Cammini di giustizia - marzo 2010
HOMEPAGE
Reportage
Le mani che raccolgono

Alcuni settori dell'agricoltura dell'Italia meridionale si reggono sul lavoro bracciantile di migliaia di immigrati sfruttati, che vivono in condizioni disumane spostandosi da una regione all'altra. Le vicende di Rosarno sono state solo la punta dell'iceberg

Francesco Pistocchini

Le campagne della provincia di Foggia in agosto. L. SENIGALLIESI

Le campagne della provincia di Foggia in agosto. L. SENIGALLIESI

«Jah guide»: Dio guida, è scritto sopra la botola di ingresso di uno dei silos di metallo dello stabilimento ex Opera Sila, una vecchia raffineria d'olio di Rosarno. Non è solo il titolo di una famosa canzone reggae, ma è un'espressione della fede rastafariana. Manuel, ghanese di ventuno anni, con i suoi dreadlocks, i capelli «rasta», dormiva lì dentro. Oggi l'ex fabbrica è presidiata, Manuel se n'è andato, insieme a centinaia di altri immigrati che lavoravano come braccianti negli agrumeti della Piana di Gioia Tauro. Avevano trovato solo qui un riparo dove dormire durante la stagione delle arance, ma dopo i fatti di gennaio anche lui è dovuto partire in fretta e ora si trova a Caserta. «Non mi manca il cibo, né un posto dove dormire - racconta in un buon inglese -. Ma ho bisogno un lavoro e non riesco a trovarlo». Ogni mattina Manuel si alza alle cinque. Come tanti altri, si apposta agli incroci dove qualcuno passa cercando braccia per qualche ora di fatica, ma in questi giorni resta per strada.
L'emigrazione sembra un destino da cui non riesce a separarsi: i suoi genitori (oggi scomparsi) erano originari del Togo. Quando la madre era incinta si sono trasferiti nel «più ricco» Ghana, dove lui è nato e cresciuto. Ma anche in Ghana oggi non ci sono molte possibilità e Manuel decide di attraversare il Sahara per raggiungere l'Europa. Sopravvive alla Libia e al Mediterraneo, viene trattenuto nel campo di Lampedusa, spedito a Capo d'Orlando, quindi a Caserta. A Lampedusa stringe amicizia con Sali, un ragazzo della Sierra Leone: si muovono insieme lungo l'Italia e insieme arrivano a Rosarno per raccogliere arance. Ma il caos degli sgomberi e della fuga li costringe a separarsi. Ora, di nuovo a Caserta, Manuel non prova risentimento per quello che è successo in Calabria: «Voglio restare in Italia. Dio ti aiuta», ripete, e forse solo questa certezza spiega la sua resistenza.

Agosto 2008, bambini rom provenienti dalla Romania trascorrono le giornate nei campi del Foggiano dove i genitori raccolgono pomodori. L. SENIGALLIESI

Agosto 2008, bambini rom provenienti dalla Romania trascorrono le giornate nei campi del Foggiano dove i genitori raccolgono pomodori. L. SENIGALLIESI

