Speciale Matteo Ricci - marzo 2010
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L'amicizia come stile missionario

Pubblichiamo quasi integralmente la relazione del Superiore generale della Compagnia di Gesù, intervenuto a Milano il 23 gennaio in occasione del convegno «Dell'Amicizia. Oriente e Occidente in dialogo», dedicato a Matteo Ricci e organizzato, tra gli altri, dalla nostra rivista

Adolfo Nicolás S.I.

Il quarto centenario dalla morte di Matteo Ricci (1610-2010), gesuita che svolse la sua attività missionaria in Cina tra la fine del Cinquecento e l'inizio del Seicento, invita a riflettere sullo stile missionario, ovvero sulle modalità dell'annuncio del Vangelo.
Benedetto XVI, nell'udienza ai rappresentanti di tutti i gesuiti del mondo, radunati per la 35ª Congregazione generale nel febbraio del 2008, ha invitato ad attingere con coraggio dalla storia dell'Ordine: «Nella sua storia, la Compagnia di Gesù ha vissuto esperienze straordinarie di annuncio e di incontro fra il Vangelo e le culture del mondo - basti pensare a Matteo Ricci in Cina, a Roberto de Nobili in India, o alle Riduzioni dell'America Latina -. Ne siete giustamente fieri. Sento oggi il dovere di esortarvi a mettervi nuovamente sulle tracce dei vostri predecessori con altrettanto coraggio e intelligenza, ma anche con altrettanta profonda motivazione di fede e di servire il Signore e la sua Chiesa».
Matteo Ricci fu certamente il primo ponte culturale tra Oriente e Occidente, un'esperienza di annuncio e di incontro, che è giunta al cuore di questo Paese e ne ha segnato la storia.
Ma dove stanno l'originalità e l'attualità di questa esperienza? E come continuarla con intelligenza e coraggio? Primo fra tutti, Matteo Ricci interpretò con intelligenza e umiltà la via dell'inculturazione. Imparò e insegnò a riconoscere le potenzialità intrinseche in ogni civiltà umana e a valorizzare così ogni elemento di bene che vi si trova; senza perdere nulla ma, al contrario, portando tutto a compimento. Tale atteggiamento fu subito apprezzato dai cinesi stessi, con i quali il missionario gesuita entrò in profondissima comunione, al punto da divenire una delle pochissime figure di occidentale considerate degne di venerazione e rispetto elevatissimo.

UNA PIETRA MILIARE PER L'INCULTURAZIONE
Ricci non teorizzò questo suo modo di fare, ma quello che fece costituisce una pietra miliare nel processo di inculturazione del Vangelo. Apprese la lingua cinese, non solo per poterla parlare, ma principalmente per poter ascoltare l'universo cinese. Questo è forse l'aspetto più originale e innovativo: si pose in ascolto di una cultura millenaria, acquisendo tutti gli strumenti per poterlo fare. Dopo essere entrato in Cina come religioso occidentale, egli si rese conto che occorreva passare dall'essere rispettato per quello che era, al rispettare, all'accogliere la cultura e il popolo dove si trovava. Egli non voleva solo farsi ascoltare, ma farsi accogliere. La sua capacità di adattamento, la sua attenzione per la cultura e per le persone, ne costituiscono gli ingredienti. Si lasciò istruire dalla cultura cinese entrandovi in profondità, comprendendo che il confucianesimo era la via più feconda, il suolo più propizio, per far germogliare i semi del Vangelo. Tuttavia egli non fu preoccupato principalmente di predicare, ma di incarnare il Vangelo, entrando in relazione con il popolo cinese perché, da questa relazione amicale, potesse germogliare il seme dell'annuncio.
Matteo Ricci fu uno dei pionieri dell'inculturazione. Per meglio comprendere che cosa significa questo termine riprendiamo quanto scrisse il padre Arrupe, Generale della Compagnia, nel 1978: «Inculturazione significa incarnazione della vita e del messaggio cristiano in una concreta area culturale, in modo tale che questa esperienza non solo riesca a esprimersi con gli elementi propri della cultura in questione (il che sarebbe soltanto un adattamento superficiale), ma diventi il principio ispiratore, normativo e unificante, che trasforma e ricrea quella cultura dando origine a una "nuova creazione". Si tratta, in ogni caso, dell'esperienza cristiana del popolo di Dio che vive in un'area culturale determinata e ha assimilato i valori tradizionali della propria cultura, ma si apre alle altre culture. È l'esperienza di una Chiesa locale che, discernendo il passato, costruisce il futuro nel presente. Quali sono gli atteggiamenti richiesti a chi vuole comunicare il Vangelo? Un'intima e personale conoscenza di Dio. Le idee e gli studi non bastano per lasciarci trasformare. È necessario lo shock di un'esperienza personale profonda».

