Identità - Differenza - agosto/settembre 2010
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Reportage
Meskel, una Chiesa in croce

Il Meskel, la festa in cui il 27 settembre si celebra il legno di Cristo, è molto sentito sia in Etiopia sia in Eritrea. Ma ad Asmara il significato religioso della ricorrenza è sempre più inquinato dall'ingerenza politica della dittatura di Isayas Afeworki

Massimo A. Alberizzi
ASMARA (ERITREA)

A. PRATIA. PRATIA. PRATIA. PRATI

A. PRATI

Tutta la città si riversa nelle strade e nelle piazze di buon mattino. I vestiti delle donne e degli uomini, la maggior parte candidi e brillanti, bordati con fasce multicolori, svolazzano sollevati dalla brezza. I tamburi cominciano a rullare mentre la musica prende il sopravvento sul chiacchiericcio. La scena si ripete ogni 27 settembre (negli anni bisestili il 28) in piazza Bahti Meskerem ad Asmara, la capitale dell'Eritrea. Si celebra così quella che è una delle più importanti feste del calendario ortodosso copto: il Meskel, cioè l'anniversario del ritrovamento della croce sulla quale fu inchiodato Gesù Cristo. Meskel, nell'antica lingua semitica che si parlava in Eritrea e in Etiopia (il ge'ez), vuol dire appunto croce.

DA GERUSALEMME AL WOLLO
Secondo una leggenda, trascritta in un antichissimo manoscritto etiope in pergamena, il 12 ottobre 312 l'imperatore romano Costantino, figlio di Elena, regina bizantina, prima della battaglia di Ponte Milvio contro Massenzio, guardando in direzione del sole vide chiaramente in cielo la scritta in latino: «In hoc signo vinces», sotto l'immagine della croce. Costantino adottò il simbolo sugli stendardi e sulle armature dei suoi uomini e vinse. Qualche anno dopo, Elena (che poi sarà proclamata santa), impressionata dal miracolo, si mise alla ricerca dei resti di legno della croce di Gesù. Fu un'impresa difficile ma, alla fine, il 27 settembre 326, riuscì nel suo intento. Fu un sogno a rivelare alla regina come rintracciare la reliquia: «Ti guiderà il fumo di una pira», le disse un angelo. Così, il giorno successivo, Elena ordinò alla gente di Gerusalemme di accatastare un'enorme pila di legno. La cosparse di incenso e le diede fuoco. Le fiamme si diressero verso il cielo, lanciando in alto un'enorme nuvola di fumo. Dopo aver svolazzato qualche minuto, il pennacchio si diresse decisamente verso un terreno e lì si fermò. Era quello il luogo esatto in cui era stata interrata la croce. La madre di Costantino ordinò di scavare e lo strumento di tortura riapparve. Ma come verificare che quello fosse l'autentico legno sul quale era morto Gesù? Elena andò da una donna malata e la toccò con il legno della croce. Immediatamente l'inferma si riprese. Per diffondere la notizia del ritrovamento la regina fece accendere su tutte le colline circostanti un falò, in modo tale che tutti gli abitanti di Gerusalemme e della campagne attorno alla città fossero informati. Secondo la leggenda i fuochi furono visti fino a Costantinopoli. E, sempre secondo la leggenda, la regina divise la croce in tre pezzi. Uno lo spedì a Roma e un altro a Costantinopoli. Il terzo lo conservò a Gerusalemme. Quest'ultimo, dopo un passaggio in Egitto, finì in Etiopia, che allora era un tutt'uno con l'Eritrea.
Secondo il Tafut, un corposo volume del XV secolo, gli imperatori di Etiopia erano spesso chiamati nel Paese delle Piramidi per difendere i cristiani copti minacciati dalle persecuzioni islamiche. I salvatori venivano ricompensati dai salvati con doni di gran valore: oro, argento, pietre e stoffe preziose. Ma uno di essi, Dawit, rifiutò regali e prebende e chiese invece che in cambio gli fosse donato il frammento della croce che era custodito dal patriarca di Alessandria. La richiesta fu esaudita e la reliquia portata in Etiopia. Durante il viaggio fu scortata da un gruppo di tedofori e alla fine sistemata, perché fosse custodita, in una chiesa dedicata alla Vergine Maria a Gishen nel settentrione del Wollo, regione nord orientale dell'Etiopia. Per celebrare l'evento, l'imperatore ordinò che fossero organizzate grandi feste in tutto il Paese e che i mantelli dei sacerdoti del tempio fossero ricamati con fiori. Da quel giorno il ritrovamento della regina viene ricordato ogni anno con una grande festa in cui si accendono grandi torce e altissimi falò, i demera in lingua tigrè.

