoluzione verde. A dire la verità mi hanno sorpreso un po'. So che a breve si terranno esercitazioni congiunte delle forze armate terrestri e aeree di
Italia e Libia».
Al di là delle esercitazioni, la Libia nei prossimi anni sarà un mercato promettente per la nostra industria bellica. «La Russia -
conferma Nativi - ha siglato con Tripoli un accordo del valore di 3 miliardi di euro per la vendita di aerei da guerra. L'Italia nel settore aeronautico non ha molto da dire. Penso
però che il nostro Paese possa giocare un ruolo importante, oltre che nel settore elicotteristico, anche in quello navale. I nostri cantieri potranno dire la loro quando
la Marina libica offrirà le prime commesse».
Come a dire: la fetta più grande della torta deve essere ancora mangiata.
POLITICA E AFFARI
Dalle sanzioni al Trattato
L'accordo firmato da Silvio Berlusconi e Muhammar Gheddafi il 30 agosto 2008 è il punto di arrivo di un percorso che ha portato alla revoca dell'embargo e delle sanzioni internazionali nei confronti della Libia e poi ha permesso di aprire le relazioni commerciali fra Tripoli e i principali Paesi occidentali. Le sanzioni e l'embargo erano stati disposti dalla Comunità europea nel 1986 e dall'Onu nel 1992 (e rinnovati più volte). Rappresentavano il culmine delle tensioni che hanno caratterizzato i rapporti fra Tripoli e l'Occidente (in particolare Stati Uniti e Gran Bretagna) negli anni Ottanta. Tensioni alla base delle quali c'erano i diritti dello sfruttamento delle risorse marine (in particolare i giacimenti offshore al largo delle coste libiche) e i diritti di navigazione (la Libia ha sempre rivendicato come acque nazionali quelle dell'intero Golfo della Sirte, quindi anche oltre le 12 miglia nautiche riconosciute da leggi e consuetudini internazionali). Lo scontro tra Stati Uniti e Libia ha raggiunto il massimo livello con le battaglie aeronavali del 1981, 1983 e 1986 (con il bombardamento americano di Tripoli e Bengasi), ma soprattutto con gli attentati (attribuiti ai servizi segreti libici) alla discoteca La Belle di Berlino, in cui nel 1986 morirono due militari americani e 230 rimasero feriti, e al volo PanAm, che esplose nel 1988 sopra la cittadina scozzese di Lockerbie provocando la morte dei 259 passeggeri e 11 a terra. Le sanzioni dell'Onu prevedevano il divieto di collegamenti aerei diretti con la Libia e il congelamento dei beni libici all'estero. Sono state sospese nel 1999
e poi revocate nel 2003. L'allora Comunità europea, inoltre, aveva previsto nel 1986 l'embargo del commercio di armi ed equipaggiamenti militari e altre misure economiche
come il congelamento dei fondi libici all'estero e la fornitura di beni e servizi civili legati all'industria petrolifera. Queste sanzioni sono state revocate nel 2004 grazie
alle pressioni del governo italiano. La revoca è seguita all'impegno assunto da Tripoli il 19 dicembre 2003 di smantellare i laboratori in cui stava lavorando alla creazione
di armi di distruzione di massa e di risarcire le famiglie delle vittime dell'attentato di Lockerbie. Cadute le sanzioni, cessato l'embargo, l'Italia si è trovata in prima
linea per siglare nuovi accordi commerciali con la Libia. |
Il Trattato Italia-Libia non ha solo favorito la vendita di armi al Paese nordafricano, ma ha creato un terreno fertile per una serie di scambi azionari e contratti in molti
settori economici.
Alla base di tutto c'è il petrolio. L'oro nero rappresenta per la Libia (che è il nono produttore mondiale) il 98% delle esportazioni, il 74%
del prodotto interno lordo e il 90% delle entrate governative. I proventi derivati dagli idrocarburi vengono gestiti da un fondo sovrano: Libyan Investment Authority (Lia) che opera
attraverso Libyan Arab Foreign Investment Company (Lafico) e Libyan African Investment Portfolio. Lia si stima abbia un patrimonio tra i 50 e i 70 miliardi di dollari, che investe
in patria e all'estero. L'obiettivo di questi investimenti è duplice: creare un portafoglio titoli che permetta di garantire flussi finanziari una volta esaurite le riserve
petrolifere; partecipare al controllo di società straniere che operano in Libia per influenzarne le scelte.