LA RECEZIONE NELLA CHIESA
Il metodo di Ricci, che aveva i suoi prodromi nella riflessione del suo superiore e predecessore Alessandro Valignano, fu recepito e fatto proprio anche da ambienti autorevoli della Chiesa. Suona ancora oggi straordinaria una raccomandazione del 1659 di Propaganda fide ai suoi missionari. Quella che poi divenne l'attuale Congregazione per l'evangelizzazione dei popoli, fondata a Roma nel 1622, consiglia di non costringere, nell'evangelizzare, le persone a cambiare i propri costumi, nella misura in cui questi non si oppongono alla moralità o alla religione. «Non compite nessuno sforzo, non usate alcun mezzo di persuasione per indurre quei popoli a mutare i loro riti, le loro consuetudini e i loro costumi, a meno che non siano apertamente contrari alla religione e ai buoni costumi. Che cosa c'è, infatti, di più assurdo che trapiantare in Cina la Francia, la Spagna, l'Italia o qualche altro Paese d'Europa? Non è questo che voi dovete introdurre, ma la fede, che non respinge né lede i riti e le consuetudini di alcun popolo, purché non siano cattivi, ma vuole piuttosto salvaguardarli e consolidarli. E poiché è carattere comune della natura umana preferire nella stima e nell'amore le proprie usanze, e in modo particolare le proprie tradizioni nazionali, a quelle altrui, non c'è nulla che generi maggiormente l'odio o il risentimento che il far mutare le consuetudini patrie, soprattutto quelle a cui si è abituati da tempo immemorabile, e particolarmente se al loro posto uno voglia sostituire, importandole, le tradizioni del suo Paese. Non fate dunque mai paragoni tra gli usi locali e gli usi europei; cercate piuttosto con tutto il vostro impegno di abituarvi ad essi».
E proseguiva poi la lettera: «Ammirate e lodate tutto ciò che merita lode; se qualcosa non lo merita, non dovrete certo esaltarla clamorosamente come fanno gli adulatori, ma avrete la prudenza di non giudicarla o almeno di non condannarla sconsideratamente e senza motivo. Quanto ai costumi che sono manifestamente cattivi, sarà bene rimuoverli con l'atteggiamento e col silenzio più che con le parole, cogliendo beninteso l'occasione di sradicarli pian piano e quasi insensibilmente, una volta che gli animi siano disposti ad abbracciare la verità».
Matteo Ricci in Cina, come del resto Roberto de Nobili (1577-1656) in India, svilupparono una metodologia di evangelizzazione che si è dimostrata capace di trasmettere il messaggio cristiano nel linguaggio di culture così lontane da quella europea.