BARACCHE E PIOGGIA
Fino agli scontri di gennaio, a Rosarno i lavoratori stagionali come Manuel vivevano in due fabbriche abbandonate: oltre all'ex raffineria con i silos, c'era la «Rognetta», in passato un impianto di trasformazione degli agrumi. Oggi questo insediamento è stato abbattuto. Nelle due strutture fatiscenti vivevano centinaia di persone. Altre alloggiavano in casolari abbandonati in mezzo agli agrumeti, in un luogo detto «la Collina», dove, almeno in apparenza, la situazione sembrava meno opprimente che negli ex stabilimenti.
È sempre la ricerca di lavoro la spinta a venire nella Piana. Arrivano numerosi anche dai Balcani: danno meno nell'occhio, ma anch'essi sono impiegati in nero. Già un anno prima della rivolta la situazione si fa incerta. Non c'è lavoro tutti i giorni, né per il giorno intero. Dall'alba i braccianti stanno lungo le strade in attesa di essere caricati su un furgone da un caporale per partire verso la raccolta. Con la solita «divisa» fatta di stivali, pantaloni più o meno impermeabili, aspettano che un coltivatori li assoldi. Ne arriva uno, indica tre uomini all'incrocio, in fila, e sceglie: «Tu, tu e tu! Li guarda in faccia e chiarisce: tre ore, solo tre ore!». Salgono zitti, sanno che non possono permettersi di perdere nemmeno quelle. Gli altri restano e aspettano anche fino alle 8 o alle 9 del mattino. Poi tornano sconsolati nel posto dove dormono.
La situazione abitativa è disumana già negli ultimi mesi del 2008. Alla «Rognetta» vivevano circa 200 immigrati in condizioni precarie, una situazione che sembrava non poter ripetersi. Invece, l'anno dopo gli occupanti sono ancora lì, raddoppiati, a dividere il poco spazio. Tra le mura dell'ex fabbrica, priva di tetto, costruiscono le baracche. Anche l'inverno calabrese si fa rigido e piovoso. Non si riesce a combattere l'umidità e il fango tutto intorno. Nell'altra fabbrica sono ammassate centinaia di tende, disposte sui vari piani. Altrove si costruiscono ripari con teli di plastica. Si cerca di stendere gli abiti, che bisognerebbe cambiare ogni giorno. Serve legna da ardere, cibo e soprattutto acqua. La si recupera da alcune condutture che arrivavano agli impianti in disuso. Chi è nei casolari la trova in qualche pozzo, ma nemmeno qui si è certi che sia pulita. Come in Africa, forse come «a casa», andare a prendere l'acqua significa fare lunghi percorsi, trasportarla con le taniche nei luoghi dove si dorme e farla bollire.

LAVORO A OGNI COSTO
Molti faticano a trovare lavoro anche nel nord Italia. Il denaro scarseggia, inviare rimesse diventa sempre più difficile. 25 euro al giorno (di cui cinque vanno in tasca ai caporali) arrivano solo quando si riesce a lavorare l'intera giornata. Accade che alla sera non si venga nemmeno pagati e non c'è nulla da fare per ottenere il proprio compenso. Va detto che anche i coltivatori ricevono pochi centesimi per ogni chilo di prodotto raccolto, il cui prezzo finale al banco arriva, però, a circa 1,5 euro al chilo. Ma, nonostante tutto, fino agli scontri di Rosarno, ha funzionato il passaparola che ha diffuso la notizia di qualche possibilità di guadagno in Calabria.
La Caritas aiuta, l'associazionismo locale, a Rosarno come altrove, si muove. Nella contrada sopra il paese c'è chi non smette di distribuire indumenti, medicinali. C'è chi conosce i braccianti per nome, prende nota di un numero di scarpe, il giorno dopo le farà avere. Senza di loro e senza Medici senza frontiere (Msf), non ci sarebbero mezzi di sopravvivenza minimi che a volte risultano indispensabili. È un lavoro di aiuto che molti portano in silenzio, correndo rischi.
Alle sei del mattino l'insediamento è in piena attività. Le persone sono immediate, nel contatto, e gentili. Parlano in modo aperto, con senso di fiducia e voglia di raccontarsi. «Guarda dove dormiamo - racconta un uomo che non vuole dire il suo nome -. Non abbiamo fatto un viaggio infernale per arrivare fin qui, vedendo anche alcuni compagni morire, per vivere in questo modo. Siamo venuti per guadagnare qualcosa da mandare alle nostre famiglie». Si raccolgono storie di disillusione: «Non era questo che mi aspettavo».
Poi, quasi tutti sono stati rastrellati e mandati via, a prescindere dal fatto che avessero o meno i documenti in regola. Oltre un migliaio sono stati mandati a Crotone e a Bari. Alcuni, forse un centinaio, sono rimasti nella zona. Sgomberata l'ex fabbrica adesso presidiata, si sono nascosti nelle campagne, non hanno trovato un'alternativa migliore.

