Sono stata in Palestina l'estate scorsa e una delle immagini che forse mi è rimasta più impressa è quella del muro di cemento che separa i Territori palestinesi
da Israele: una barriera alta 8 metri e lunga più di 500 chilometri, di cui troppo poco si è parlato e per cui troppo poco ci si è indignati (a titolo informativo,
il muro di Berlino era alto meno di 4 metri...).
Apprendo questa sera (3 febbraio 2010) che il nostro presidente del Consiglio in visita in Palestina, alla domanda postagli da
un giornalista sulle sue impressioni nel vedere e nell'oltrepassare per la prima volta il muro, ha risposto che gli dispiace deluderlo, ma non l'ha visto, era impegnato a preparare
il discorso per l'incontro con il presidente Abu Mazen. Mentre risponde, e ripete più volte il concetto, il suo volto sorride, soddisfatto della bella trovata.
Non l'ha
visto? Le sue parole, e forse ancor più il suo sorriso, mi fanno venire le lacrime agli occhi, mi fanno vergognare e mi offendono.
Mi vergogno a nome di tutti gli italiani
che non si sentono rappresentati da tale sprezzante superficialità. Ma soprattutto mi ritengo offesa a nome delle migliaia di palestinesi che ogni giorno stanno ore in fila
per oltrepassare quel muro, semplicemente per andare a lavorare o a scuola, e che da quel muro sono stati privati di beni e servizi che a loro spettavano.
Non ha alzato gli occhi,
il nostro presidente? Stava scrivendo il discorso anche tornando indietro? Pensa davvero di poter risolvere la questione con una risposta del genere? Dalle pagine di Popoli
voglio urlare il mio sdegno, far sapere che io e moltissimi altri come me il muro lo abbiamo visto e ci è rimasto come un pugno nel cuore che aspetta l'indignazione del mondo.
Colgo
l'occasione anche per ringraziarvi per la vostra rivista, che ho scoperto per caso due anni fa e della quale ora non potrei fare a meno.
Maria Ruzzene
Vicenza
Sarei ben lieto se monsignor Crociata, segretario generale della Cei, avesse ragione ad affermare che la criminalità degli immigrati in Italia «è analoga,
se non identica, a quella degli italiani». Purtroppo non è così. Secondo dati di fonte non sospetta (il Dossier statistico 2008 di Caritas Migrantes),
sono opera di stranieri (che rappresentano solo lo 6,5% della popolazione presente in Italia) circa la metà dei reati connessi con la prostituzione, circa un terzo di altri
reati più o meno gravi (furti, risse, resistenza a pubblico ufficiale, produzione e spaccio di stupefacenti, rapine effettuate o tentate, violenze sessuali) e quasi un sesto
degli omicidi consumati o tentati (p. 214).
Da parte mia, in qualità di docente di Sociologia politica e di Sociologia delle relazioni etniche alla Sapienza di Roma, ho
analizzato anche in termini più generali il rapporto fra immigrazione e sicurezza, con risultati simili. Sarò ben lieto di inviare il mio studio, apparso in questi
giorni su una rivista specializzata, a chiunque me ne voglia fare richiesta.
Umberto Melotti
melotti@uniroma1.it
Ovviamente non possiamo e non vogliamo parlare a nome della Cei: ci pare evidente, tuttavia, che, prima di ogni valutazione statistica, l'obiettivo principale dei vescovi
italiani sia evitare che si diffonda nell'opinione pubblica l'equazione «straniero=criminale», equazione che in questi ultimi mesi è stata invece assecondata
dalle dichiarazioni e, a volte, dagli stessi provvedimenti del governo.
Venendo ai numeri, alcune statistiche sembrano in effetti dare torto a mons. Crociata, ma è altrettanto
certo che le cose non sono così univoche come sostiene il nostro lettore. I dati citati sono veri, ma se ne possono riportare altri, che conducono a conclusioni diverse.
Ad esempio, dal 1990 ad oggi gli immigrati con permesso di soggiorno sono aumentati del 500%, ma nello stesso periodo i tassi di criminalità in Italia sono rimasti pressoché
invariati e comunque non sono certo cresciuti così a dismisura (cfr http://giustiziaincifre.istat.it). Ancora, prendendo come riferimento solo gli anni più recenti,
è vero che tra il 2000 e il 2005 le denunce a carico degli stranieri sul totale delle denunce sono aumentate, passando dal 17,4% al 23,7%, ma nello stesso periodo gli stranieri
presenti in Italia sono aumentati molto di più, di fatto raddoppiando. Infine, è giusto sottolineare che la «sovraesposizione», chiamiamola così,
degli stranieri vale anche, in certi casi, quando questi sono vittime, non colpevoli: ad esempio gli stranieri sono il 6,5% della popolazione, ma rappresentano il 15,4% delle vittime
di infortuni sul lavoro.