CHE COS'È MISSIONE?
Matteo Ricci era anzitutto un missionario. Ma che cosa significa «missione»? Questa parola indica quello che da sempre la Chiesa fa: annunciare la Buona Notizia nella dinamica della missione trinitaria. Trinitaria significa «creazione», opera dell'amore di Dio il Padre, che è genitore di ognuno, chiunque sia e ovunque si trovi; significa «manifestazione» del Figlio di Dio al mondo; significa «mediazione» della presenza di Dio nello Spirito, che soffia dove vuole, senza che noi sappiamo da dove venga e dove vada.
Le iniziative della Chiesa sono significative nella misura in cui realizzano la congiunzione tra l'evento dell'Incarnazione e la promessa del Regno di Dio. Missione significa dunque continuazione personale e sociale dell'Incarnazione, il farsi strada del mistero di Dio nella società, la fioritura della Parola nelle relazioni, anche istituzionalmente strutturate, in un presente costantemente cangiante. Missione significa servire, sanare e riconciliare un'umanità divisa e ferita. La missione riguarda tutto il mondo, che Dio ama e per il quale la comunità cristiana è chiamata a essere sale e luce. Si tratta allora di elaborare i modi per l'esternazione della fede, ovvero studiare come fare incontrare il Vangelo con le diverse culture e religioni. La fede, infatti, può essere vissuta solo donandola.
Come figlio del suo tempo, Matteo Ricci era un umanista, venuto dall'Occidente. Il piano delle scienze umane e delle scienze della natura hanno costituito il luogo di incontro con la cultura cinese e il luogo di annuncio. Ma questo non avvenne mai in modo funzionale o tattico, seducendo un popolo per annunziare il Vangelo. Il mondo era, ed è, il luogo della presenza di Dio. Le scienze umane, le scienze della natura e la tecnica sono vie attraverso le quali è possibile comprendere l'azione di Dio nel mondo e nella storia. Lo studio delle arti e delle scienze è già teologia, perché è contemplazione e presa di consapevolezza della presenza di Dio. Questa, del resto, è la caratteristica dello stile missionario dei gesuiti: aiutare gli uomini a cercare e trovare Dio in tutte le cose.
Ricci fece arrivare il messaggio cristiano al cuore della cultura cinese, mostrando l'universalità di tale messaggio: esso non è prerogativa di nessuna cultura, tanto meno di quella occidentale. «[La Chiesa], inviata a tutti i popoli di qualsiasi tempo e di qualsiasi luogo, non è legata in modo esclusivo e indissolubile a nessuna razza o nazione, a nessun particolare modo di vivere, a nessuna consuetudine antica o recente» (Concilio Vaticano II, Gaudium et Spes, n. 58).
L'inculturazione conduce al perfezionamento dell'immagine di Dio nell'uomo. Essa offre a tutti i valori culturali la stessa possibilità di mettersi al servizio del Vangelo. Consente il dialogo continuo fra la Parola di Dio e gli innumerevoli modi di cui l'uomo dispone per esprimersi. In effetti, Cristo e i cristiani sono i veri rinnovatori della cultura attraverso la carità. È nella carità che l'uomo si realizza nella sua autenticità: l'essere fatto a immagine di Dio.
Il modello dell'inculturazione consente, in altre parole, di declinare la missione della Chiesa nella realtà attuale della multiculturalità. Diventa necessario uscire da sé per coinvolgersi nell'incontro con l'altro. Non è attraverso un proselitismo espansionista di matrice coloniale ma, appunto, prendendo le vie della cultura e del dialogo, che il messaggio evangelico può essere proposto.
La consapevolezza di avere interlocutori riconosciuti nella loro specifica dignità rimuove l'arroganza etnocentrica, che considera l'altro un sottosviluppato, da far evolvere e da «civilizzare». Studiare, conoscere, amare la cultura altrui, per valorizzarla e salvaguardarla, è un indispensabile impegno quotidiano. È la modalità dell'inculturazione che modella l'atteggiamento del missionario. L'esempio è quello del Verbo, che si è «svuotato» (la kenosi) nel suo incarnarsi come uomo.
Questa è una parte della teologia sottesa alla donazione di sé per l'aiuto delle anime. Gli Esercizi spirituali di sant'Ignazio, che indubbiamente anche Matteo Ricci, come ogni gesuita, conservava nel cuore, invitano a contemplare l'Incarnazione del Verbo di Dio nei termini seguenti: «Vedere come le tre Persone divine osservano tutta la superficie ricurva del mondo, popolato di uomini. Vedendo che tutti vanno all'inferno, stabiliscono da tutta l'eternità che la seconda Persona si faccia uomo, per salvare il genere umano. Così, giunto il tempo prefissato, inviano l'angelo san Gabriele a nostra Signora» (Esercizi spirituali, n. 101-109).
Si è invitati a fare proprio lo sguardo di Dio, che legge la storia umana dall'interno, da dentro la vita vissuta, con i suoi drammi e il suo bisogno di salvezza. Uno sguardo che è insieme ascolto, inizio di ogni dialogo. Uno sguardo d'amore, che sfocia nella missione del Figlio, ossia nell'Incarnazione. La contemplazione ignaziana ne trae subito la conseguenza: per due volte ribadisce che ora è il momento di chiedere la grazia di «conoscere intimamente, seguire e imitare meglio nostro Signore», amandolo e seguendolo «come se si fosse incarnato ora». Questo vorrà dire adottare il suo modo di guardare l'uomo e di avvicinarlo.
Dio, dunque - ossia le tre Persone divine - guardano il mondo con amore e vogliono venire in suo soccorso. Da questa radice teologica fiorisce in noi un nuovo modo di guardare l'altro con vera amicizia. All'inizio dell'itinerario delineato negli Esercizi spirituali, Ignazio pone un presupposto (Praesupponendum, n. 22), che dice, in sostanza: occorre essere disposti a salvare l'affermazione del prossimo, piuttosto che a condannarla. Mettere in moto la propria intelligenza, per scovare quella bellezza e quella bontà che si trovano nell'altrui esperienza e vicenda.
Matteo Ricci compie questa applicazione nella sua opera che diventerà, diremmo oggi, un best seller, il trattato sull'amicizia. «L'amico non è altro che la metà di me, o un altro io. Onde è necessario trattare l'amico come se stesso». [Matteo Ricci, dalla Risposta al Re Chiengan Chienzài' intorno all'Amicizia]
Il Dell'amicizia (Nanchang, 1595) è una delle primissime opere in cinese composte da Matteo Ricci. Per mezzo di essa, presentando in 100 sentenze, tratte dai classici europei antichi, il pensiero dell'Occidente sull'amicizia, Ricci intendeva mostrare che la civiltà cinese e quella europea coincidevano su temi fondamentali. L'opera stupì la Cina ed ebbe un grande successo: Ricci aveva compreso che la sua missione, e il tentativo di accendere il dialogo tra Oriente e Occidente, potevano costruirsi unicamente sul saldo fondamento della conoscenza reciproca e dell'umana amicizia.