Alloggi di fortuna: una masseria in Puglia. L. SENIGALLIESI

Alloggi di fortuna: una masseria in Puglia. L. SENIGALLIESI

LA «TRANSUMANZA»
Cerignola, San Nicola Varco, Castel Volturno, Cassibile, Eboli... Patate, noci, mandarini, olive, pomodori... È lungo l'elenco delle terre e dei loro prodotti. Attorno a essi, da anni si muovono gli stagionali. Non è un fenomeno che tocca solo i sub-sahariani, dato il grande numero di nordafricani, europei dell'est, indiani o cingalesi coinvolti. Le «transumanze» del mondo bracciantile dell'Italia meridionale oggi coinvolgono un numero di lavoratori stranieri impiegati in nero che è difficile quantificare. Si aggiungono agli immigrati con un contratto di lavoro, che venti anni fa erano circa 20mila e oggi superano i 170mila, sul milione di impiegati nell'agricoltura italiana (dati raccolti dall'Inea nel 2009).
Ad agosto, nel foggiano, il paesaggio è bruciato, ma le dinamiche non cambiano molto. Rispetto alla Calabria è più difficile raggiungere i braccianti dispersi nei casali nelle campagne del Tavoliere. Gli operatori di Medici senza frontiere portano un aiuto psico-sanitario. Si sparge allora la voce che un'équipe è di passaggio, i raccoglitori fanno in modo di recuperare gli aiuti anche per chi non si può presentare. Ma non è facile visitare e documentare i luoghi di lavoro, perché i caporali non vogliono.
Colpiscono le famiglie che arrivano dall'Europa orientale, talvolta si tratta di nuclei allargati, con bambini e anziani, che passano sotto il sole intere giornate nei campi. Attirati dall'opportunità di stare insieme, oltre che di lavorare, si adattano a paghe misere e a condizioni di vita così difficili. Anche il proprietario agricolo ha i propri vantaggi economici a ingaggiare un'intera famiglia, ad esempio di romeni. Alla fine della giornata arriva il camion, si caricano i cassoni con i muletti e si fanno i pagamenti.
Resta centrale il problema dell'acqua: si ripetono le scene di distribuzione delle taniche e dei kit per l'igiene. Bisogna evitare il più possibile di usare recipienti vecchi e sporchi, che causano malattie gastroenteriche. Poi si pensa al sapone per il corpo e per i vestiti.

Alloggi di fortuna: una fabbrica dismessa in Calabria. L. SENIGALLIESI

Alloggi di fortuna: una fabbrica dismessa in Calabria. L. SENIGALLIESI

IL PAESE DELL'ACCOGLIENZA
Sul versante ionico della stessa provincia di Reggio, a Riace, si vive un'esperienza di ospitalità e accoglienza di rifugiati e migranti. Questo piccolo borgo, che come altri della zona soffre lo spopolamento dell'emigrazione calabrese, rivive da quando, alla fine degli anni Novanta, sbarcarono alcune centinaia di curdi in fuga. Il sindaco, Mimmo Lucano, racconta dell'impegno di allora per trovare un alloggio di emergenza, coinvolgendo al telefono le tante famiglie del posto emigrate all'estero. Molti non dissero di no. Oggi si sono aggiunti afghani, iracheni, somali, eritrei, serbi e altri. Rifugiati con storie spesso drammatiche di fuga e distacco dalle famiglie.
«Quando le persone si conoscono in maniera graduale - osserva il sindaco -, con attenzione ad avere un numero proporzionato di ospiti rispetto agli abitanti, il pregiudizio scompare. Nel paese i rifugiati sono diventati una vera risorsa, come sanno gli abitanti. Oggi i turisti vengono a Riace, si rimette in moto l'accoglienza per i visitatori, l'artigianato. Un afghano lavora l'argilla e vende vasi nel circuito equosolidale, la filatura è in mano a un'eritrea e un'irachena si dedica al vetro soffiato. I bambini immigrati sono più numerosi dei calabresi rimasti, così la scuola non ha chiuso. Il programma di accoglienza, poi, si conferma essere molto più economico della permanenza in uno dei centri gestiti dal ministero dell'Interno».

