Padre Imran John tra gli studenti della scuola che dirige. F. PISTOCCHINI
GLI INIZI
Il coinvolgimento dei gesuiti in Pakistan è la ricerca di una dimensione diversa. Iniziatore della missione fu Robert Bütler, un gesuita svizzero
che nell'ottobre del 1960 aprì una casa a Lahore. In autunno a Loyola Hall cominceranno i festeggiamenti per i cinquant'anni dalla fondazione. L'idea di Bütler era di
non dedicare le energie in un «classico» lavoro pastorale, come altri religiosi che si occupavano di parrocchie, ma offrire un ostello per studenti e soprattutto tenere
contatti con il mondo accademico locale (egli stesso insegnava italiano all'Università), avviare un dialogo intellettuale con gli islamici e raccogliere volumi e articoli
per costituire una biblioteca specializzata in studi comparati tra le religioni, nelle lingue europee e orientali. Oggi la biblioteca è un punto di riferimento a Lahore per
gli studi nel settore.
L'intuizione di Bütler si allargò ad altri gesuiti che qui trascorrevano alcuni periodi di studio, anche se fino agli anni Settanta la sua
fu sostanzialmente l'unica presenza stabile nella missione. Non mancavano i fondi, ma era più difficile trovare gli uomini. Nel 1986 Bütler torna in Svizzera. I gesuiti
australiani assumono la responsabilità di Loyola Hall ed è merito di alcuni come Daniel Madigan, islamologo, oggi docente a Washington, se viene mantenuta aperta.
«Accogliendomi - ricorda padre Daniel -, i pakistani islamici e cristiani mi hanno insegnato a unire "cuore e mente", il lavoro di studio e riflessione con la cura
delle persone».
Sotto la responsabilità dei gesuiti dello Sri Lanka, oggi la missione è retta dai padri Renato Zecchin, italo-australiano, e Jacob Fernando,
singalese, insieme a Imran John, il primo gesuita pakistano, ordinato prete un anno fa, nella cattedrale di Lahore. Padre Jacob non avrebbe mai pensato di lasciare lo Sri Lanka
e diventare missionario in Pakistan. Appena arrivato, negli anni Ottanta, inizia a studiare urdu in un villaggio, trascorrendo tre mesi presso una famiglia musulmana. Sono gli anni
in cui avviene una svolta con la decisione di impegnarsi nell'istruzione. «Avevamo piccole cappelle in alcune aree della città - racconta -. Avviammo le scuole a partire
da questi luoghi o anche all'aperto, organizzando soprattutto corsi di alfabetizzazione per adulti. Formavamo insegnanti e l'iniziativa si rivelò un successo».
La
creazione di una vera scuola si lega all'idea di inserire alcune decine di giovani che avevano handicap fisici, soprattutto poliomielitici, e che fino ad allora erano esclusi dalle
scuole «normali». Dalle lezioni in cappella si passa al primo edificio.
«UNITÀ E INTEGRITÀ»
Oggi le scuole dei gesuiti sono due. Oltre i cancelli discretamente sorvegliati dalle guardie gli studenti sono circa
850 e 200, dalle classi elementari alle superiori. Hanno lezioni in urdu e punjabi in classi miste, anche se la legge in teoria non lo consentirebbe. L'aspetto più significativo
è la presenza di studenti e insegnanti musulmani, oltre che cristiani. Sono sunniti e sciiti e questi, anche se minoritari, nel popoloso Pakistan sono circa venti milioni.
L'ammissione di studenti islamici è stata voluta per creare un clima di armonia. Il risultato sembra raggiunto e «Unity and Integrity» non è solo un motto.
Raggiungiamo
le scuole in moto, nel traffico caotico e sotto un sole che, nei mesi caldi prima dei monsoni, supera i 45 gradi. Le lezioni iniziano molto presto perché è impossibile,
anche con i ventilatori, stare in classe nelle ore centrali del giorno. L'incontro con un visitatore straniero in questi tempi non è scontato. I piccoli stringono le mani
e sfruttano tutto l'inglese imparato per aggiungere parole ai sorrisi.
Se Loyola Hall era nata come centro di dialogo a livello accademico e intellettuale, oggi l'incontro avviene
nella vita quotidiana. «La scuola è il luogo migliore dove avere questa forma di dialogo - spiega padre Jacob -. Agli inizi, i genitori accompagnavano i primi studenti
musulmani per accertarsi che non si sedessero vicino ai bambini cristiani. Poco a poco li abbiamo convinti del fatto che non volevamo distinzioni. Oggi, quando c'è una festa
religiosa, tutti gli studenti portano cibi per condividerli». L'armonia interreligiosa è compito di ogni giorno. «In una fase di estremismo crescente - osserva
padre Imran - è importante costruire relazioni e non soltanto a livello di fede».