UN'AMICIZIA CHE CAMBIA
L'amicizia è dunque lo stile, la maniera di guardare e abitare il mondo, che modella, cambia, rinnova il mondo stesso. Matteo Ricci comprende che è al confucianesimo più antico che deve fare riferimento, se vuole riuscire a comunicare il Vangelo in un contesto così lontano nello spazio e nello stile. Divenendo anzitutto amico, egli stesso cambia, cresce, diventa in maniera più consapevole servitore di quel Cristo che è l'Amico di ogni uomo, l'Amico che si è incarnato nella vita di ogni uomo. Anche Matteo Ricci è stato modellato dall'incontro con i cinesi.
Nell'introduzione del libro, Ricci racconta di essere stato pregato dallo stesso principe di Jian'an, a Nanpu - presso il quale si era fermato durante uno dei suoi viaggi - di dirgli che cosa, in Occidente, si pensasse dell'amicizia. La richiesta è stata l'occasione immediata della redazione del trattato. Ne citerò alcuni passi più significativi. Sono tratti di saggezza umana, ricca di esperienza, che hanno toccato mente e cuore degli interlocutori di padre Ricci e hanno confermato, implicitamente, la sua strategia apostolica dell'amicizia.
Nel rapporto fra due veri amici, vi è un reciproco dare e ricevere, senza il quale si finisce per perdere tempo, inutilmente e dannosamente: «Il fine dell'amicizia non è altro che questo: se l'amico mi è superiore, lo imito e apprendo; se io sono superiore, lo miglioro. Impara e insegna, insegna e impara: ambedue si aiutano. Se egli mi è di troppo superiore per imitarlo e apprendere o se egli è di troppo inferiore per esser cambiato, perché dovremmo stare insieme, giocando ogni giorno e perdendo inutilmente tempo? Un amico che non mi fa nessun bene è un ladro di tempo; la perdita che ho subito per il furto del tempo è peggiore del furto delle ricchezze: queste si possono riacquistare, il tempo no».
Amicizia e interesse si contrappongono. Si deve amare l'amico solo per l'amico: «Chi nel contrarre amicizia cerca soltanto il suo interesse e non si preoccupa di beneficiare l'amico, è un mercante, non un amico».
L'uomo volgare contrae amicizia come se prestasse soldi: egli non calcola se non l'interesse. «L'amicizia è più utile al mondo che non le ricchezze. Non c'è nessuno che ami le ricchezze solo per le ricchezze, ma c'è chi ama l'amico solo per l'amico».
Il classico tema «L'amico si conosce soprattutto nei momenti in cui si è in difficoltà» viene ripreso da Ricci con precisione e con un'immagine suggestiva: «Quando tutto procede tranquillamente e non ci sono contrarietà, è difficile distinguere i veri dai falsi amici; ma, quando le avversità sopraggiungono, si dimostra l'amicizia. Infatti, nel momento dell'urgenza i veri amici si avvicinano sempre più, mentre i falsi si allontanano sempre più». «Se metto alla prova l'amico soltanto nel tempo della mia prosperità, non potrò fidarmi di lui. Il polso si tasta alla mano sinistra; la mano sinistra ci fa sapere quando qualcosa non va».
Ricci non nasconde il rovescio dell'amicizia, che è l'inimicizia: «L'amicizia e l'inimicizia sono come la musica e il frastuono, che si distinguono a seconda che ci sia o non ci sia armonia; infatti, l'essenza dell'amicizia è l'armonia. Con la concordia le cose piccole crescono, con la discordia le cose grandi crollano. La musica conduce alla concordia, mentre il frastuono conduce alla discordia. L'accordo degli amici è come la musica; il disaccordo dei nemici è come il frastuono».
La gioia, la confidenza reciproca, la solidità del rapporto: ecco i doni dell'amicizia: «Se nel mondo non vi fosse amicizia, non vi sarebbe gioia». Soltanto colui al quale posso rivelare completamente il mio cuore comincia a essere mio intimo amico. L'amicizia prevale sulla parentela solo per questo: i parenti possono non amarsi reciprocamente, gli amici no. Infatti, le relazioni di parentela restano anche senza amore tra i parenti; ma, se togliete l'amore reciproco tra gli amici, come potrebbe sussistere l'essenza dell'amicizia?».
Ricci ha creduto nell'amicizia come valore fondamentale per una società che vuole vivere. Ma questa è divenuta per lui anche la prima caratteristica del suo rapporto apostolico con i cinesi, ispirando le vie dell'inculturazione sviluppate da lui e dai suoi compagni.

