In occasione di un convegno tenutosi all'Università Cattolica di Norimberga, alla domanda su quale fosse a suo parere il più grande ostacolo lungo il processo di
integrazione dei musulmani in Germania, il principale relatore islamico rispose: «Siamo arrivati qui: ora la maggioranza cristiana deve imparare che in Germania non ci sono
solo i cristiani. I musulmani, dal canto loro, devono capire che non esistono solo diritti ma anche doveri».
La diffusione dell'islam in Germania è un fenomeno relativamente
recente. Sino alla fine degli anni Cinquanta del secolo scorso vivevano nel Paese pochi individui di religione musulmana. Fu a partire dai primi anni Sessanta, momento in cui la
situazione economica del Paese esigeva un grande apporto di manodopera, che giunsero in Germania alla ricerca di un lavoro molte persone provenienti da Paesi a maggioranza islamica.
Se
l'immigrazione massiccia di musulmani è dunque da riconnettere in primo luogo con flussi di lavoratori migranti nella seconda metà del secolo scorso (le stragi della
seconda guerra mondiale, però, ridussero il numero già esiguo degli islamici residenti in Germania), risalgono al XVII secolo le prime testimonianze di una presenza
stabile, seppure sporadica, di musulmani sul suolo tedesco: si tratta di iscrizioni su pietre tombali rinvenute ad Hannover e a Brake, nelle vicinanze della città anseatica
di Lemgo. Nel 1925 venne costruito il primo edificio riconoscibile come moschea a Wilmersdorf, che - allora piccolo villaggio - oggi è un quartiere di Berlino.
Oggi, in
Germania, vivono immigrati musulmani di terza generazione. Molti di essi hanno portato a termine gli studi e sono diventati parte integrante e viva della società tedesca.
«Siamo
arrivati qui». L'affermazione dell'intellettuale musulmano sopra citata denota la naturalezza e la disinvoltura con la quale i musulmani oggi si fanno strada in questo Paese.
Tuttavia, fra i tedeschi, la conoscenza dell'islam è ancora spaventosamente scarsa. Ciò ha ripercussioni sullo stato attuale del dialogo cristiano-islamico.
Nonostante
siano state numerose, negli anni passati, le iniziative volte a migliorare il dialogo tra cristiani e musulmani, molti tentativi sono andati perduti nei mille rivoli di un attivismo
instancabile ma senza obiettivi. Tante iniziative di confronto, pur scaturite da buoni propositi, sono non di rado lontane dall'esperienza quotidiana delle persone coinvolte. Ragguardevoli
pubblicazioni sul dialogo interreligioso e un mare magnum di progetti interculturali si sono rivelati privi di concreti riferimenti alla vita dei fedeli del luogo e, a uno
sguardo più attento, tentativi di rafforzare la propria immagine a spese degli altri.
Ciò che dovrebbe ispirare in maniera duratura il dialogo sarebbe un impegno
concreto, sincero e mirato per far fronte a necessità avvertite in ugual misura da cristiani e musulmani. In questo senso, in Germania, la strada da percorrere è ancora
lunga.
MOSAICO DI ETNIE E TRADIZIONI
L'islam in Germania non è un'entità omogenea. Se è vero che la maggior parte dei musulmani è di origine turca,
il panorama non risulta affatto uniforme anche all'interno della preponderante fetta di popolazione islamica che ha le sue radici nel Paese anatolico. Spesso si sente parlare di
«musulmani turchi» o di «musulmani di origine turca» ma si dimentica che questi «turchi» appartengono a 47 gruppi etnici differenti che non definiscono
se stessi turchi né, d'altra parte, si identificano semplicemente come islamici. La maggior parte di costoro sono curdi, ma ci sono anche aseri, tatari di Crimea, kazachi,
uiguri e molti altri. Non è possibile fornire dati precisi in termini numerici, dal momento che non è mai stata condotta una stima statistica sulla base di criteri
di appartenenza etnica.
La mia prima visita in un centro culturale alevitico può dare un'idea di questa pluralità di elementi: invitato a partecipare a una conferenza,
nell'atrio venni salutato amichevolmente dal presidente del circolo culturale. Iniziammo a conversare in turco, raccontammo barzellette e, tra l'altro, parlammo anche di Dio e del
mondo.
