Storicamente, l'Albania è l'unica regione d'Europa dove l'islam sia riuscito a configurarsi quale comunità maggioritaria rispetto al cristianesimo. Nel 1937 i musulmani
costituivano il 69,3% della popolazione, mentre il censimento comunista del 1945 li attestava al 72,8%. Intellettuali e politici albanesi di famiglia musulmana ritengono però
anacronistico parlare di una «maggioranza islamica», convinti che il comunismo abbia sradicato ogni interesse religioso dal popolo schipetaro.
Tuttavia, le stesse
élite musulmane si oppongono all'elaborazione di nuovi dati al posto di quelli che contestano. Il censimento del 2001 non prevedeva quesiti di natura confessionale, mentre
l'annuncio che la registrazione del 2011 conterrà domande relative all'appartenenza etnica e religiosa ha levato una violenta ondata di critiche. Politici, accademici e giornalisti
albanesi temono che la minoranza greca risulti più consistente del previsto o che i musulmani si dichiarino tali, mentre gli ex latifondisti e la destra gridano al «complotto
greco-ortodosso», attaccando il presidente del partito ellenico, Vangjel Dule, e l'ortodosso Genc Pollo, coordinatore del censimento.
DAI TURCHI ALL'INDIPENDENZA
L'islamizzazione dell'Albania in epoca ottomana vide alternarsi fasi di pressione esercitata dal Bosforo per l'abiura del cristianesimo
e ondate di conversioni spontanee, volte a ottenere privilegi sociali ed economici quali l'esonero dalla tassa imposta ai non-musulmani e le possibilità di carriera militare
e burocratica nel sistema ottomano. Inoltre, in un territorio impervio e montagnoso, la predicazione del Vangelo era stata ardua e i valori cristiani non vi si erano corroborati:
la conversione all'islam era spesso dovuta a motivi futili, quali faide fra tribù o contrasti con il clero cristiano, che condannava il levirato e la compravendita delle
spose, pratiche previste dalla legge consuetudinaria del Kanun.
I costumi albanesi trovavano invece conferma in usanze ispirate al Corano quali la segregazione e sottomissione
femminile, la poligamia, il conformismo sociale e la stigmatizzazione delle devianze. Alcuni storici musulmani attribuiscono il successo della fede coranica al suo essere identificata
come via per salvarsi dall'assimilazione da parte dei vicini ortodossi: l'identità musulmana, assolutamente refrattaria alla cultura greca e slava, avrebbe consentito agli
albanesi di preservare la propria etnicità, portandoli a ricoprire le più alte cariche dell'impero ottomano.
I musulmani continuarono a detenere il potere politico
ed economico anche nell'Albania indipendente (1912). La classe dei latifondisti riuscì a impedire che una riforma agraria avesse luogo fino alla collettivizzazione comunista,
ma il monarca musulmano Ahmet Zogolli (1925-39) varò drastiche riforme laicizzanti, subordinando le comunità religiose al potere statale, costringendo i sunniti a
impiegare la lingua albanese per le preghiere e riducendo le moschee da 990 a 560.
Assai eterogeneo, l'islam schipetaro presentava una dicotomia tra la cultura raffinata dei
centri urbani e la cultura rurale, accentuata dal maggior integralismo dei musulmani che vivevano lungo i confini, a contatto con slavi e greci. È inoltre sempre esistita
una minoranza di seguaci del bektashismo, un ordine eterodosso ricco di elementi sciiti che venera Alì oltre a Maometto, segue riti simili ai sacramenti cristiani e viola
numerose prescrizioni coraniche.
IL FIGLIO DELL'IMAM
Gli storici albanesi musulmani denunciano l'accanimento comunista contro l'identità islamica, accusando il regime di aver demonizzato il
passato ottomano dell'Albania come un'epoca di giogo asiatico e sfruttamento feudale, nonché di aver espropriato i latifondisti musulmani e i loro rappresentanti politici,
vale a dire i ceti abbienti. Tuttavia, il comunismo preservò i precetti esteriori dell'islam, presentandoli come peculiarità etniche albanesi: si pensi all'accurata
salvaguardia dell'onore femminile, all'istituzionalizzazione della famiglia patriarcale mediante l'assegnazione di appartamenti dove la nuora vivesse con i suoceri e alla promozione
dei matrimoni misti basati sul precetto musulmano di «sposare le figlie dei cristiani, ma non dar loro le proprie».