PER UNA TEOLOGIA SINO-CRISTIANA
Per quanto riguarda, infatti, il modo di evangelizzare di Matteo Ricci, non ci rimangono testimonianze esplicite di una sua predicazione o di un suo insegnamento pubblico. La via che egli ha preferito è stata piuttosto quella dell'incontro, del colloquio amichevole, del rapporto personale con l'altro, cercando soprattutto di coglierlo attraverso la sua cultura, cioè il suo modo proprio di vedere il mondo. Su quest'ultimo punto, è interessante chiarire in che modo Ricci abbia aperto la strada (ma molto in questo senso deve essere ancora fatto!) alla rilettura del Vangelo in cinese. Non si è trattato semplicemente di tradurre un testo, ma di riesprimere il Vangelo attraverso le categorie simboliche di questa millenaria cultura.
La lingua cinese, come si sa, ha una maniera del tutto peculiare di esprimersi: sono gli ideogrammi. Non usa l'alfabeto al quale noi siamo familiari, ma immagini o icone, che alludono a un significato, aprendone al contempo altri possibili. Non si può mai proporre una traduzione unica e valida per tutti di un testo cinese, né si può fare l'operazione contraria. Verosimilmente, due traduttori useranno caratteri differenti, avendo come equipaggiamento di base più di 25mila caratteri (tanti sono quelli recensiti nel recente e aggiornato Grande Dizionario Ricci della lingua cinese, curato dai gesuiti dei vari Istituti Ricci presenti in diversi Paesi).
Ora, la scoperta fatta dal padre Matteo e dai suoi successori è stata appunto la capacità di fare una diversa teologia, ovvero di poter esprimere la propria esperienza di fede e di comprensione delle narrazioni bibliche, individuando sensi e significati che un occidentale non può «leggere e scrivere», proprio perché si esprime in maniera differente. Attraverso lo sguardo di chi scrive con gli ideogrammi si cominciano a vedere cose ulteriori, si sottolineano sfumature e significati complementari a quelli intuiti dalle altre culture «alfabetiche», come quelle occidentali. Questo è il compimento, ancora atteso, dell'inculturazione: una cultura che riceve il Vangelo, lo comprende e lo comunica in maniera differente rispetto a un'altra, ma allo stesso tempo altrettanto vera. Ancor di più se queste culture hanno modalità espressive così differenti come quella visivo-iconografica della Cina, o invece alfabetica dell'Occidente.
Grazie a Matteo Ricci si iniziò a intravvedere l'era dei credenti cinesi, cristiani che, leggendo il Vangelo con i «loro» occhi e dentro la loro cultura, comunicano a noi quello che con i «nostri» non potremmo intuire. La comprensione sempre più approfondita del messaggio evangelico è, certamente, un arricchimento per tutti, ma lo è anzitutto per lo stesso missionario, che viene a sua volta evangelizzato.
Nell'ideogramma cinese che indica la parola «amicizia» ci sono due mani che si incontrano: un uomo tende la mano destra, l'altro la copre con la propria. Stringere amicizia è coniugare le proprie capacità di operare nel mondo. Si collabora così nella comune impresa di essere servitori della Creazione.

