Lettere e commenti - giugno/luglio 2010
HOMEPAGE

ANGELI DI PERSONE PIÙ BELLE

Questa donna sente che è arrivato il momento del parto. Ha già un figlio e dunque conosce il suo corpo. Ma è in servizio al bar e quindi si assenta per andare in bagno, partorisce e soffoca le prime parole della nuova vita. Nessuno deve sentire. Nessuno deve sapere. Era riuscita a tenere nascosta la gravidanza con bende e fasciature. Temeva di perdere il posto di lavoro.
Lo uccide. Lo mette in una borsa e pensa di tornare a lavorare. Un'emorragia la costringe al pronto soccorso.
Lo leggo nella pagina di cronaca di un quotidiano. Lo rileggo. Stento a credere che sia realtà e non piuttosto la caricatura estrema di una brutta storia di emarginazione partorita dalla penna malata di un uomo che non conosce le donne. Ma no. C'è una donna, straniera, che vive nel nostro Paese, da sola, con un figlio di sette anni e già così non sa come fa a vivere. Un altro figlio significa perdere il lavoro, perdere tutto. Tutto quello per cui aveva lasciato il proprio Paese cercando chissà cosa. Una vita migliore per sé, per il proprio figlio? Cosa è una vita? Come arriviamo a confondere la sopravvivenza con la vita vera?
Nove mesi sono lunghi a passare. Quante volte quella donna avrà pensato a cosa fare? Quanti giorni ci stanno in nove mesi? Tantissimi. E quel figlio ora abbandonato? Un bambino che aveva una madre e ora vive dell'assenza di un'assassina. Ma quale colpa può stare nella disperazione? E quanta parte di colpa abbiamo noi, tutti noi?
Qualche anno fa lavorava come babysitter dei miei figli una ragazza straniera con la quale pensavo di avere un rapporto sincero e confidenziale. Pensavo di essere una persona che tutti identificano come corretta, gentile, compassionevole. Non potrò mai cancellare dalla mente l'immagine di lei che si accascia in corridoio, strisciando lungo la parete, con quella sua salopette che ora comincio a scorgere un po' gonfia sul ventre. È all'ottavo mese di gravidanza. Io ho già partorito due volte, la vedo ogni giorno e non mi sono accorta di nulla. Non capisco, non capisco niente. Lei piange, io piango. Non mi ha detto niente perché temeva di essere licenziata. Ma come? Ha un regolare contratto, la previdenza sociale si sarebbe occupata di lei. Non licenzierei mai e poi mai una donna che ha appena partorito. Pensavo si capisse subito, al primo sguardo.
Durante l'estate, appena saputo di essere incinta, di un uomo che se ne era già andato senza alcuna intenzione di diventare padre, lei aveva deciso di abortire. Un fine settimana in più trascorso con noi le ha impedito di assentarsi per andare in ospedale. Mi sento responsabile di una vita che poteva anche non essere. Alexandra, voleva chiamarla. Mi sento madre di Alexandra. Mi gira la testa se penso che la sua vita è dipesa da un fine settimana di lavoro di sua madre. Non avessimo avuto bisogno del suo aiuto, avrebbe avuto il tempo di abortire. Il tempo di decidere che non era momento. Che era troppo giovane per diventare madre. Che era troppo ingiusto barattare l'amore di pochi giorni con una vita per sempre.
Perché è questo un figlio. Una vita per sempre. Qualcuno che entra nella tua vita. E che se decidi di non abortirlo o di non soffocarlo appena è nato, ti rimane attaccato alla carne tutta la vita. Che tu lo ami o lo odi, che tu sia felice o disperata. Non puoi mai fare finta che non ti riguardi. Quanto di più orribile o disumano tu pensi di fare, mai vincerà la visceralità di quello che ti è nato nel corpo e da esso è uscito. Certo che siamo uterine! La vita che abbiamo, la vita di noi stesse che cerchiamo di comprendere, senza quasi mai riuscirci, la vita di coloro ai quali diamo la vita, in tutti i sensi che questa espressione consente, la vita è in noi con una disperazione estrema e con una gioia folle che a stento noi stesse riusciamo a comprendere.
Ma anche i figli abortiti e i figli soffocati ci rimangono attaccati, anzi ci rimangono dentro come un cancro che divora ogni pensiero e ogni azione. Non riesco a respirare al pensiero di quella donna. Stanotte è in carcere; e come si fa a vivere, a sopravvivere a se stesse dopo avere soffocato la vita che abbiamo dato? Come si fa ad abbracciare Alexandra e pensare che poteva anche non essere? Perché quel bimbo appena nato ha pianto? Fosse stato silenzioso lei lo avrebbe adagiato delicatamente nella borsa, lui avrebbe aspettato buono che la madre finisse il turno di lavoro e poi insieme sarebbero andati a casa. Che sorpresa per il fratello maggiore vedere quel cucciolo sbucare dalla borsa. Più che pregare vorrei urlare.