Gli investimenti libici nelle società italiane non sono
iniziati con il Trattato del 2008, ma una trentina di anni fa. Era il 1976 quando Lafico acquistò il 15% della Fiat. Investimento che rese a Tripoli 2,6 miliardi di dollari
quando, nel 1986, uscì dal capitale del Lingotto. Agli inizi degli anni Duemila, la Libia è tornata ad acquistare partecipazioni in Italia. Proprio nel 2000 Lafico
ha rastrellato il 2,6% in Fiat e, nello stesso anno, il 3% di Capitalia per arrivare successivamente al 5%. La presenza nel settore bancario, diluitasi con la fusione Capitalia-Unicredit,
è stata poi rafforzata nel 2008 con l'acquisto del 4,9% di Unicredit (secondo azionista dopo Cariverona; Unicredit è la prima azienda di credito italiana per capitalizzazione).
I
libici però non si sono fermati al settore bancario. Nel 2008 hanno formalizzato un'intesa con il ministero dell'Economia italiano che dovrebbe permettere a Tripoli di aumentare
le partecipazioni in Eni (di cui già possiedono lo 0,7% del capitale) inizialmente al 5%, poi all'8%, fino a un massimo del 10%. Questo investimento avrebbe un carattere
finanziario e industriale. Per Gheddafi partecipare alle decisioni della società di San Donato Milanese è importante, considerato che l'Eni da decenni estrae petrolio
in Libia ed è una delle principali società di idrocarburi operanti nel Paese (a giugno sono stati prolungati i contratti di estrazione dal 2042 al 2047). Negli anni
Tripoli ha acquistato partecipazioni anche nel settore tessile, in particolare nel cotonificio Olcese (30,8%) e nella holding Finpart (8%). Entrambi si sono rivelati cattivi
affari: la tessitura ha avuto gravi difficoltà e Finpart è fallita.
I figli di Gheddafi hanno poi forti interessi nel calcio italiano. Nel 2002 Lafico ha acquistato
il 7,5% della Juventus (un rappresentante di Lafico siede nel consiglio di amministrazione della società). Recentemente si è parlato dell'acquisto della maggioranza
del Milan, qualora Berlusconi ne cedesse il controllo.
Tripoli non sembra volersi fermare. Buone prospettive potrebbero aprirsi anche per l'ingresso in Generali, Telecom, Italpetroli,
Terna ma, soprattutto, Impregilo e Finmeccanica. Per queste due ultime società si tratterebbe, come per Eni, di investimenti finanziari con forte valenza industriale. Impregilo
nei prossimi anni sarà impegnata nella costruzione di alcune delle principali infrastrutture in Libia. Allo stesso modo, Finmeccanica, oltre ai citati investimenti nel settore
degli armamenti, parteciperà alla realizzazione della rete ferroviaria (Ansaldo Sts, controllata di Finmeccanica, ha già ottenuto una commessa di 541 milioni di euro
per i meccanismi di segnalamento e telecomunicazione ferroviaria e AnsaldoBreda è in pole position per fornire i treni). Sull'ingresso dei libici in Finmeccanica pesa
il veto di Washington, che non vuole che sulle decisioni di alcune aziende statunitensi del settore difesa controllate dalla holding italiana possano pesare i voti libici.
Pier Francesco Guarguaglini, amministratore delegato di Finmeccanica, ha però dichiarato di essere disposto a valutare un eventuale ingresso libico solo in società
del gruppo che operano in settori non legati alla difesa.
Angelo Del Boca, giornalista e storico, è uno dei massimi esperti della storia coloniale italiana ed è un profondo conoscitore della Libia. A lui abbiamo chiesto di inquadrare storicamente le relazioni economiche tra Italia e Libia.
Come si sono sviluppati i rapporti tra i due Paesi negli anni che vanno dalla fine della seconda guerra mondiale all'ascesa al potere di Gheddafi (1969)?
