Identità - Differenza - agosto/settembre 2010
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Islam d'europa/6
Gran Bretagna, tra Maometto e Sua maestà

Messo in discussione dopo gli attentati di Londra del 2005, compiuti da musulmani «autoctoni», il modello multiculturale sembra però avere ancora un futuro. Lo dimostra il crescente senso di appartenenza di molti islamici moderati alla società britannica

Damian Howard S.I.
BIRMINGHAM (GRAN BRETAGNA)

Prima che scoppiasse la crisi economica, la questione più urgente - e più discussa - nell'agenda politica britannica era come gestire una minoranza, quella musulmana, costantemente rappresentata dai media come ostile allo stile di vita nazionale. Il problema è tuttora aperto, sebbene sia un po' meno in primo piano nel dibattito pubblico. Chi scrive è sempre stato pessimista sulla possibilità di vedere qualche progresso in materia, ma ora sta cominciando a credere che il contesto britannico possa rivelarsi l'esempio più riuscito in Europa nel dare forma a un'identità musulmana moderna.
Ciò potrebbe sorprendere. Non è a Londra che, il 7 luglio 2005, un gruppo di musulmani «autoctoni», cresciuti nel Paese, ha compiuto gli attacchi terroristici che hanno ucciso 52 persone? E non è forse vero che tra i giovani musulmani del Regno Unito si registrano livelli di radicalizzazione molto elevati? E, d'altro canto, non è proprio in Gran Bretagna che si respira un clima laicista senza precedenti, che disprezza in particolare l'islam? Tutto vero. Ma i media tendono a evidenziare e fraintendere fenomeni che, per quanto gravi siano a volte le conseguenze, sono, in termini causali, relativamente superficiali. Se si guarda a dinamiche che operano a un livello meno visibile, emerge un quadro diverso.
L'ultimo grande flusso di immigrati in Gran Bretagna è iniziato negli anni Cinquanta dal subcontinente indiano e continua ancora oggi con i lavoratori dell'Unione europea e con coloro che cercano asilo politico, per la maggior parte afghani, iracheni, iraniani e somali. È piuttosto di moda criticare l'approccio «multiculturale» adottato dal Regno Unito, così apparentemente in contrasto con il modello di integrazione francese. Ma in suo favore bisogna dire che ha consentito l'accoglienza di un gran numero di immigrati, permettendo loro di contribuire alla vita economica e pubblica del Paese. E non è un risultato da poco, considerando che la Gran Bretagna non ha praticamente alcuna tradizione repubblicana (nel senso francese) e che, sin dalla seconda guerra mondiale, qualsiasi tentativo di definire la «britishness» ha finito per sembrare comicamente poco british persino ai britannici stessi. È significativo che, per fare un esempio, i musulmani di Leicester che si considerano britannici siano il doppio (82%) dei loro correligionari parigini che si sentono francesi (41%).
Ciò che ha in più il Regno Unito è il suo modo di lasciare che la religione occupi lo spazio pubblico senza destabilizzare la società. L'assetto istituzionale anglicano, in particolare, è riuscito a evitare grandi reazioni anticlericali. Fino all'11 settembre 2001, l'idea che la religione fosse un male da sradicare sarebbe sembrata assurda alla maggior parte dei britannici; in genere gli inglesi sono sempre stati grati a una Chiesa nazionale che si occupa di loro in occasione di nascite, matrimoni e morti anche quando il loro coinvolgimento religioso è debole. Ugualmente, buona parte dell'istruzione è gestita da istituzioni religiose. Tutto sommato, dunque, l'islam ha incontrato in Gran Bretagna un contesto che gli offre buone possibilità di trovare il proprio posto nella società.

