La Francia è un Paese di contrasti: per la sua storia migratoria e il suo passato coloniale ha, fra le nazioni dell'Europa occidentale, una relazione molto particolare
con l'islam e con i musulmani. Inoltre, in proporzione alla popolazione totale, accoglie le più grandi comunità ebraiche, buddhiste e musulmane presenti nel vecchio
continente. Forte di una lunga tradizione di accoglienza dei migranti, il Paese oggi conta il 5,7% di stranieri: una percentuale che sale al 10% se si considerano anche le persone
nate in famiglie di immigrati. Se poi si risale alla terza generazione, si scopre che circa il 23% della popolazione francese è interessato da una storia di migrazione.
I
musulmani rappresentano innegabilmente una porzione notevole in questo panorama, anche se il loro numero è tuttora difficile da valutare, dato che in Francia è vietato
effettuare un censimento sulla base dell'appartenenza religiosa. Alla fine degli anni Novanta le stime dell'Alto Consiglio per l'integrazione indicavano che il numero delle persone
di origine musulmana si avvicinava a 4 milioni e mezzo, con una preponderanza di persone provenienti dal Maghreb e dall'Africa subsahariana, zone legate alla storia coloniale della
Francia. Oggi mancano stime ufficiali, ma si pensa che i musulmani potrebbero aver raggiunto i 5 milioni.
Si possono poi individuare numerosi sottogruppi in base alla nazione
di origine: uno dei più nutriti è quello di coloro che ancora oggi sono chiamati «harkis», o «francesi musulmani d'Algeria», ovvero
coloro che, prima dell'indipendenza, acquisirono la cittadinanza francese e, soprattutto tra il 1946 e il 1954, poterono entrare senza difficoltà nella nuova patria. Ci sono
inoltre i convertiti all'islam, e anche in questo caso il loro numero non è trascurabile, stimato fra le 30mila e le 100mila persone. L'universo dei convertiti è composto
da tre categorie, poco coinvolte nell'islam militante: i convertiti del movimento sufi, i convertiti a seguito del matrimonio con un musulmano e infine i giovani convertiti delle
banlieues, i quartieri alle periferie delle grandi città.
UNA LEGISLAZIONE PECULIARE
La Francia, però, è anche il Paese che ha spinto più lontano l'idea di laicità, con la separazione totale tra
lo Stato e le istituzioni religiose. È un Paese molto secolarizzato, in cui poco più della metà delle persone si dichiarano cattoliche (51%), con solo il 7%
di cattolici praticanti, una delle percentuali più basse d'Europa. Viceversa, il 40% della popolazione si definisce atea.
Dal punto di vista giuridico, alle associazioni
legate al culto sono attribuiti specifici diritti e doveri dalla legge del 9 dicembre 1905, chiamata ancora «Legge di separazione tra Chiesa e Stato». È una legge
di compromesso che mira a disciplinare la manifestazione pubblica del culto, con l'affermazione del principio di neutralità assoluta dello Stato nei confronti dei vari culti.
Tuttavia, l'edilizia religiosa anteriore al 1905, essenzialmente cattolica, è a carico dell'autorità pubblica, che ne assicura il mantenimento e ne concede il libero
godimento a titolo gratuito alle associazioni di culto, per ragioni storiche specifiche.
Rispetto ai circa 40mila edifici religiosi cattolici, le circa 2.200 moschee e sale di
preghiera islamiche possono sembrare relativamente poco numerose. Ma rapportate al numero di musulmani che frequentano le funzioni comunitarie, le cifre pongono la Francia in testa
ai Paesi europei. Inoltre, se fino al 2000 esisteva soltanto una dozzina di grandi moschee erette appositamente per la pratica del culto, oggi si contano centinaia di progetti di
costruzione, rilocalizzazione, ristrutturazione di moschee, che stanno trasformando rapidamente il panorama, con almeno un centinaio di luoghi di culto dotati di un minareto. Bisogna
peraltro notare che molti di questi luoghi sono relegati in zone industriali o comunque lontano da zone abitate, così che a volte l'islam locale tende a essere ancora confinato
in spazi di scarsa visibilità.
RAPPRESENTATIVITÀ FRAGILE
In questo panorama ricco di contrasti, le questioni legate alla rappresentatività delle religioni sono ricorrenti da quasi trent'anni.