Molte famiglie preferiscono le scuole dei missionari, pensate per essere per tutti,
non solo per i cristiani, e per essere accessibili anche da molti studenti di famiglie povere. Si risponde così ai bisogni di istruzione di buon livello che le scuole governative
faticano sempre più a garantire.
Se si osserva l'islam pakistano solo attraverso la lente dei taliban, sempre più influenti in alcune regioni settentrionali
come in alcuni settori politici e militari, si ha un'immagine di intolleranza e violenza. Ma la presenza della missione dei gesuiti serve a mostrare una situazione più articolata
e a confrontarsi con un islam molto variegato.
SE LO STATO DIVENTA ISLAMICO
«In quasi trent'anni trascorsi in Pakistan - racconta padre Jacob - non ho mai sperimentato ostilità da parte dei musulmani».
Nel mondo rurale, in passato le comunità cristiane sentivano più forte l'emarginazione. «Accadeva, ad esempio, che un musulmano non bevesse nel bicchiere usato
in precedenza da un cristiano. Ma queste cose sono sempre più rare». È vero che lo Stato negli anni è diventato sempre meno laico. La stretta fondamentalista
parte già negli anni Ottanta, durante la dittatura del generale Zia ul-Haq. La legge, ad esempio, prevede che gli studenti musulmani abbiano cinque ore di studio obbligatorio
della loro religione, anche se frequentano scuole cristiane.
Un ulteriore ostacolo è la nota legge sulla blasfemia, introdotta negli anni Settanta, che prevede varie sanzioni
per chi diffama la religione islamica, fino al caso limite dell'articolo 295/C del codice penale per cui si può essere giustiziati anche in assenza di intenzionalità.
A
Lahore finora i ragazzi hanno studiato in luoghi protetti senza i problemi creati dagli estremisti nelle scuole nel nord o nelle campagne. In città il governo controlla ancora
la situazione. «Mi è capitato di organizzare a scuola una festa legata al ramadan - racconta padre Imran -. Politici locali, professori, amministratori hanno
partecipato ed è stato un gesto apprezzato». Tra studio e giochi, la vita quotidiana nella scuola è essa stessa scuola di convivenza e attenzione reciproca.
È la storia dell'islam in questa parte dell'Asia. La predicazione dei sufi è penetrata a fondo nell'islam locale. Per questo la maggioranza rifiuta l'interpretazione
che i taliban cercano di imporre, anche se questi godono di appoggi e in certe zone hanno guadagnato il sostegno della popolazione che vuole la legge islamica contro lo sbriciolarsi
dello Stato di diritto e la corruzione dilagante. Danno risposte a problemi sociali e politici.
«Anche negli anni Ottanta - osserva Dan Madigan - ci si chiedeva se il Pakistan
sarebbe sopravvissuto come Stato. Il recente aumento della violenza tra musulmani dimostra che la religione da sola non è una base sufficiente per costruire un'unità
politica, come si è visto in innumerevoli conflitti in Occidente».
UNA CHIESA GIOVANE
La presenza cristiana in città è piuttosto diffusa, tra cattolici, anglicani, presbiteriani e metodisti. Ma è una diffusione
relativamente recente, che risale al periodo coloniale britannico. «Si può parlare di Chiese giovani - osserva padre Jacob -, oltre che numericamente piccole (circa
l'1% dei pakistani è cristiano). Ci sono anche qui le nuove denominazioni e un bisogno diffuso di spiritualità. I convertiti cristiani provenivano perlopiù
da ambienti animisti e a volte il pregiudizio musulmano si lega a queste origini, anche di casta, più che alla fede in sé».
Esiste poi un sentimento antioccidentale,
soprattutto antiamericano, molto diffuso e i cristiani pakistani finiscono con l'essere assimilati agli interessi politici ed economici dei Paesi occidentali, semplicemente detti
«cristiani», ma con cui non hanno nulla a che fare. Intanto, al di fuori delle celebrazioni, è perfino difficile avvicinarsi alla cattedrale, circondata da recinzioni
e filo spinato.
Al momento sono cinque i ragazzi che vorrebbero entrare un giorno nel noviziato dei gesuiti, che qui significa partire per lo Sri Lanka. Vengono da famiglie cristiane,
frequentano le scuole del quartiere. Loyola Hall li accoglie, fanno esperienza della spiritualità ignaziana, perfezionano l'inglese con cui affronteranno gran parte degli
studi all'estero. I ragazzi si alzano all'alba: sono giorni di esami. Sono pieni di curiosità, internet, anche nel Paese della censura ai social network più
diffusi al mondo, offre stimoli continui, come osservare una città italiana in una foto satellitare.
«Le autorità mostravano rispetto per i missionari. Oggi
questo rispetto non c'è più. Ma proseguono le buone relazioni nella Chiesa pakistana e con i protestanti. Abbiamo visto - conclude padre Jacob - anche crescere il
numero dei cristiani in quartieri poveri. Ci sono segni di speranza».
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