Dialogo e annuncio - agosto/settembre 2010
HOMEPAGE
Pakistan
Bombe e missione

La missione gesuita a Lahore rivela il senso dello stare «sulla frontiera», specialmente nell'attuale clima di violenza. Attraverso istruzione, catechesi e dialogo con i musulmani si è radicata una presenza vicina al traguardo dei 50 anni

Francesco Pistocchini
LAHORE (PAKISTAN)

Padre Imran John tra gli studenti della scuola che dirige. F. PISTOCCHINI

Padre Imran John tra gli studenti della scuola che dirige. F. PISTOCCHINI

«Zinda dilan-e-Lahore», è un'espressione urdu, di cui gli abitanti di questa grande città vanno orgogliosi, perché li definisce persone dallo spirito vivace e ospitale. Ma Lahore, capitale del cinema, della musica, della gastronomia e di tanti aspetti della cultura pakistana, vive mesi di tensione. Nel caldo soffocante che precede il tempo dei monsoni, si rafforza la presenza militare nelle strade. La città è presa di mira dall'estremismo dei taliban proprio per la sua identità di città plurale, in cui trovano spazio sia un cristianesimo visibile e dinamico, sia le varie anime musulmane che da sempre la città accoglie.
Il 1º luglio tre terroristi kamikaze hanno fatto scoppiare decine di chilogrammi di esplosivo uccidendo più di quaranta persone nel centro della città. Il luogo della strage è il santuario sufi che custodisce la tomba dello sceicco Hajweri, conosciuto anche come Data Ganj Bakhsh, venerata figura di santo, quasi un patrono locale. Hajweri era un mistico di mille anni fa, autore di un testo fondamentale del sufismo, Kashf al Mahjub o Lo svelamento del segreto.
Il momento scelto per uccidere è stato il giovedì sera, quando i devoti che si accalcano intorno al santuario sono più numerosi. Circondata da una grande corte rivestita di marmi bianchi, la tomba è collocata in un piccolo padiglione. Intorno non è raro udire preghiere in arabo e invocazioni in punjabi, vedere chierici in turbante e mistici assorti nelle loro meditazioni. La devozione per i santi non è prevista nell'islam, ma come definire le invocazioni a Hajweri, chiamato «manifestazione della luce divina»?
Il santuario ospita anche pomeriggi di musica qawwali, musica sufi di antica tradizione. Il pubblico, rigorosamente maschile, ascolta per ore il succedersi dei gruppi canori. Da qui qualcuno ci invita con insistenza a conoscere il luogo più sacro del santuario. Durante la nostra visita i controlli e le perquisizioni sembrano rigorosi, ma si riveleranno inutili pochi giorni dopo. Depositati sandali e borse, si viene trascinati dal flusso di folla. Si è osservati come estranei, e certamente lo siamo. Ma si coglie anche orgoglio nel mostrare al visitatore straniero un luogo santo.
Alla fine di maggio i taliban hanno colpito anche due moschee ahmadi, in due diversi quartieri della città provocando la più grande strage degli ultimi anni, con oltre un centinaio di morti. Gli attentatori suicidi provenivano dalla regione settentrionale del Waziristan, dove è forte l'influenza degli estremisti sunniti. Vedono gli ahmadi, un gruppo eterodosso di origine islamica come eretici da punire. E un emendamento costituzionale che dal 1974 esclude ufficialmente questo gruppo religioso dalla comunità islamica non fa che renderli una minoranza vulnerabile.
È questo il destino di una città tollerante, dove l'islam poggia su una storia di convivenza vecchia di secoli? Qui, alla corte imperiale mughal, erano giunti i gesuiti alla fine del Cinquecento a discorrere di fede con Akbar, che è ancora un simbolo di un momento felice dei rapporti interreligiosi nella storia del subcontinente. Ma oggi anche uno scrittore affermato come Daniyal Mueenuddin, con profonde radici nel Punjab pakistano (suoi sono i racconti Altre stanze, altre meraviglie) vede il suo Paese sempre più violento, pericoloso e diviso.

