Editoriale - marzo 2010
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Vista sull'ombelico

Stefano Femminis
Direttore di Popoli

A inizio febbraio la direzione generale della Rai ha annunciato alcuni tagli per arginare un deficit da 700 milioni di euro. L'intenzione è di chiudere 5 delle 15 sedi di corrispondenza nel mondo: Beirut, Il Cairo, Nairobi, New Delhi, Buenos Aires. A rischio anche il canale satellitare RaiMed. Si noti che - secondo quanto rivelato dal settimanale Panorama - il risparmio previsto per ogni sede equivale alla spesa sostenuta dalla Rai per scritturare Ron Moss e Raz Degan per lo spettacolo del sabato sera Ballando con le stelle. Negli stessi giorni il Consiglio dei ministri ha approvato la riforma della scuola superiore: prevista l'abolizione o la riduzione drastica, a seconda degli indirizzi di studio, delle ore di geografia.

Come ha scritto nel suo messaggio alla Rai la Federazione della stampa missionaria italiana (di cui fa parte anche Popoli), «l'ipotesi è grave, contraddittoria e miope: un servizio pubblico che voglia dirsi realmente tale dovrebbe puntare a rendere i suoi telespettatori autentici "cittadini del mondo"». Dal canto suo, con significative analogie, l'Associazione italiana insegnanti di geografia sottolinea che «fare geografia a scuola vuol dire formare cittadini italiani e del mondo consapevoli, autonomi, responsabili e critici. (...) Privarsi degli strumenti di conoscenza propri della geografia, in una società sempre più globalizzata e quindi complessa, significa privare gli studenti di saperi irrinunciabili per affrontare le sfide del mondo contemporaneo».

Due indizi, da soli, non farebbero una prova. Ma il «quadro probatorio» sul progressivo, beato isolamento italico è ben più grave. Il nostro è un Paese in cui i telegiornali Rai e Mediaset hanno dedicato alle dieci principali crisi umanitarie del pianeta il 6% delle notizie complessive del 2008 (sono dati dell'Osservatorio di Pavia), riuscendo a parlare per 208 volte di Carla Bruni e per 81 di «emergenza caldo» durante l'estate (!), ma solo per 53 volte di Sudan e per 6 di Etiopia (e il Sud del mondo non ha miglior fortuna sui quotidiani, dove le pagine dedicate agli esteri sono poche e ripetitive). Un Paese in cui - ha scritto Ilvo Diamanti su Repubblica - «si rimuove la geografia mentre la geografia si muove. Insieme ai confini. Così, scopriamo, all'improvviso, dell'esistenza di Cecenia, Abkhazia, Ossezia, Timor Est. Mentre Cechia e Slovacchia sono, da tempo, felicemente divise. Ma molti non lo sanno e continuano a nominare la Cecoslovacchia».

È vero, aumenta il numero dei mass media (per la sola televisione si può scegliere ormai tra analogica, satellitare, digitale terrestre, via web, via cellulare), ma non necessariamente crescono pluralità e qualità dell'informazione. Aumentano i livelli di scolarizzazione, ma non necessariamente i giovani vengono dotati di strumenti adatti per interpretare la realtà. Non saranno i social network o i Gps a riempire i vuoti di un'informazione e di una formazione che si avvitano su se stesse. Solo la paziente maturazione di uno sguardo aperto sul mondo, interessato a ciò che avviene fuori da «casa nostra», partecipe del destino di chi è «altro da me», ci salveranno dallo sterile compiacimento di scrutare il nostro ombelico (o al massimo quello del vicino), convinti che sia il centro del mondo.

© FCSF - Popoli

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