L'identità islamica sopravvisse nello stesso
Enver Hoxha che, figlio di un imam, ebbe in vecchiaia una crisi mistica, lodando la rivoluzione iraniana e definendo il Corano «superiore alla Bibbia e al Vangelo».
La
caotica Albania post-comunista, sprofondata in una drammatica crisi di valori, attrasse ogni tipo di proselitismo religioso. Intenzionati a re-islamizzare l'unico Stato europeo
a maggioranza musulmana, i Paesi arabi furono i primi ad accorrere: ripristinata la libertà di culto, l'ultimo presidente comunista, il musulmano Ramiz Alia, concesse al
Kuwait di edificare diverse moschee, inaugurando una tendenza che avrebbe caratterizzato l'Albania degli anni Novanta.
La «primavera delle moschee» coincise con la
presa di potere del Partito democratico nel marzo 1992. Il nuovo presidente della repubblica, Sali Berisha (1992-1997), siglò un accordo con la Banca islamica dello sviluppo
e, nel dicembre del 1992, iscrisse l'Albania all'Organizzazione della conferenza islamica (Oci), favorendo l'istituzione di diverse banche arabo-islamiche e l'avvento di una ventina
di fondazioni umanitarie musulmane. Formatosi nella madrasa del suo villaggio d'origine, Berisha incentivò la riabilitazione dell'identità musulmana per garantirsi
il sostegno delle regioni sunnite del Nord-Est. Diversi esponenti del suo entourage instaurarono relazioni talmente strette con i Paesi islamici da attirare sull'Albania le accuse
di aver ospitato Bin Laden e di aver concesso la cittadinanza a membri di Al-Qaeda.
Con la presa di potere del Partito socialista, nel 1997, la partecipazione all'Oci è
stata congelata e il governo dell'ortodosso Fatos Nano ha migliorato i rapporti con la Grecia e la ex Jugoslavia. Le associazioni islamiche sono state assoggettate a rigidi controlli
e, dopo l'11 settembre 2001, i servizi segreti albanesi e la Cia hanno ulteriormente stretto la morsa, espellendo diverse fondazioni. La linea dura è oggi seguita dallo stesso
Berisha, tornato al potere nel 2005 con minore indulgenza verso i correligionari stranieri. Secondo l'U.S. State Department International Religious Freedom Report relativo
al 2009, in Albania operano 34 organizzazioni islamiche, benché altre fonti ne numerino 80, mentre si stima che dal 1992 a oggi siano state edificate circa 500 moschee.
SELEFI E HANEFI
Nel perseguire la re-islamizzazione dell'Albania, i Paesi islamici elargiscono borse di studio presso le facoltà di teologia arabe e asiatiche.
Si ignora quanti giovani ne abbiano usufruito negli ultimi vent'anni, ma la Comunità musulmana albanese ha registrato 1.357 espatri nel solo 2006. Gli ex studenti tornano
in Albania imbevuti di idee radicali e non aderiscono alla corrente liberale Hanefi, predominante nei Balcani, bensì alla puritana e antimodernista fazione Selefi.
Spaccata
e in pessime condizioni finanziarie, la Comunità musulmana albanese ha subito un grave trauma nel 2003, con il tuttora irrisolto omicidio del segretario generale Sali Tivari,
inviso ai Selefi, mentre il moderato presidente Selim Muça ha sempre bocciato le proposte di riforma in chiave Selefi del rito Hanefi, attirandosi gravi minacce da parte
dei giovani fanatici.
A livello popolare, la valenza identitaria dell'islam è emersa nelle violente contrapposizioni politiche degli anni Novanta: se la destra del musulmano
Berisha era accusata di «fondamentalismo islamico», la sinistra dell'ortodosso Fatos Nano era tacciata di «favorire il proselitismo della Chiesa greca»,
ritenuto assai più temibile di quello islamico.
Esclusi sottili ceti urbani convintamente laici e avversi all'islam in quanto ostacolo all'integrazione occidentale, l'identità
musulmana permane nella maggioranza silenziosa delle campagne e delle popolazioni recentemente inurbate. Proprio su questa vasta compagine fanno leva gli intellettuali e politici
che promuovono una «sintesi albano-islamica», sostenendo la coincidenza tra identità nazionale albanese e identità religiosa islamica, per cui i «veri»
albanesi sarebbero soltanto i musulmani. Questa teoria - che loda l'islam quale salvatore degli albanesi dall'assimilazione ortodossa - ha preso campo da quando, negli ultimi vent'anni,
gli Stati Uniti hanno sostenuto popoli musulmani quali i bosniaci, i ceceni e gli albanesi kosovari.