GLI INIZI
Il coinvolgimento dei gesuiti in Pakistan è la ricerca di una dimensione diversa. Iniziatore della missione fu Robert Bütler, un gesuita svizzero che nell'ottobre del 1960 aprì una casa a Lahore. In autunno a Loyola Hall cominceranno i festeggiamenti per i cinquant'anni dalla fondazione. L'idea di Bütler era di non dedicare le energie in un «classico» lavoro pastorale, come altri religiosi che si occupavano di parrocchie, ma offrire un ostello per studenti e soprattutto tenere contatti con il mondo accademico locale (egli stesso insegnava italiano all'Università), avviare un dialogo intellettuale con gli islamici e raccogliere volumi e articoli per costituire una biblioteca specializzata in studi comparati tra le religioni, nelle lingue europee e orientali. Oggi la biblioteca è un punto di riferimento a Lahore per gli studi nel settore.
L'intuizione di Bütler si allargò ad altri gesuiti che qui trascorrevano alcuni periodi di studio, anche se fino agli anni Settanta la sua fu sostanzialmente l'unica presenza stabile nella missione. Non mancavano i fondi, ma era più difficile trovare gli uomini. Nel 1986 Bütler torna in Svizzera. I gesuiti australiani assumono la responsabilità di Loyola Hall ed è merito di alcuni come Daniel Madigan, islamologo, oggi docente a Washington, se viene mantenuta aperta. «Accogliendomi - ricorda padre Daniel -, i pakistani islamici e cristiani mi hanno insegnato a unire "cuore e mente", il lavoro di studio e riflessione con la cura delle persone».
Sotto la responsabilità dei gesuiti dello Sri Lanka, oggi la missione è retta dai padri Renato Zecchin, italo-australiano, e Jacob Fernando, singalese, insieme a Imran John, il primo gesuita pakistano, ordinato prete un anno fa, nella cattedrale di Lahore. Padre Jacob non avrebbe mai pensato di lasciare lo Sri Lanka e diventare missionario in Pakistan. Appena arrivato, negli anni Ottanta, inizia a studiare urdu in un villaggio, trascorrendo tre mesi presso una famiglia musulmana. Sono gli anni in cui avviene una svolta con la decisione di impegnarsi nell'istruzione. «Avevamo piccole cappelle in alcune aree della città - racconta -. Avviammo le scuole a partire da questi luoghi o anche all'aperto, organizzando soprattutto corsi di alfabetizzazione per adulti. Formavamo insegnanti e l'iniziativa si rivelò un successo».
La creazione di una vera scuola si lega all'idea di inserire alcune decine di giovani che avevano handicap fisici, soprattutto poliomielitici, e che fino ad allora erano esclusi dalle scuole «normali». Dalle lezioni in cappella si passa al primo edificio.

«UNITÀ E INTEGRITÀ»
Oggi le scuole dei gesuiti sono due. Oltre i cancelli discretamente sorvegliati dalle guardie gli studenti sono circa 850 e 200, dalle classi elementari alle superiori. Hanno lezioni in urdu e punjabi in classi miste, anche se la legge in teoria non lo consentirebbe. L'aspetto più significativo è la presenza di studenti e insegnanti musulmani, oltre che cristiani. Sono sunniti e sciiti e questi, anche se minoritari, nel popoloso Pakistan sono circa venti milioni. L'ammissione di studenti islamici è stata voluta per creare un clima di armonia. Il risultato sembra raggiunto e «Unity and Integrity» non è solo un motto.
Raggiungiamo le scuole in moto, nel traffico caotico e sotto un sole che, nei mesi caldi prima dei monsoni, supera i 45 gradi. Le lezioni iniziano molto presto perché è impossibile, anche con i ventilatori, stare in classe nelle ore centrali del giorno. L'incontro con un visitatore straniero in questi tempi non è scontato. I piccoli stringono le mani e sfruttano tutto l'inglese imparato per aggiungere parole ai sorrisi.
Se Loyola Hall era nata come centro di dialogo a livello accademico e intellettuale, oggi l'incontro avviene nella vita quotidiana. «La scuola è il luogo migliore dove avere questa forma di dialogo - spiega padre Jacob -. Agli inizi, i genitori accompagnavano i primi studenti musulmani per accertarsi che non si sedessero vicino ai bambini cristiani. Poco a poco li abbiamo convinti del fatto che non volevamo distinzioni. Oggi, quando c'è una festa religiosa, tutti gli studenti portano cibi per condividerli». L'armonia interreligiosa è compito di ogni giorno. «In una fase di estremismo crescente - osserva padre Imran - è importante costruire relazioni e non soltanto a livello di fede».
Molte famiglie preferiscono le scuole dei missionari, pensate per essere per tutti, non solo per i cristiani, e per essere accessibili anche da molti studenti di famiglie povere. Si risponde così ai bisogni di istruzione di buon livello che le scuole governative faticano sempre più a garantire.
Se si osserva l'islam pakistano solo attraverso la lente dei taliban, sempre più influenti in alcune regioni settentrionali come in alcuni settori politici e militari, si ha un'immagine di intolleranza e violenza. Ma la presenza della missione dei gesuiti serve a mostrare una situazione più articolata e a confrontarsi con un islam molto variegato.

