Si sente spesso parlare della divisione in Turchia tra «laici» e «islamici». Di che cosa si tratta e quali sono le conseguenze sull'evoluzione del Paese?
Fin dalle origini della repubblica turca, nel 1923, le élite economiche e politiche delle grandi città erano intrinsecamente legate a una cultura che tendeva a disprezzare
i simboli religiosi e chi ne era portatore. Dagli anni Ottanta il progressivo emergere in Anatolia di una nuova élite economica e culturale più legata all'islam ha
avvicinato gruppi sociali che fino a poco tempo prima erano distanti. Questa nuova borghesia è all'origine della nascita dell'Akp, il partito del primo ministro Recep Tayyip
Erdogan, che ha vinto le elezioni nel 2002 e nel 2007. Questa formazione politica, che si definisce «democratico conservatore», difende gli interessi dei suoi elettori
e, in questo modo, «democratizza» anche il Paese, favorendo il suo sviluppo sul piano politico, economico e culturale. L'apertura dei negoziati per l'ingresso della
Turchia nell'Unione europea fornisce un appoggio insperato.
Questa democratizzazione è strumentalizzata a vantaggio di un gruppo e di interessi particolari o è
al servizio della società nel suo insieme? Entrambe le cose. Democratizzazione e liberalizzazione sono fenomeni reali. Oggi si mette in discussione il nazionalismo risalente
alla fondazione della repubblica e che si concentrava in maniera paranoica sui temi dell'unità nazionale e della sicurezza. Diversi tabù cadono: si parla di carattere
plurale dell'identità «turca», della «grande catastrofe» subita dagli armeni e del «problema curdo». Se l'esercito resta una delle istituzioni
in cui i turchi ripongono maggior fiducia, tuttavia i vertici militari si rendono conto che i loro interventi diretti nella politica non sono più tollerati. Rimane la magistratura
a difendere lo status quo, ma anch'essa potrebbe essere ridimensionata con un referendum sulla Costituzione indetto per il 12 settembre. L'attuale Costituzione risale al
colpo di Stato militare del 1980 e dovrebbe essere riscritta da cima a fondo. Se ne parla continuamente, ma la polarizzazione della politica ha finora ostacolato una seria riforma.
Il principale partito di opposizione, il Chp, che si definisce «laico», si è opposto alle riforme democratiche, ma in maggio ha cambiato leader e potrebbe finalmente
giocare un ruolo costruttivo.
Se da un lato il Paese si liberalizza, dall'altro il conservatorismo sociale della Turchia profonda (specialmente nell'Est e nelle periferie delle
grandi città) non è scomparso ed è percepito qualche volta come opprimente da chi non fa parte della maggioranza turca-musulmana-sunnita (curdi, aleviti, non
musulmani, ecc.). A volte, qua e là, esso si allea con un nuovo ultranazionalismo reazionario che può assumere forme molto aggressive (vedi gli assassini di alcuni
cristiani negli ultimi anni). Una riforma dell'insegnamento che smonti i vecchi valori nazionalisti e ne promuova di nuovi, centrati sulla valorizzazione della diversità
e il rispetto delle differenze, sarebbe benvenuta nella costruzione della Turchia del futuro.
Questo è un Paese giovane, dinamico e in forte crescita, anche se distribuita
in modo disuguale, che comincia a diventare una potenza regionale. In passato avamposto della Nato in territorio nemico, oggi vuole mantenere buoni rapporti con i vicini, dai Balcani
alla Russia, dal Caucaso meridionale al Medio Oriente, seguendo un doppio principio: «problemi zero» con i vicini e «profondità strategica», cioè
creazione di una zona di influenza politica, economica e culturale. Come democrazia economicamente in crescita e culturalmente vicina ai Paesi confinanti, la Turchia potrebbe diventare
un modello per il Medio Oriente e, poco a poco, avviare nella regione una dinamica simile a quella dell'Europa unita ai suoi albori. Un primo passo è la politica di esenzione
dei visti per i cittadini dei Paesi confinanti.
La Turchia non deve scegliere tra Est e Ovest, come talvolta si pensa: il suo radicamento da un lato è valorizzato anche
dal lato opposto e ciò è alla base della sua forza. Ma prima il Paese deve risolvere tre problemi: la questione curda, la divisione di Cipro (in cui la Ue è
corresponsabile dello stallo attuale) e le relazioni con l'Armenia. Come nuova potenza regionale dovrebbe saper dare prova di moderazione e modestia per giocare i ruoli di mediazione
cui aspira. Come si vede nell'attuale crisi delle relazioni con Israele, l'ultrapragmatismo del governo tende ancora troppo spesso alla demagogia.
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