L'audio del dibattito del Padre generale con il pubblico è disponibile su www.centrosanfedele.net
 


IN CALENDARIO

Numerosi gli appuntamenti commemorativi di questo anno ricciano, che ha tra l'altro ricevuto nuovo impulso dalla riapertura, il 24 gennaio, della causa di beatificazione (Ricci fu proclamato «servo di Dio» nel 1984). Segnaliamo le principali iniziative dei prossimi mesi, partendo dagli eventi d'arte.

> In Cina saranno esposti i capolavori del Rinascimento italiano accanto a opere d'arte dell'impero dei Ming in una mostra itinerante dal titolo «Incontro di civiltà nella Cina dei Ming»: alla prima tappa di Pechino, inaugurata lo scorso 6 febbraio al Capital Museum, seguiranno quelle di Shanghai (2 aprile-23 maggio), Nanchino (4 giugno-25 luglio) e Macao (5 agosto-25 settembre).

> A Macerata, città natale di Ricci, si terranno due convegni internazionali: «Scienza ragione e fede: il genio di padre Matteo Ricci» (4-6 marzo) e «Matteo Ricci a 400 anni dalla morte» (28-30 ottobre), durante il quale trenta studiosi da tutto il mondo faranno il punto sugli studi ricciani e sulle nuove prospettive di ricerca. Maggiori informazioni sulla mostra itinerante e sui due convegni si trovano sul sito www.padrematteoricci.it, curato dal Comitato promotore delle celebrazioni in onore del missionario gesuita.

> A Roma, nel mese di maggio, la Provincia d'Italia della Compagnia di Gesù aprirà alle visite la Chiesa e la Casa del Gesù; quest'ultima racchiude le origini della Compagnia e conserva uno dei più famosi ritratti di Ricci, opera di Emmanuel Pereira.

> Altre iniziative mirano ad avvicinare i giovani alla figura di Ricci: il Cenag (Centro nazionale apostolato giovanile della Provincia d'Italia) organizza un pellegrinaggio a Macerata dal 31 marzo al 4 aprile (per iscrizioni: apostolatogiovanile@gesuiti.it) e un campo missionario in Cina dal 8 al 24 agosto (iscrizioni entro il 30 aprile a gentes.lms@gesuiti.it).

> Entro la fine dell'anno, infine, sarà intitolato a Matteo Ricci il nuovo Collegio Saveriano di Scutari, in Albania.

Cecilia Pavarani

 

© FCSF - Popoli

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