SE LO STATO DIVENTA ISLAMICO
«In quasi trent'anni trascorsi in Pakistan - racconta padre Jacob - non ho mai sperimentato ostilità da parte dei musulmani». Nel mondo rurale, in passato le comunità cristiane sentivano più forte l'emarginazione. «Accadeva, ad esempio, che un musulmano non bevesse nel bicchiere usato in precedenza da un cristiano. Ma queste cose sono sempre più rare». È vero che lo Stato negli anni è diventato sempre meno laico. La stretta fondamentalista parte già negli anni Ottanta, durante la dittatura del generale Zia ul-Haq. La legge, ad esempio, prevede che gli studenti musulmani abbiano cinque ore di studio obbligatorio della loro religione, anche se frequentano scuole cristiane.
Un ulteriore ostacolo è la nota legge sulla blasfemia, introdotta negli anni Settanta, che prevede varie sanzioni per chi diffama la religione islamica, fino al caso limite dell'articolo 295/C del codice penale per cui si può essere giustiziati anche in assenza di intenzionalità.
A Lahore finora i ragazzi hanno studiato in luoghi protetti senza i problemi creati dagli estremisti nelle scuole nel nord o nelle campagne. In città il governo controlla ancora la situazione. «Mi è capitato di organizzare a scuola una festa legata al ramadan - racconta padre Imran -. Politici locali, professori, amministratori hanno partecipato ed è stato un gesto apprezzato». Tra studio e giochi, la vita quotidiana nella scuola è essa stessa scuola di convivenza e attenzione reciproca. È la storia dell'islam in questa parte dell'Asia. La predicazione dei sufi è penetrata a fondo nell'islam locale. Per questo la maggioranza rifiuta l'interpretazione che i taliban cercano di imporre, anche se questi godono di appoggi e in certe zone hanno guadagnato il sostegno della popolazione che vuole la legge islamica contro lo sbriciolarsi dello Stato di diritto e la corruzione dilagante. Danno risposte a problemi sociali e politici.
«Anche negli anni Ottanta - osserva Dan Madigan - ci si chiedeva se il Pakistan sarebbe sopravvissuto come Stato. Il recente aumento della violenza tra musulmani dimostra che la religione da sola non è una base sufficiente per costruire un'unità politica, come si è visto in innumerevoli conflitti in Occidente».

UNA CHIESA GIOVANE
La presenza cristiana in città è piuttosto diffusa, tra cattolici, anglicani, presbiteriani e metodisti. Ma è una diffusione relativamente recente, che risale al periodo coloniale britannico. «Si può parlare di Chiese giovani - osserva padre Jacob -, oltre che numericamente piccole (circa l'1% dei pakistani è cristiano). Ci sono anche qui le nuove denominazioni e un bisogno diffuso di spiritualità. I convertiti cristiani provenivano perlopiù da ambienti animisti e a volte il pregiudizio musulmano si lega a queste origini, anche di casta, più che alla fede in sé».
Esiste poi un sentimento antioccidentale, soprattutto antiamericano, molto diffuso e i cristiani pakistani finiscono con l'essere assimilati agli interessi politici ed economici dei Paesi occidentali, semplicemente detti «cristiani», ma con cui non hanno nulla a che fare. Intanto, al di fuori delle celebrazioni, è perfino difficile avvicinarsi alla cattedrale, circondata da recinzioni e filo spinato.
Al momento sono cinque i ragazzi che vorrebbero entrare un giorno nel noviziato dei gesuiti, che qui significa partire per lo Sri Lanka. Vengono da famiglie cristiane, frequentano le scuole del quartiere. Loyola Hall li accoglie, fanno esperienza della spiritualità ignaziana, perfezionano l'inglese con cui affronteranno gran parte degli studi all'estero. I ragazzi si alzano all'alba: sono giorni di esami. Sono pieni di curiosità, internet, anche nel Paese della censura ai social network più diffusi al mondo, offre stimoli continui, come osservare una città italiana in una foto satellitare.
«Le autorità mostravano rispetto per i missionari. Oggi questo rispetto non c'è più. Ma proseguono le buone relazioni nella Chiesa pakistana e con i protestanti. Abbiamo visto - conclude padre Jacob - anche crescere il numero dei cristiani in quartieri poveri. Ci sono segni di speranza».

© FCSF - Popoli

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