«I FRUTTI NON CADONO DAL CIELO»
Dopo lo sgombero di Rosarno e la polverizzazione dei braccianti in varie direzioni, si sposta solo il problema nella zona del prossimo raccolto, ma mancano risposte vere.
«I mandarini e le olive non cadono dal cielo - ricordano alcuni lavoratori africani di Rosarno arrivati a Roma e riuniti in un'assemblea alla fine di gennaio -. Sono le mani che li raccolgono. Eravamo riusciti a trovare un lavoro che abbiamo perduto semplicemente perché abbiamo domandato di essere trattati come esseri umani». Tra di essi, alcuni ragazzi della Guinea che avevano iniziato proprio a Roma la loro avventura italiana chiedendo asilo al nostro Paese. Ottenuto lo status di rifugiati, perché oppositori del governo scappati dalle violenze, hanno iniziato la ricerca di lavoro e alloggio. Prima in Lombardia, ma senza successo, poi in Puglia. L'estate è trascorsa nei campi di pomodori, con la raccolta che durava dieci ore al giorno. Poi gli agrumi della Calabria, per due euro e mezzo all'ora, sempre in nero. «Non puoi permetterti di lamentarti - osserva uno di essi - se rinunci c'è una lunga fila che aspetta il tuo posto». A Rosarno non hanno potuto essere pagati per l'ultimo mese di lavoro: sono stati scortati alla stazione dalla polizia, per ripartire di nuovo verso Roma.
Castel Volturno, nel casertano, è forse il luogo con la più alta proporzione di immigrati rispetto alla popolazione. Qui Caritas e comboniani accompagnano tanti lavoratori, soprattutto africani. Osservano che i media insistono sull'idea di un'invasione che non c'è. In molti sono arrivati dalla Calabria, ma soprattutto perché qui ci sono alloggi, anche se gli affitti sono alti. La terra produce poco, ormai: si prova allora nell'edilizia, ci si sposta verso Napoli, che non è lontana. «Castel Volturno è come un dormitorio - osserva padre Antonio Bonato -. Ma tanti allarmi ripetuti dai media servono solo a creare un clima non favorevole». Forse si vuole un'operazione di sgombero come a Rosarno. «Perlopiù è gente onesta, che cerca solamente di lavorare - aggiunge -. Ma se non si aprono spazi verso la regolarizzazione, continueranno a essere braccia sfruttate senza alcun diritto».
Il Movimento migranti e rifugiati a Caserta mostra la sua capacità di organizzarsi. Non c'è solo uno sportello che offre servizi e assistenza a oltre cinquecento persone alla settimana. Caritas, volontari, religiosi, attivisti del centro sociale affrontano le carenze spaventose, ad esempio della burocrazia. Ma lo sportello aiuta anche a creare una coscienza civile. Gli immigrati si organizzano e attuano proteste pacifiche ed efficaci, grazie anche al numero di persone che coinvolgono. «Non c'è solo il caporalato "normale" dei 25 euro per un giorno di fatica - ricorda Gianluca Castaldi, che a Caserta si occupa di denunce di sfruttamento -, ma anche casi ben più gravi: i mancati pagamenti, le minacce, i pestaggi». La rivolta dei braccianti ha sorpreso molti per la sua intensità. Ma, viste le premesse, si può capire il motivo.


MSF, CURE E INCHIESTE

Passano gli anni, ma la situazione non trova soluzioni: la denuncia è di Medici senza frontiere (Msf, www.medicisenzafrontiere.it), l'Ong che offre assistenza medica e psicologica, nonché aiuti materiali a molti lavoratori stagionali nelle campagne del Sud. Nel 2007 era già emerso un quadro preoccupante riassunto nel rapporto Una stagione all'inferno (2008). La ricerca si è basata su visite e interviste a circa 600 lavoratori stranieri, due terzi dei quali alloggiati in strutture abbandonate. Si riscontravano i problemi emersi già negli anni precedenti e che il lavoro svolto a Rosarno negli scorsi mesi ha solo confermato. Dall'indagine sanitaria emerge la presenza di malattie respiratorie (13% dei casi), gastroenteriche (12%), del cavo orale (11%), oltre a problemi dermatologici (15%). Le cause sono un intreccio di problemi di sovraffollamento, scarsa igiene e qualità degli alimenti.

A queste malattie si aggiungono le patologie osteomuscolari (22% dei casi), più strettamente legate alle fatiche del lavoro agricolo. Msf denuncia anche un accesso inadeguato al servizio sanitario nazionale per le cure di primo livello.

L'ultimo contributo di Msf è Al di là del muro, secondo rapporto sui centri per migranti in Italia, presentato in febbraio, che indaga le condizioni di vita e gli aspetti socio-sanitari all'interno di centri di espulsione (Cie), per richiedenti asilo (Cara) e di accoglienza (Cda). Come nel rapporto stilato sei anni prima, si continuano a riscontrare gravi carenze nel rispetto dei diritti fondamentali e nell'assistenza legale e sanitaria.
 

© FCSF - Popoli

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