Tuttavia molti albanesi decantano compatti la tradizione nazionale della
tolleranza religiosa, benché alcuni studiosi sostengano che il «mito» della convivenza interconfessionale sia stato inventato e inculcato nella popolazione a
fini nazionalistici. Nel post-comunismo non sono mancati episodi di intolleranza, dai gravi danni arrecati ad alcuni monasteri ortodossi all'abbattimento di croci cattoliche nel
Nord, dalle polemiche sulla collocazione della statua di Madre Teresa a Scutari alle accuse di islamofobia rivolte al deputato socialista Ben Blushi, autore di un romanzo che descriveva
la distruzione della città ortodossa di Voskopoja da parte dei musulmani delle aree circostanti. Secondo l'albanologa Miranda Vickers, «ripetere a pappagallo quanto
profonda sia la tolleranza religiosa implica il rischio di compiacenza».
ISLAM SOCIOLOGICO
Oggi si assiste al graduale aumento di donne velate e uomini barbuti - sintomo dell'adesione alla dottrina Selefi - che l'albanese medio guarda con
disapprovazione, vociferando che i praticanti percepiscano uno stipendio in cambio del look islamico. Tra i non praticanti, l'islam si manifesta in una serie di usi e costumi che
tutti osservano e difendono. Si tratta di un islam sociologico che permea la vita quotidiana e il modus vivendi al punto che la gente lo definisce «mentalità schipetara»,
giustificandolo in base a ragioni «morali» o «igieniche».
L'aspetto più evidente del retaggio culturale islamico è una sorta di «sottomissione»
della donna alle autorità maschili della famiglia estesa, in una società patriarcale dove spesso la nuora vive con i suoceri anche tra i ceti urbani e abbienti. L'onore
femminile è il pilastro sul quale poggia la società albanese, per cui la donna deve giungere illibata al fidanzamento, mentre l'amicizia tra i sessi è ancora
difficile, giacché vi sono «discorsi da donne» e «discorsi da uomini».
L'abitazione è consacrata dal rito propiziatorio del Kurban e, giacché
l'islam comanda di pregare in casa, bisogna entrarvi senza scarpe come in moschea, ma gli albanesi incolpano la sporcizia delle strade. E sempre per «ragioni igieniche»,
anche i musulmani più laici circoncidono i figli, benché il comunismo lo vietasse in quanto pratica religiosa. Nella vita sociale si rispetta inconsciamente il quarto
pilastro dell'islam e nessuno rifiuta l'elemosina ai mendicanti e, poiché il Corano prevede un'elemosina anche per i pubblici funzionari, ecco l'usanza del bakshish
(«tangente» in turco), mentre i Detti del Profeta ordinano di «pagare il lavoratore prima che il suo sudore si asciughi», sicché i salari vengono
puntualmente versati due volte al mese.
Gli esempi di islam sociologico proseguirebbero a oltranza, dalla cucina all'arredamento, dal look maschile alle tradizioni matrimoniali,
ma ciò che conta è comprenderne la prospettiva futura.
L'era Clinton coincise con l'era Berisha e, mentre il presidente degli Usa sosteneva i musulmani di Bosnia,
Cecenia e Kosovo, il suo omologo albanese enfatizzava l'identità islamica schipetara. Al contrario, Bush demonizzava l'islam e la maggioranza dei musulmani albanesi si dichiarava
«senza religione», palesando simpatie cattoliche. Attualmente gli albanesi sembrano confusi e, come sempre, guardano all'America, scoprendo che il padre di Obama si
chiamava Hussein, mentre l'influentissima televisione albanese Top Channel amplifica gli scandali che investono la Chiesa cattolica e promuove l'immagine degli immigrati musulmani
nell'Ue.
In questa confusione, un fatto è certo: per gli albanesi, la fonte di sacralità primaria è la famiglia estesa, con un particolare accento sull'onore
femminile. La religione e il modello sociale vincenti saranno pertanto quelli che garantiranno il mantenimento di questi costumi, come la storia ha già dimostrato nei secoli
scorsi.
PER SAPERNE DI PIÙ
> X. Bougarel, N. Clayer, Le nouvel islam balkanique. Les musulmans, acteurs du post-communisme (1990-2000), Parigi 2001 |
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