Da questo punto di vista, l'islam di Francia riflette, per certi aspetti, la realtà di un mondo musulmano dai molteplici antagonismi, preso dalle strategie dei gruppi e da
complessi calcoli statalistici. Alcune federazioni musulmane, ad esempio, hanno legami stretti con le autorità del Paese d'origine. È il caso della moschea di Parigi
con l'Algeria, dell'Assemblea dei musulmani di Francia (Rmf) con il Marocco, o ancora del Comitato di coordinamento dei musulmani turchi di Francia (Ccmtf), che rappresenta l'islam
ufficiale turco. Altre federazioni sono legate non tanto a singoli Paesi ma a gruppi islamici particolari, come il Tabligh, il movimento missionario musulmano più diffuso
nel mondo, o i Fratelli musulmani nel caso dell'Unione delle organizzazioni islamiche di Francia (Uoif). Le confraternite sufi sono in parte rappresentate dalla Federazione francese
delle associazioni islamiche di Africa, Comore e Antille (Ffaiaca).
È difficile valutare il peso effettivo di queste federazioni e gruppi presso i fedeli, ad esempio calcolando
il numero di associazioni aderenti o la partecipazione alla preghiera del venerdì. La moschea di Parigi, l'Uoif e la Rmf affermano di controllare o esercitare un'influenza
sulla maggior parte delle associazioni musulmane: ciascuna afferma di poter contare su oltre 250 associazioni aderenti.
Da parte sua, il governo ha avuto un ruolo fortemente
direttivo negli ultimi anni, tanto nella nascita quanto nel funzionamento del Consiglio francese del culto musulmano (Cfcm), che ha per scopo la rappresentazione dell'islam a livello
cultuale. Il Cfcm interviene cioè principalmente sulle questioni relative alla costruzione di moschee, alla formazione dei capi religiosi (imam), al seppellimento e al cibo
halal (cioè conforme al dettato coranico).
La composizione attuale del Cfcm, istituito nel 2003, riflette la sottile strategia dello Stato volta a trovare un equilibrio
tra le diverse sensibilità nazionali e ideologiche dell'islam francese. A tutti i livelli di organizzazione del Cfcm, alcuni membri sono eletti, altri cooptati. Ci sono inoltre
persone qualificate, scelte in quanto rappresentano la dimensione culturale dell'islam o per compensare la mancanza di parità tra uomini e donne negli organi direttivi. I
Consigli regionali del culto musulmano hanno una funzione meno direttiva, e sono dotati di commissioni impegnate nelle principali questioni relative al culto musulmano a livello
regionale. Nell'ultima elezione, il predominio della Rmf ha assegnato al Marocco la leadership sull'islam francese, provocando conflitti frequenti con la moschea di Parigi.
In
generale si può affermare che le questioni relative alla pratica del culto musulmano sono regolate abbastanza bene in Francia e non sono più oggetto di accesi dibattiti
nazionali. Il Cfcm ha contribuito a risolvere senza ulteriori polemiche, ad esempio, la questione delle moschee, delle sepolture musulmane nei cimiteri, dei servizi di cappellania
e del cibo halal nell'esercito.
UNA VISIBILITÀ CHE FA PAURA
Ma la crescente visibilità dell'appartenenza all'islam, a volte espressa in modo radicale da alcuni musulmani, provoca ancora
frequenti tensioni nell'opinione pubblica. Queste hanno raggiunto il punto massimo nel 2003, dopo quindici anni di dibattiti accaniti sull'uso del velo a scuola, considerato da
alcuni laici come il vessillo di un islam aggressivo ed egemonico che bisogna assolutamente sradicare. Il 15 marzo 2004 il parlamento ha votato una legge che vieta espressamente
l'uso «nelle scuole primarie e secondarie [...] di simboli o abiti attraverso i quali gli alunni manifestano esplicitamente un'appartenenza religiosa». Il varo di questa
legge ha suscitato numerose polemiche in Francia. Secondo i laici essa costituisce un baluardo contro l'intrusione di un proselitismo religioso retrogrado negli spazi pubblici.
Per i sostenitori di una laicità aperta, come per molti musulmani, rappresenta un grave attentato alla libertà di scelta e al pluralismo di una società in cui
le lotte anticlericali appartengono al passato.
Sebbene sia stata percepita come riguardante solo l'uso del velo, la legge del 2004 si inserisce in realtà in tutta una
serie di circolari ministeriali che incitano i servizi pubblici a farsi carico delle attese e delle esigenze confessionali degli utenti, a condizione che tali attese ed esigenze
non rechino danno al funzionamento dei servizi stessi. Questa moltiplicazione di circolari e leggi appare contraddittoria: le prime spingono a prendere maggiormente in considerazione
istanze religiose che le seconde mirano invece a frenare. Di fatto ciascuno è rinviato alla propria interpretazione dei limiti da fissare alla libertà di espressione
religiosa in tutti gli spazi della vita sociale, con l'arbitrarietà che ciò comporta.