MOLTE ANIME
La popolazione musulmana residente in Gran Bretagna è piuttosto variegata. Secondo il censimento del 2001 (ultima indagine ufficiale disponibile), i musulmani sono 1.647.000, circa il 2,7% della popolazione. In Inghilterra i gruppi più numerosi sono i pachistani (43%), i bengalesi (17%), i cosiddetti «bianchi» (12%) - che comprendono arabi, iraniani e turchi -, gli indiani (8%), a cui vanno aggiunti gruppi più piccoli di africani, caraibici e persone di etnie miste. A sua volta, il nucleo dei pachistani è particolarmente eterogeneo: punjabi, kashmiri, pashtun, sindhi e baluchi sono tutti gruppi orgogliosamente diversi.
Ancor più della diversità etnica, è la storia del subcontinente indiano ad aver creato una grande varietà di identità musulmane, ciascuna caratterizzata da una diversa reazione all'insediamento del dominio coloniale britannico al posto dell'Impero moghul (musulmano). Una prima strategia fu quella dell'arroccamento. Nel 1866 un gruppo di studiosi istituì un nuovo tipo di scuola a Deoband, vicino a Delhi, in cui si impartiva una rigorosa istruzione religiosa, basata su una visione classica della legge e della spiritualità islamiche. Sebbene non contestasse apertamente il potere coloniale, il movimento di Deoband cercò di creare uno spazio libero da interferenze. Oggi le sue scuole, alcune migliaia in tutto il mondo, sono una componente influente anche dell'islam britannico.
Il principale avversario di Deoband, il movimento Barelwi, riprende una religiosità tradizionale, una versione della fede poco propensa all'impegno politico, che anzi guarda con un certo scetticismo alla politica. A tale movimento sono legati i costumi sufi e la devozione popolare al Profeta. Questa è probabilmente la tendenza maggioritaria tra i musulmani asiatici residenti in Gran Bretagna.
Altri ancora hanno cercato di modernizzare l'islam educando i fedeli nelle discipline occidentali. Nel 1875 Syed Ahmed Khan (1817-1898) fondò l'università musulmana di Aligarth, in India, proprio con questo scopo. La sua filosofia ha alimentato generazioni di musulmani progressisti in tutto il subcontinente. Un'altra figura di spicco è quella di Muhammad Iqbal (1877-1938), che dedicò la sua vita a «ricostruire il pensiero religioso nell'islam». Parente intellettuale del gesuita francese Pierre Teilhard de Chardin, la sua visione evoluzionista e mistica dell'islam lo pone all'apice creativo del pensiero islamico contemporaneo.
Infine, il movimento del jihad è stato una componente significativa sin dall'epoca dell'Impero britannico. Qualcuno pensa che la resistenza armata al potere occidentale sia un fenomeno recente, ma già intorno al 1870 i giornali riportavano notizie di attacchi da parte di «musulmani fanatici nella provincia della frontiera nord-occidentale». Syed Abul A'ala Maududi (1903-1979) non sostenne mai l'azione armata, ma abbracciò l'impegno radicale per ottenere l'imposizione di uno Stato islamico, obiettivo tipico di varie forme di ideologia «islamista». Questo movimento continua oggi nel partito politico da lui fondato in Pakistan, lo Jamaat-e-Islami, influente ma protagonista di una deprimente serie di insuccessi elettorali.

INVERSIONE DI TENDENZA
In breve, l'islam del subcontinente indiano può aver avuto una storia turbolenta, ma ha anche dimostrato di essere estremamente creativo. La sua relativa sterilità attuale è dovuta al fatto che l'attenzione è focalizzata sulla militanza e sull'islamismo come ideologia politica. Oggi, però, sembra esserci un'inversione di tendenza, almeno in Gran Bretagna, dove intelligenti giovani musulmani, un tempo incantati dall'ideologia del jihad, ora cercano piuttosto di recuperare la ricca tradizione classica dell'islam. Un esempio tra i tanti è la straordinaria storia di Ed Husain, ex membro di Hizb-ut-Tahrir: il suo libro, The Islamist (2007), racconta gli anni trascorsi nell'organizzazione estremista e come alla fine ne sia uscito per trovare un'identità e un modo di essere musulmano del tutto diversi.
Con questo non stiamo dicendo che non ci siano difficoltà per i musulmani del subcontinente che vivono nel Regno Unito, al contrario. Moltissimi, ad esempio, vivono in forte povertà e hanno scarsi livelli di istruzione; molti vivono in comunità sovraffollate e chiuse. Ma non va dimenticato che ci sono bianchi ancora più emarginati e che tradizionalmente c'è sempre stata meno volontà politica di occuparsi dell'assistenza di questi ultimi che di quella ai musulmani. Molte comunità musulmane, poi, devono superare dinamiche culturali problematiche, non ultima l'intrusione nella vita pubblica di pratiche e strutture di potere tribali, non strettamente legate all'islam. E devono anche fronteggiare una radicata e diffusa islamofobia.
Sicuramente esistono sentimenti razzisti nei confronti dei musulmani. Il British National Party, di estrema destra, non ha seggi in parlamento e nelle elezioni di maggio ha conquistato solo l'1,9% dei voti, ma è rappresentato a livello locale e nel parlamento europeo. Alcuni settori della società sono preoccupati che possa attirare elettori del Partito laburista, al quale spesso si rimprovera di avere abbandonato la classe operaia bianca, ostile verso gli immigrati che si sono presi lavori umili e case nel centro delle città. Le classi medie sono più brave a dissimulare il proprio razzismo, ma il fenomeno della «fuga bianca» dalle zone ad alta immigrazione è eloquente.
Detto questo, negli ultimi decenni una sorta di patto trasversale tra i principali partiti ha impedito che la razza o l'immigrazione diventassero argomento di discussione e di strumentalizzazione politica. E anche se la recente campagna elettorale ha affrontato la questione, lo ha fatto in modo equilibrato. Va detto inoltre che non c'è solo un razzismo dei bianchi: le tensioni tra diversi gruppi etnici nelle aree urbane possono essere acute, così come è forte il risentimento degli stessi musulmani verso l'ampio afflusso di lavoratori bianchi dall'Est Europa con l'allargamento dell'Unione europea.