Quest'ultimo dato ci suggerisce qual è il nocciolo della questione. A meno che non si voglia pensare che vi sono nazionalità ed etnie «per
natura» più predisposte al crimine di altre (ma questa teoria ha un solo nome e si chiama razzismo), chi delinque lo fa, il più delle volte, perché si
trova in una condizione di disagio e di marginalità, condizione che accomuna molti immigrati.
Senza venire meno ai doveri che una società ha di reprimere e punire
i colpevoli, si tratta però di promuovere anche una politica di inclusione. In questo senso fa riflettere il fatto che - sono informazioni contenute nello stesso Rapporto
Caritas citato dal lettore - mentre nel 1990 le spese statali per l'integrazione erano uguali a quelle per la repressione, nel 2004 il rapporto era diventato di 1 a 4, mentre oggi
questi dati non vengono più comunicati dal governo.
Mi affretto sulla Strada nazionale 27 (ribattezzata «pista dei cinghiali» per lo stato di degrado in cui si trova) per giungere in tempo a celebrare le feste natalizie
a Isifotra, a più di 70 chilometri da dove vivo: mi aspettano 250 cristiani e le suore del Getsemani. Piove a dirotto, tra raffiche di vento, lampi e tuoni impressionanti.
Attraversato
il lungo ponte sul fiume Menarahaka, qualcuno mi sbarra la strada, sbracciandosi e gridando come un disperato. Lo riconosco, è Kàva, un giovane di Amboakitsy, un villaggio
vicino. «Aiuto padre, aiuto, salva mia moglie e il mio bimbo di 15 giorni... Karíny è appena uscita dal reparto di maternità e dovevamo fare più
di 20 chilometri a piedi. Volevamo fare il Natale nel nostro villaggio. Stanchissima, è stramazzata a terra. L'ho lasciata a pochi chilometri da qui insieme al piccolo e
alla mamma di Karíny. Salvali, padre!».
La pioggia e le lacrime si fondono sul viso di Kàva. Filiamo tra fanghiglia, pozzanghere e pietrame. Percorsi 6-7
chilometri, Kàva indica una macchia immobile ai piedi di un albero. Sono loro. Ci affrettiamo con ansia. Nessun movimento. A pochi metri dal tronco, Kàva mi serra
il braccio, mi si abbarbica al collo gridando: «Troppo tardi, padre, troppo tardi! Non ce l'hanno fatta ad aspettarci: Karíny è morta, è morta mia moglie,
è morta sfinita dalla stanchezza!». Accanto all'esile corpo di Karíny, accasciata come una Pietà, la mamma, fradicia di pioggia, non emette un gemito,
sembra impietrita, lo sguardo fisso sull'esile corpo della figlia ricoperto di un lenzuolo.
Kàva mi stringe piangendo. Piango anch'io, non riesco ad aprire bocca per qualche
minuto. E la tragedia non è finita. Faccio per scansare con il piede quel che mi pare un fagotto di logori stracci, quando Kàva mi spinge indietro: «Non toccarlo,
padre, quello è il neonato di Karíny! Dio non ce lo ha dato! È morto, è partito con Karíny, la sua mammina! È morto di stenti perché
Karíny non poteva allattarlo». Sotto la pioggia continua carichiamo i due corpi esanimi e porto il mesto carico al villaggio più vicino, Tanambao.
Tutto il
villaggio ci attornia. Appena scoperta la lugubre realtà, in silenzio e con grande pietà portano i due corpi nella «grande casa» del capo villaggio. Solo
dopo averli deposti sulla stuoia, scoppia come un ululato di dolore e di compassione. Kàva in lacrime si separa da me ringraziandomi: «Padre, grazie, tu sei mio padre
e mia madre, tu mi sostieni in quest'ora così buia! Grazie, padre, continua pure la tua strada; ricordati di me nel Natale di Isifotra. Per me è tutto buio...».
Lentamente riprendo la pista con il cuore spezzato per questo Natale amaro di Kàva. Anche per me si fa buio sulla Strada nazionale 27, in attesa di vedere domani la «Luce
di Betlemme». Amici lettori, pregate per i tanti Kàva, noti forse solo a Dio.
Padre Giovanni Razzu
Missionario vincenziano
Analavoka (Madagascar)
© FCSF - Popoli