Non si può tuttavia negare che negli ultimi anni si è assistito
in Francia a un aumento di visibilità di un islam radicale, di cui il velo non è che un aspetto. Certo, questa adesione a una pratica radicale rimane, numericamente,
molto marginale, ma si è rafforzata con la moltiplicazione dei conflitti nelle scuole, negli ospedali e in vari servizi pubblici statali. Questi hanno portato alla creazione,
nel 2009, di una nuova commissione parlamentare d'inchiesta sull'uso del velo integrale, le cui conclusioni recenti propendono verso il suo divieto in tutti i servizi e trasporti
pubblici.
Questo divieto viene motivato con due principi di fondo: la necessità di poter identificare gli individui nei luoghi pubblici, il diritto all'autodeterminazione
della donna. Ma a forza di moltiplicare i dispositivi coercitivi per fenomeni molto minoritari (si stima che le donne che usano il velo integrale siano alcune centinaia in tutta
la Francia), lo Stato dà l'impressione di prendere i musulmani come valvola di sfogo di molte paure diffuse. Inoltre, da quando è in vigore la legge del 15 marzo 2004,
si assiste alla proliferazione di un discorso apertamente razzista e islamofobo nella classe politica, che prima era invece confinato ai partiti di estrema destra. Il pericolo sta
dunque nell'esacerbarsi di fenomeni di per sé marginali, mentre l'ostentazione dell'appartenenza religiosa non riguarda la maggioranza dei musulmani.
I MUSULMANI LAICI
Le ricerche sul campo indicano che i musulmani si dividono in tre categorie principali: il 15% circa che si dichiara «praticante assiduo»,
quasi il 20% che non si definisce né musulmano né credente, e i circa due terzi che oscillano in una gamma di pratiche più o meno tiepide. Questi ultimi formano
quella che si potrebbe definire la «maggioranza silenziosa» dell'islam, con i suoi percorsi religiosi molto secolarizzati, così come avviene tra gli ebrei e i
cristiani. Essi hanno poco a che fare con le vicende dell'islam ufficiale e tuttavia nutrono un forte vittimismo, convinti che lo Stato francese trovi nello spauracchio dell'islam
radicale un pretesto per distrarre l'opinione pubblica da problemi socio-economici molto più importanti.
Il recente dibattito sull'«identità nazionale»
purtroppo dà loro ragione. Del resto, alcune ricerche dell'Osservatorio sulle discriminazioni e molti indicatori mostrano che le persone provenienti da Paesi musulmani (in
particolare dal Maghreb e dall'Africa nera) subiscono discriminazioni nella ricerca della casa e del lavoro e nell'accesso ai servizi. Ciò si aggiunge a una discriminazione
legata all'appartenenza reale o presunta all'islam, sulla base del nome o dell'aspetto fisico, che col tempo può diventare un fattore di radicalizzazione delle identità
religiose.
Ma l'opinione pubblica sembra essere sufficientemente attenta a comprendere che la Francia potrà continuare a essere se stessa solo attraverso la diversità
dei cittadini che la compongono.
* Sociologo,
Centro di azione per la diversità
www.diversite-egalite.fr
LE CRITICHE DEI VESCOVI
È netta la posizione dei vescovi francesi sulle recenti polemiche relative al velo integrale. Alla fine di gennaio una commissione parlamentare si è espressa a favore dell'introduzione di una legge che vieti l'uso del burqa e del niqab (i due tipi di velo «islamico» che coprono in modo pressoché integrale il viso della donna) negli uffici e servizi pubblici (compresi i mezzi di trasporto). Il 3 febbraio il Consiglio per i rapporti interreligiosi della Conferenza episcopale francese, per bocca del suo presidente, monsignor Michel Santier, ha affermato tra l'altro che le donne musulmane rischierebbero di essere «ancora più emarginate», esprimendo «molte riserve su una legge che non risolverà la questione: il risultato potrebbe essere contrario all'effetto desiderato e portare, per reazione, a un aumento delle donne che portano questo indumento». I vescovi - facendo notare tra l'altro il loro disappunto per non essere stati consultati dalla commissione - hanno poi inserito questa decisione nel più ampio contesto
dei rapporti tra le religioni e dei rischi di strumentalizzazioni. «Deve prevalere il buon senso. Il numero di donne che portano il velo integrale è molto limitato,
le decisioni prese non devono portare a stigmatizzare i credenti musulmani. È essenziale distinguere la maggioranza dei nostri cittadini musulmani, che chiede di poter
praticare liberamente il proprio culto, da una minoranza che, in nome dell'islam, cerca di destabilizzare le democrazie. Invitiamo i cittadini francesi, e in primo luogo i cattolici,
a non lasciarsi prendere dalla paura e dalla teoria dello scontro tra le civiltà». |
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