Elena Dragan
e-mail

SLOVACCHIA, AL LAVORO PER LA RICONCILIAZIONE

Vorrei condividere alcune riflessioni sull'articolo di Matteo Tacconi, Danubio, frontiera calda, pubblicato in aprile su Popoli e dedicato ai rapporti tra Slovacchia e Ungheria. L'articolo descrive le relazioni tra i due Paesi in un modo che sembra lasciare poco spazio per la riconciliazione. Noi gesuiti lavoriamo, invece, proprio in questa direzione. Benché non manchino le difficoltà e il dialogo sia lento, esistono iniziative comuni e utili. Ad esempio, negli ultimi mesi ho partecipato a Budapest a un incontro organizzato dai gesuiti, con la partecipazione di confratelli di entrambe le nazioni. E poi a una conferenza internazionale, dedicata alla pastorale giovanile, nella città di Dobogókõ, con una nutrita partecipazione dalla Slovacchia. Ci sono poi altre interessanti iniziative, di cui non si parla molto, in tutto il territorio slovacco.
Anche i gesuiti ungheresi sono impegnati in attività e progetti, come le Saveriadi, la manifestazione sportiva che si terrà questa estate nella città di Miskolc e che coinvolge anche studenti slovacchi. Sui nostri siti rivolti ai giovani le informazioni sono in slovacco e in ungherese. Abbiamo avuto un sostegno economico dalla Compagnia di Gesù a livello europeo per queste iniziative.
In giugno in Slovacchia si svolgeranno le elezioni. Alcuni partiti politici nazionalisti usano slogan provocatori. Pochi giorni fa hanno chiesto al leader del Partito della coalizione ungherese perché abbia fatto tanti manifesti elettorali in ungherese, dal momento che la maggioranza slovacca non li sa leggere. Ha risposto che ci sono molti manifesti anche in inglese, cosa che non suscita proteste, e perciò è libero di fare come preferisce.
Riguardo alla legge che regola l'uso della lingua slovacca nell'amministrazione pubblica, è chiaro che nessuno nel Paese vuole una pulizia etnica. Sono tantissimi i servizi che gli ungheresi offrono agli slovacchi e viceversa. Nella loro comunicazione si sceglie la lingua migliore a seconda dei contesti. La legge chiede semplicemente che anche gli ungheresi negli uffici pubblici parlino la lingua ufficiale dello Stato. Nelle zone della Slovacchia meridionale dove la maggioranza della popolazione e i sindaci sono di madrelingua magiara, negli uffici si continua a parlare ungherese.

Milan Hudacek S.I.
Bratislava (Slovacchia)

Ringraziamo per i commenti e le informazioni che completano il quadro offerto nel nostro articolo. Il servizio esprimeva alcune critiche nei confronti delle strumentalizzazioni politiche, sia da parte del governo di Bratislava, sia da parte di quello di Budapest. Ma, fin dal sommario iniziale, sottolineava che le persone comuni, nella vita quotidiana, vivono meglio dei politici uno spirito di avvicinamento.
 

STRADA, IL GIORNALE E UN ARTICOLO BIRICHINO

Nei giorni del cosiddetto «caso Emergency» - con alcuni operatori dell'Ong in Afghanistan prima arrestati con l'accusa di terrorismo e poi liberati, prosciolti da ogni addebito -, ho letto in una rassegna stampa un articolo del Giornale con accuse pesanti nei confronti di Popoli e, più in generale, dei gesuiti. L'articolista vi accusava di aver beatificato Gino Strada (il fondatore di Emergency), colpevole tra le altre cose di affermazioni molto accondiscendenti nei confronti di Omar al Bashir, dittatore di quel Sudan in cui Emergency opera da alcuni anni. Non ho un'opinione precisa su Gino Strada, ma vorrei capire meglio perché questo quotidiano vi ha tirato in ballo.

Francesco Santoro
Roma

Giancarlo Perna, autore dell'articolo che ha incuriosito il nostro lettore (e con lui diversi altri), riporta alcune parole di un vecchio profilo di Strada pubblicato da Popoli: «In valigia gli attrezzi chirurgici e la solita immensa solidarietà». Questo basta all'autore per proseguire: «Bravissimi nel darsi la zappa sui piedi, i seguaci di sant'Ignazio fingono di ignorare la posizione di Strada sul Darfur. E questo per dei cattolici urla vendetta davanti al Creatore. Si sa che nel Sudan occidentale - il Darfur, appunto - è in corso uno sterminio islamico delle popolazioni cristiane».
Ora, l'articolo di
Popoli risale al dicembre 1999. Difficile che i gesuiti fingessero di ignorare la posizione di Strada sul Darfur, visto che il conflitto in quella regione è iniziato nel 2003...
Suggeriamo quindi al giornalista, prima di chiamare frettolosamente in causa il Creatore e prima di lanciare sgangherati anatemi, di svolgere in modo più attento il suo lavoro, verificando le proprie fonti, e di ripassarsi la storia recente dell'Africa.
Quanto al quotidiano che ha ospitato l'articolo, ci sembra giusto segnalare ai lettori che, nonostante vari messaggi inviati alla redazione e al direttore, la nostra lettera di rettifica e precisazione non è mai stata pubblicata.

 

SVEGLIARSI DALL'ANESTESIA

Grazie per l'editoriale di maggio sul commercio di armi, articolo che condivido nella sostanza e nella percezione dell'anestesia generale a cui siamo sottoposti. È proprio vero, «ci si abitua a tutto».
Anche le celebrazioni diventano consuetudine, nei gesti ripetuti e nelle parole logorate, che hanno perso il potere della relazione-guarigione. Ogni tanto però ri-viviamo attraverso un dono: quando riconosciamo nelle testimonianze che incontriamo un'umanità orientata verso il Signore della vita.

Guglielmo Loffredi
e-mail

© FCSF - Popoli

Torna al sommario