Dopo qualche momento si avvicinò un uomo. Lo salutai in turco, ma subito notai che qualcosa non andava e provai una sensazione di gelo. «Lei parla volentieri
il turco, vero?», mi chiese. Io sorrisi e replicai con entusiasmo che per me è una gioia studiare lingue straniere, che trovo molto affascinante il turco. «Io
non la penso così», fu la replica del mio interlocutore, che aggiunse: «Io sono curdo, non turco; vengo da un villaggio dell'Anatolia sud-orientale, non da una
grande città. Sono molto orgoglioso e felice del fatto che al circolo si rispetti con piena coscienza la pluralità culturale e che - per quanto possibile - nella liturgia
si alternino le differenti tradizioni di riti, musica, poesia e persino di vestiario». Compresi perfettamente che cosa quell'uomo voleva farmi capire. Non parlammo più
in turco, bensì in tedesco, e tornammo a parlare di Dio e del mondo, ma con parole diverse, più profonde e più rispettose.
PLURALITÀ CONFESSIONALE
L'opinione pubblica tedesca ha avuto uno scossone quando, nel giugno dello scorso anno, l'Ufficio federale per la migrazione e per i
rifugiati in Germania (Bamf) ha presentato uno studio sui musulmani. Per la prima volta l'indagine mise nero su bianco le cifre relative alla presenza di islamici nella Repubblica
federale tedesca. Se fino a quel momento si pensava di convivere con 3,2 milioni di musulmani, la ricerca del Bamf ha appurato che la quota dei musulmani tedeschi si attesta fra
i 3,8 e i 4,3 milioni di individui. Numeri significativamente superiori rispetto a quelli forniti dalle precedenti stime. Il calcolo della presenza musulmana in Germania si basa
su un «metodo indiretto», fondato cioè sul presupposto che siano di fede musulmana coloro che provengono da Paesi a maggioranza islamica. Questo procedimento
è l'unico a disposizione, perché l'appartenenza religiosa non viene censita come dato a sé stante.
In Germania ci sono 82 milioni di abitanti e il numero
stimato dei musulmani si aggira dunque attorno al 5% della popolazione totale. Tra le persone di confessione islamica, originarie di 49 Paesi a maggioranza musulmana, il 45% è
in possesso della cittadinanza tedesca.
I musulmani - si è detto - non costituiscono un gruppo omogeneo, nonostante la maggior parte di loro provenga dalla Turchia. Circa
2,5-2,7 milioni hanno un «background turco» e, dunque, i cosiddetti musulmani turchi corrispondono a una porzione del 63% sul totale dei musulmani che vivono
in Germania. Numericamente il secondo gruppo etnico più rappresentato è quello dei balcanici, perlopiù bosniaci, albanesi e bulgari (14%). Segue, con 350mila
individui, il gruppo dei musulmani mediorientali (8%). Al quarto gruppo appartengono musulmani originari di Paesi dell'Africa (7%). Esiste, inoltre, una piccola porzione di musulmani
provenienti dall'Asia centrale, dall'Iran e dal Sud-Est asiatico.
I sunniti rappresentano il 74% dei musulmani in Germania. Gli sciiti, invece, soltanto il 7%. Un interessante
e non trascurabile gruppo di musulmani è quello costituito dagli aleviti, originari soprattutto dell'Anatolia. Tra gli aleviti stessi è tuttora irrisolta una questione
d'identità, se cioè essi possano considerarsi musulmani oppure fedeli di una religione o di una filosofia di vita indipendenti dall'islam. In questo Paese abitano
circa 500mila aleviti, che - nel caso in cui li si reputasse musulmani veri e propri - costituirebbero il 13% di tutti i musulmani. La loro, dunque, è una forza non trascurabile,
che non deve essere dimenticata né dalla politica né dalla Chiesa. Del resto, in Germania, sempre più aleviti sono attivi sostenitori del dialogo interreligioso
e interculturale.
Secondo l'indagine statistica dell'Ufficio federale alla quale si è fatto cenno sopra, la maggioranza dei musulmani in Germania si dichiara credente:
circa il 36% si dice «molto credente», il 50% «abbastanza credente». A risultati simili è giunto anche il cosiddetto «Monitor delle religioni»
istituito dalla fondazione Bertelsmann. Secondo gli studi di questo ente, la dimensione religiosa costituirebbe un aspetto fondamentale soprattutto nella vita dei musulmani originari
della Turchia e dell'Africa. Stupisce un dato riguardante gli sciiti; per il 57% la pratica religiosa non risulterebbe avere un peso determinante: si dichiara «molto credente»
soltanto il 10% e «non credente» ben il 33%. Risulta, inoltre, che per i musulmani residenti in Germania essere praticanti significa più che altro rispettare
tempi e modi delle preghiere rituali, osservare le prescrizioni alimentari e le feste religiose. La fede si vive soprattutto all'interno della proprie comunità, in compagnia
di membri di altre comunità, come quelle legate alle moschee o ai centri culturali islamici.