Al momento
dell'indipendenza (1949), nel Paese nordafricano vivono ancora 40-50mila italiani. I nostri connazionali hanno in mano l'economia locale (coltivano i terreni più fertili,
possiedono officine, cinema, ristoranti, ecc.) anche perché ai libici, fino ad allora, non sono state offerte opportunità di creare proprie attività. Re Idriss
vede di buon occhio la presenza italiana perché si rende conto che gli italiani sono grandi lavoratori e che le loro attività portano ricchezza. Il partito nazionalista,
che riunisce esponenti delle Resistenza anti-italiana, preme perché il re sigli un trattato nel quale vengano riconosciute le responsabilità coloniali. Nel 1955 viene
firmato un accordo. L'intesa prevede un risarcimento di 5 miliardi di lire (73 milioni di euro attuali) quale «contributo alla ricostruzione libica», senza presentare
le scuse per i morti della Resistenza anti-italiana.
Cosa è cambiato dopo l'avvento al potere di Gheddafi e la cacciata degli italiani?
Gheddafi prende il potere nel 1969. In quel momento la Libia è un «feudo»
di Stati Uniti e Regno Unito che hanno grandi basi militari e influiscono sulla politica. Gheddafi fa chiudere le basi americane e britanniche e nazionalizza le loro società
petrolifere. Un atto giusto, non di supernazionalismo come è stato detto. L'atteggiamento verso gli italiani è diverso. Nel primo periodo dopo il golpe i rapporti
con l'Italia sono molto freddi, ma Gheddafi non vuole rompere con Roma. Anzi si aspetta una visita di Aldo Moro a Tripoli. Alcune questioni interne impediscono però al politico
italiano di effettuare il viaggio. Gheddafi considera questa mancata visita un affronto e caccia gli italiani. La comunità italiana non era più numerosa come negli
anni Quaranta, ma in Libia erano ancora presenti 16-20mila nostri connazionali. Il leader libico non si è mai pentito ufficialmente di averli mandati via, ma credo che si
sia ricreduto. Se guardiamo alle statistiche, negli anni successivi gli italiani tornano in numero maggiore. Ovviamente non sono gli stessi che erano stati cacciati, ma tecnici
dell'Eni e delle grandi ditte italiane che costruiscono infrastrutture e abitazioni. Neanche l'embargo seguito alla crisi con gli Stati Uniti cambia le relazioni tra Tripoli e Roma.
Nonostante le sanzioni, in quel periodo alcune aziende italiane continuano a operare in Libia. Tra queste l'Eni, che estrae petrolio e gas in un regime di quasi monopolio, ma anche
Finmeccanica, Pirelli, Fiat.
Come giudica il Trattato siglato un anno fa?
Le trattative per chiudere il contenzioso coloniale sono state avviate dal governo Dini negli anni Novanta e sono state
portate avanti da Prodi. Berlusconi, siglando l'intesa del 30 agosto 2008, ha raccolto i frutti di questo lavoro. Nel Trattato ci sono aspetti negativi e positivi. Intanto va detto
che è stata siglata un'intesa con un Paese che non è democratico, che non rispetta i diritti umani, che non ha firmato le principali convenzioni internazionali. A
mio parere l'Italia doveva pretendere che nell'accordo fosse scritto che la Libia sta vivendo un periodo di transizione e che negli anni dovrà trasformarsi in un Paese democratico.
È però positivo che Berlusconi abbia presentato le scuse per il passato coloniale pronunciando parole dure sui campi di concentramento, sulle repressioni, sul lancio
dei gas sulla popolazione, ecc.
Dal punto di vista commerciale l'intesa è stata un ottimo affare per entrambi i Paesi. Anche se si profilano all'orizzonte alcuni problemi.
L'autostrada litoranea che dovrebbe percorrere i 2.000 km dal confine con la Tunisia a quello con l'Egitto e che ci siamo impegnati a ricostruire come riparazione per i danni del
periodo coloniale costerà tra i 3 e i 5 miliardi di euro. Chi pagherà? È prevista un'imposta aggiuntiva sulle rendite petrolifere. Ma l'Eni ha già fatto
ricorso contro questo provvedimento. E, in ogni caso, a un anno dall'intesa i cantieri dell'autostrada sono fermi e finora sono stati costruiti solo 150 metri.
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