I PONTI DI ROWAN
Esistono anche diversi motivi di speranza. Fortunatamente i musulmani non sono l'unica minoranza religiosa nel Paese. Gli eventi recenti hanno focalizzato l'attenzione su di loro, ma in Gran Bretagna ci sono anche numerosi induisti, sikh, buddhisti, ebrei, senza contare ovviamente i cattolici. Il graduale sviluppo di un assetto multireligioso dovrebbe lasciare ai musulmani un po' di respiro. Cosa ancor più importante, la Chiesa nazionale è straordinariamente aperta al dialogo. A volte si denuncia l'accomodamento al laicismo liberale da parte della Chiesa anglicana, ma questa apertura l'ha aiutata a rapportarsi alle nuove minoranze religiose.
Il suo capo attuale, l'arcivescovo Rowan Williams, è un emblema di tale spirito. In occasione del seminario annuale da lui organizzato, «Building bridges» («Costruire ponti»), studiosi cristiani e musulmani di livello internazionale si incontrano per esplorare in profondità tematiche fondamentali. La sua ben nota (e probabilmente mal formulata) richiesta che alcuni principi della shari'a vengano riconosciuti, in situazioni ben determinate, nei tribunali britannici, all'epoca ha infiammato l'opinione pubblica. Ma ha anche messo al centro del dibattito importanti questioni costituzionali relative alle minoranze religiose.
Assistiamo poi a due fenomeni provvidenziali che lasciano intravvedere prospettive per un impegno attivo dei musulmani nella società britannica. Il primo è che, in seguito alla crisi economica e finanziaria mondiale, molti si interrogano sui limiti del capitalismo occidentale e sulla cultura retrostante che lo ha portato quasi al collasso. Su questi temi «culturali» i musulmani hanno sviluppato riflessioni approfondite - e a volte molto pungenti - che stanno facendo crescere la loro credibilità. Un esempio piccolo ma significativo: la frequentazione di giovani musulmani ha spinto molti studenti britannici a interrogarsi sul proprio rapporto con l'alcol, un grave problema nel Paese. E in una generazione post-femminista, per la quale le rappresentazioni pornografiche della donna sono cosa normale, solo le donne musulmane, spesso velate, sono in grado di affermare con una certa credibilità il contro-messaggio che la dignità di una donna non dipende dalla sua desiderabilità sessuale da parte degli uomini.
Il secondo fenomeno è che il governo britannico ha abbandonato la tradizionale indifferenza verso le comunità religiose non anglicane e si è avvicinato sempre di più, sebbene a volte in modo ambiguo, all'islam britannico. Negli anni Novanta il Regno Unito era noto come un paradiso per la militanza jihad, dato che il governo chiudeva un occhio sulla sua presenza. Nel nuovo secolo, invece, lo Stato ha cambiato radicalmente atteggiamento, appoggiando iniziative di deradicalizzazione e di sostegno a un islam classico, critico verso la militanza religiosa.
Il governo mostra cioè un interesse per la «salute» dell'islam, considerato parte integrante della società. D'altra parte, se le religioni rivendicano il diritto di partecipare alla vita pubblica, rifiutando di essere ridotte alla mera sfera privata, allora devono anche essere richiamate alle proprie responsabilità verso la società. Visti i danni causati dal sostegno dato da altri Paesi all'islam radicale, quello dato dallo Stato britannico a un islam intellettualmente più rispettabile potrebbe essere visto come un tentativo di abbassare il tiro.
Contemporaneamente si assiste negli ultimi anni al diffondersi di un clima antireligioso. Personaggi come il sociobiologo Richard Dawkins e lo scrittore Philip Pullman hanno diffuso uno strano tipo di ateismo ottocentesco. Probabilmente è un sintomo della fragilità dell'assetto britannico delle relazioni tra Chiesa e Stato. Il futuro della Chiesa anglicana come Chiesa ufficiale è in bilico ed è sempre più diffusa la sensazione che questo status sia inadeguato per una società multireligiosa e culturalmente laica: basti pensare, ad esempio, che 26 vescovi anglicani siedono d'ufficio nella Camera dei Lord, con diritto di voto. Questa situazione fa sì che tutti - cristiani, musulmani e laici - si percepiscano come una minoranza minacciata e l'insicurezza alimenta posizioni difensive.
In ogni caso, lo stridore crescente della minoranza laicista indica non la sua influenza nella società, quanto piuttosto la sua «bancarotta» intellettuale. Certamente non tutti gli ateismi sono di questo tipo, ma questo gruppo di studiosi e letterati sembra poco interessato a elaborare un umanesimo positivo e pare capace soltanto di trovare un comune denominatore nel ridicolizzare la religione. È il canto del cigno di uno stanco secolarismo che ha perso la strada. Ciò potrebbe essere un vantaggio per le comunità religiose, ma spetta a tutti noi garantire che il nuovo ordine sia civile, giusto e duraturo. L'auspicio è che tra cinquant'anni venga riconosciuto ai musulmani britannici il ruolo svolto nell'aiutare l'islam a superare le proprie difficoltà, ma anche nell'arricchire e rafforzare la cultura politica della nazione nel suo insieme.

© FCSF - Popoli

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