ASSOCIAZIONISMO E VITA SOCIALE
In Germania si contano oggi circa 2.300 fra moschee e spazi dedicati alla preghiera. La maggioranza delle moschee è stata allestita
in conformità al diritto di associazione ed è parte di associazioni più ampie, le cosiddette «organizzazioni tetto». Vi sono cinque grandi «organizzazioni
tetto», che - secondo dati da esse forniti - riuniscono gran parte dei musulmani tedeschi (Unione turco-islamica dell'Istituto per la religione, Consiglio centrale dei musulmani,
Consiglio islamico per la Repubblica federale tedesca, Unione dei centri culturali islamici, Comunità alevitica tedesca). In realtà aderisce ad associazioni e a comunità
religiose solo il 15-20% dei musulmani presenti in Germania. Per quanto riguarda la percentuale di musulmani aderenti ad associazioni religiose, non si sono verificati significativi
cambiamenti quando nella primavera del 2007 venne fondato un organo di coordinamento (il Consiglio di coordinamento dei musulmani in Germania, Krm), nel quale confluirono tutte
le «organizzazioni tetto» meno quella degli aleviti.
La maggior parte dei musulmani, infatti, anche dopo la creazione del Krm, continua a non riconoscersi in alcuna
associazione. Nella cornice del dialogo interreligioso, tuttavia, sono interlocutori privilegiati gli aderenti ad associazioni religiose.
Molti musulmani si sono gradualmente
resi conto che per ottenere i diritti ai quali aspirano devono prendere parte attiva alla vita politica. In tempi recenti, dunque, hanno fondato numerose associazioni allo scopo
di proporsi come interlocutori di Stato e Chiese e di sostenere i propri interessi nella società. Così, oggi, sempre più islamici partecipano alla vita pubblica
in Germania: si impegnano a titolo onorario nei Comuni, ad esempio lavorando con bambini e adolescenti per i servizi sociali oppure come assistenti sociali; sono attivi in organismi
che afferiscono ai diversi livelli dell'apparato statale (in enti comunali, legati ai singoli Länder e federali), così come nella politica e nei media.
La componente
che ancora non è in possesso della cittadinanza tedesca è però esclusa dalla partecipazione alle cariche federali. D'altra parte esistono varie modalità
di partecipazione alla vita politica ancora trascurate dai musulmani: troppo raramente essi ricoprono incarichi o danno vita a gruppi di rappresentanza all'interno dei partiti,
fondano sindacati oppure operano in comitati di supporto agli stranieri.
Uno dei settori in cui i musulmani istruiti si distinguono per intraprendenza è quello economico.
Un esempio di come essi contribuiscano a plasmare la società tedesca è una banca che verrà fondata a Mannheim quest'anno: la prima progettata sulla base dei
princìpi della finanza islamica.
LE PAROLE DEL PAPA TEDESCO
Per gran parte dei musulmani la Germania è il Paese in cui sono nati e cresciuti. È la loro patria. Tale constatazione deve
rendere i musulmani consapevoli dell'importanza di una fattiva collaborazione alla vita dello Stato, ma anche persuadere la maggioranza non musulmana a creare i presupposti perché
questa collaborazione abbia luogo.
La situazione dei musulmani in Germania si è evoluta considerevolmente negli ultimi anni. Se, negli anni Sessanta, la prima generazione
di immigrati è vissuta nell'indifferenza della società tedesca e nell'anonimato, i giovani musulmani dimostrano più consapevolezza della propria identità
e della propria posizione nella società civile. Nuovi problemi e nuovi interrogativi emergono, dunque, sul piano sociale e religioso. La via da percorrere in futuro è
indicata dalle parole che Benedetto XVI rivolse ai giovani musulmani nel 2005, in occasione della XX Giornata mondiale della gioventù di Colonia: «Dobbiamo nutrire
[...] ottimismo e speranza. I problemi legati al dialogo interreligioso e interculturale tra cristiani e musulmani non possono essere risolti nel breve tempo di una stagione. È
invece una necessità vitale dalla quale dipende in gran parte il nostro futuro».
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