A. PRATI

A. PRATI

FEDE E SUPERSTIZIONE
Gli eritrei sono una popolazione assai religiosa e le feste sono molto sentite. Il Meskel è un'occasione per riunire le famiglie. La mattina una processione parte dalla chiesa di Nda Mariam e si conclude in piazza Bahti Meskerem dove viene innalzato un enorme demera, il più imponente di tutto il Paese. La pira resta coperta da un grande telo di cotone mentre il patriarca abuna Dioscoros (abuna è il titolo che contraddistingue i vescovi e il patriarca nella Chiesa copta ortodossa etiope ed eritrea) fa una lunga predica e poi guida la recita delle preghiere. Tutto in ge'ez, l'antica lingua usata nelle liturgie. Nessuno la capisce, tranne i religiosi, ma tutti in quella piazza hanno imparato a memoria i suoni. Alla fine cominciano i balli e i canti in uno sfrenato girotondo. I tedofori si muovono con le loro torce (chiamate cibbo) per mostrare la loro devozione a Sant'Elena. I tamburi battono il loro ritmo festoso e giocondo. Il festival dura qualche ora finché, a un segnale convenuto, i tedofori danno fuoco alla pira. La gente cerca di superare le barriere, di avvicinarsi al fuoco, per immortalare la festa con fotografie e video, ma con il tumulto che c'è, il rischio di un incidente è grande. Ogni anno si ripete la stessa scena con gli agenti di polizia che tentano di bloccare la folla. Di solito solo agli stranieri viene concesso di avvicinarsi un po' di più.
La direzione che prendono fiamme e fumo ma, soprattutto, quella dove il falò crolla al suolo sono segnali che vengono interpretati dai sacerdoti: è prevista una buona stagione agricola se la pira collassa verso oriente, cattiva se verso occidente. La mattina dopo le famiglie tornano in piazza, raccolgono un po' di cenere ormai fredda e la spargono sulla testa dei figli e sulla propria. Un buon augurio per il futuro.
Il governo di Asmara, che non brilla per democrazia e rispetto dei diritti umani, anzi è forse uno dei peggiori in Africa da questo punto di vista, non vede di buon occhio le manifestazioni religiose. E non tollera l'autonomia della Chiesa copta ortodossa, sebbene al momento dell'indipendenza del Paese, nel 1991, questa si sia completamente staccata da quella d'Etiopia e sia diventata una Chiesa autocefala (comunque legata al Patriarcato di Alessandria). Le critiche alla politica del pugno di ferro del regime sono costate il posto ad abuna Antonius I, eletto nel 2004. Nel gennaio 2006, il governo l'ha deposto - attraverso vie non canoniche - e sostituito d'imperio con abuna Dioscoros I, un devoto alleato del regime. Una decisione che il patriarca di Alessandria e gli stessi fedeli non hanno gradito.
In questo quadro è facile immaginare che anche la Chiesa cattolica non sia ben vista dal regime. Parecchi dei missionari non eritrei sono stati cacciati perché difendevano i poveri perseguitati dall'intolleranza politica. Il momento di maggior tensione si è avuto quando il governo ha nominato abuna Dioscoros. Polemicamente l'eparca di Asmara, Menghestab Tesfamariam, non ha partecipato alla cerimonia di insediamento e ha mandato il suo vice.
 


LA SCHEDA
Due milioni di fedeli, un patriarca controverso

La Chiesa copta ortodossa eritrea nasce nel 1993 da una scissione dalla Chiesa copta ortodossa etiope che, a sua volta, era nata nel 1959 da una scissione da quella egiziana.

Fu san Frumenzio, su mandato di sant'Atanasio, l'allora patriarca di Alessandria di Egitto, a evangelizzare nel IV secolo il Corno d'Africa, riuscendo a convertire il negus e la corte imperiale. Nel 640 la Chiesa d'Etiopia strinse un forte legame con quella egiziana, legame che rimase strettissimo fino al secolo scorso. L'ultimo negus Hailé Selassié (imperatore dal 1930 al 1936 e dal 1941 al 1974) riorganizzò la Chiesa d'Etiopia facendola diventare Chiesa di Stato e rendendola autonoma dal patriarcato di Alessandria (con il quale però ha continuato a mantenere ottimi rapporti). Abuna Basilios, il primo patriarca, fu eletto nel 1959. Nel 1971, gli succedette abuna Tewophilos che venne ucciso dalla giunta militare marxista. Gli subentrarono abuna Tekle Haymanot e, poi, abuna Merkorios, che però non vennero riconosciuti dal sinodo della Chiesa. A loro è succeduto nel 1992 abuna Paulos (nella foto sopra), l'attuale patriarca.

Nel 1993, dopo l'indipendenza dell'Eritrea dall'Etiopia, è nata la Chiesa copta ortodossa di Eritrea. Anche se persistono forti contrasti tra i due Paesi, le due Chiese sono in comunione tra loro. Dal 2007, il patriarca è abuna Dioscoros I, nominato dopo che il predecessore, abuna Antonios, è stato costretto alle dimissioni dal regime di Asmara. La Chiesa conta circa due milioni di fedeli che vivono in Eritrea, Europa e Nord America.

e.c.
 

© FCSF - Popoli

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